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Meneghello Luigi - Le carte. Vol. 3: Anni Ottanta.

Le carte. Vol. 3: Anni Ottanta. TitoloLe carte. Vol. 3: Anni Ottanta.
AutoreMeneghello Luigi
Prezzo € 19,63
Prezzi in altre valute
Dati2001, 486 p.
EditoreRizzoli  (collana Scala italiani)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
"Meneghello rappresenta una delle voci critiche che tanto ci mancano, forti di morale quanto spoglie di retorica. Le sue "Carte" sono un catalogo di pensieri, sono l'accompagnamento ai romanzi e ai saggi, una guida alla dignitosa sopravvivenza." (Oreste Pivetta)

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Si compie ora, con l'uscita del terzo e ultimo volume, l'edificio complessivo delle Carte meneghelliane, cominciate a pubblicare nel 1999 (cfr. "L'Indice", 2000, n.1) e continuate nel 2000. Preannunciate nella loro totalità e nelle loro intenzioni fin dall'inizio, queste Carte non rappresentano altro che la parte residuale - si fa per dire - dell'opera narrativa e saggistica di Meneghello, ma ripensata in un tutto che, pur scritto nella sua progressione dal 1963 al 1989, ha ricevuto una "trascrizione" e una "ripulitura" - secondo l'indicazione dell'autore stesso - "nei tardi anni Novanta".