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Castronovo Valerio - Fiat. Storia di un'impresa 1899-1999 | L'11 luglio 1899 un gruppo di nobili e possidenti fondavano la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Pareva un'iniziativa azzardata. Divenne l'atto di nascita di quella che nel giro di pochi decenni sarebbe diventata la pių grande fabbrica italiana. L'autore ha ricostruito per la prima volta una storia che si intreccia con quella dell'Italia del Ventesimo secolo e dei suoi sconvolgimenti politici e sociali.
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Musso, S. L'Indice del 2000, n. 01
Nel centenario della fondazione della Fiat, un volume di oltre duemila pagine di Valerio Castronovo racconta un secolo di storia della maggiore impresa privata italiana. Si tratta di un testo narrativo, in stile discorsivo, che presenta molti caratteri del testo di divulgazione; ma la natura del libro è difficile da afferrare: opera monumentale, che ingloba e sintetizza i risultati della letteratura e della storiografia più aggiornata, e arricchisce di nuovi particolari numerosi episodi e momenti significativi della storia aziendale, grazie all'uso sistematico dei verbali e delle relazioni del Consiglio di amministrazione, a ricerche in archivi pubblici e privati, allo spulcio della stampa quotidiana e periodica, nonché all'utilizzo, per il periodo più recente, di testimonianze raccolte dall'autore. Rinuncia tuttavia, in ossequio alla dimensione narrativa, a presentare il dibattito storiografico che, su più filoni tematici della storia dell'impresa, è stato ed è ricco; si limita ad assumere i punti di vista e i risultati di ricerca più accreditati e più aggiornati (e naturalmente più rispondenti alle convinzioni dell'autore), elencando fianco a fianco opere che contengono valutazioni non omologhe. Le diversità di interpretazione di fatti ed episodi di cui il testo dà conto sono prevalentemente riferite alle posizioni assunte e alle opinioni espresse dai contemporanei, dai protagonisti e dagli osservatori coevi ai fatti.
La Fiat, con le sue dimensioni enormi nel panorama nazionale, ancorché insufficienti se raffrontate ai competitori internazionali, ha costituito e costituisce una sorta di anomalia, e rappresenta un caso unico nei paesi avanzati. Il suo ruolo preponderante nella storia del paese è all'origine di una vastissima letteratura, di ricerche, memorie, pamphlet che nessun'altra impresa al mondo può vantare. L'autore - già estensore dell'importante biografia del fondatore, Giovanni Agnelli (Einaudi, 1977), una vera e propria storia della Fiat fino al 1945 - ha potuto giovarsi di tale produzione, e in particolare degli studi promossi negli ultimi quindici anni dall'Archivio storico Fiat. Il libro organizza una mole ingente di materiali, offrendo una storia complessiva della Fiat, che spazia a tutto campo, dai prodotti alle tecnologie, dall'organizzazione dell'impresa a quella del lavoro, dalla finanza agli assetti proprietari, dalle relazioni industriali ai condizionamenti sociali e politici delle strategie manageriali. Il racconto si sviluppa anno per anno, quasi mese per mese.
L'autore non inquadra in modelli interpretativi i suoi materiali. Appare nondimeno evidente, per quanto implicita, un'impostazione che privilegia il ruolo del management, dei protagonisti ai massimi gradi della direzione, chiamati a definire le strategie e operare le scelte decisive, spesso guidati dall'istinto, dall'intuito, e sorret-
ti da volontà ferree. Il libro potrebbe essere quasi letto come
un collage di tre biografie imprenditoriali/
manageriali - di Giovanni Agnelli il fondatore, di Vittorio Valletta e di Gianni Agnelli - corrispondenti a tre diversi periodi della vita dell'impresa torinese: il suo avvio e consolidamento, con il passaggio dal prodotto di lusso alla costruzione delle basi per le economie di scala e di diversificazione; la realizzazione compiuta della produzione di massa negli anni del miracolo economico; il difficile e complesso passaggio dal fordismo al postfordismo nello scenario di una sempre più accentuata internazionalizzazione. L'autore privilegia le congiunture di breve periodo, ricostruendole con minuzia, tanto che il volume, pur ricco di informazioni e dati quantitativi sugli andamenti produttivi, la manodopera, la redditività, non propone alcuna serie storico/statistica: conta il momento, la fase in cui gli uomini maturano le decisioni. Pur in presenza di prospettive e aspettative di crescita e convergenza verso le condizioni di mercato dei paesi più avanzati, in un lungo e alla fine vittorioso catching up, il lento realizzarsi di tendenze di lungo periodo è costantemente ricondotto all'agire umano, non al manifestarsi di leggi economiche o di paradigmi dello sviluppo.
Dal punto di vista della storia d'impresa, l'autore concentra la sua attenzione sui fattori sociali, politici e culturali. L'impresa appare così come un agente microeconomico fondamentale, in quanto centro decisionale e spazio di relazioni sociali nel quale interagiscono il progresso tecnologico, l'evoluzione dei mercati, i conflitti di lavoro, gli indirizzi di politica economica. Emergono in particolare i condizionamenti dovuti alla conflittualità sindacale e all'intervento pubblico in economia (con le commesse, la politica militare, fiscale, monetaria, del commercio estero), tanto che il libro può essere considerato una storia prevalentemente politica dell'impresa.
Vale la pena segnalare, a questo proposito, che l'autore si schiera, ovviamente, dalla parte di chi sostiene che solo la grande impresa appare in grado di mobilitare, concentrare, organizzare le ingenti risorse necessarie e indirizzarle alla progettualità e alla realizzazione di maggiori potenzialità produttive. Nel suo progressivo affermarsi come unica realtà macrodimensionale nel campo dell'impresa privata, in un contesto come quello italiano caratterizzato soprattutto da sistemi di piccola azienda, la Fiat è arrivata a coprire quote elevatissime del prodotto nazionale. Questo caso peculiare di grande impresa ne ha determinato l'enorme influenza, pienamente manifestatasi a partire dagli anni del miracolo economico, quando la crescita trainata dalla motorizzazione ha posto le basi dell'allargamento del mercato interno e dei consumi che ha cambiato il volto dell'Italia. Qui, riprendendo un giudizio di Eugenio Scalfari, l'autore si riferisce al fatto che in Italia la programmazione è stata opera di Valletta, Oscar Sinigaglia ed Enrico Mattei, vale a dire della maggiore industria privata e delle grandi imprese pubbliche; ma di queste ultime, in quanto fornitrici di acciaio e benzina (e di autostrade), appare evidente il ruolo ancillare. La posizione centrale della Fiat in campo tecnologico e produttivo, assieme alla concentrazione di decine di migliaia di operai, ha altresì fatto della casa torinese, agli occhi del movimento operaio, l'epicentro del capitalismo industriale e dello scontro di classe, il che ha caricato di eccessivi significati politici ogni vicenda sindacale aziendale.
Molto spazio viene dedicato ai rapporti dell'impresa con le forze politiche, considerati soprattutto attraverso le posizioni, le alleanze, i giudizi pubblici e privati espressi dai tre grandi leader. Il ministerialismo della Fiat come costante storica si declina non senza contraddizioni con il giolittismo di Giovanni Agnelli, i difficili rapporti con il fascismo, l'avallo del saragattiano Vittorio Valletta al centro sinistra, le simpatie liberal/democratiche di Gianni Agnelli, le sue critiche al populismo statalista della Dc, la ricerca seppur timida di un dialogo con il Partito comunista e l'appoggio ai tentativi di solidarietà nazionale nei difficili frangenti della seconda metà degli anni settanta. La Fiat appare dunque in vesti progressiste, ma resta da valutare, a mio parere, il ruolo del conflitto nel determinare, in imprenditori sicuramente lungimiranti, il progressismo o l'inclinazione ad affrontare i problemi sociali. Alla fine, la ragion d'impresa appare il più autentico criterio direttivo cui le scelte manageriali si conformano, in tutti i campi.
Castronovo traccia un giudizio fortemente critico dell'alta conflittualità operaia degli anni settanta avallata dalle organizzazioni sindacali, poiché essa disconosceva ogni criterio ed esigenza di redditività e competitività risultando potenzialmente distruttiva dell'impresa stessa. Al contempo non tace degli errori e delle esasperazioni del sistema vallettiano, dei vuoti di consenso di un fordismo dispiegato senza alcun correttivo di natura sindacale. Né tralascia di ricordare gli episodi controversi e discussi dell'operare della Fiat, riconducibili ai timori - radicati a sinistra - dei pericoli per la democrazia derivanti dall'eccessiva influenza di un unico centro di potere privato (dalla vicenda delle schedature, alla questione della proprietà del "Corriere della Sera" in aggiunta a quella della "Stampa", ai recenti casi giudiziari legati a Tangentopoli). La Fiat appare infine, in più occasioni, come il baluardo dell'impresa privata contro l'eccessiva ingerenza dell'impresa pubblica in un'economia mista in cui il settore statale lo si è visto a un certo punto pesantemente dirottato dai criteri di economicità e piegato al sostegno di settori della classe politica. Appena abbozzati sono tuttavia i riferimenti al problema (caro alla tradizione liberal/democratica) di un'azione dello Stato rispettosa dell'iniziativa privata e del mercato, ma produttrice di regole a difesa del mercato stesso dalla preponderanza dei poteri forti. Pur sgombrando il campo da contrapposizioni parzialmente fittizie tra capitalismo manageriale e capitalismo familiare, tra public company e "nocciolo duro", resta il problema della difesa degli azionisti minori a fronte dell'enorme potere di controllo concentrato nel ristretto "salotto buono" dell'alta finanza italiana, ottenuto attraverso sistemi piramidali di partecipazioni incrociate e senza gli esborsi che sarebbero richiesti dal possesso diretto di ingenti quote dei pacchetti azionari. Si tratta di questioni attuali sulle quali il volume offre in ogni caso, attraverso una vasta ricostruzione storica di lungo periodo, innumerevoli
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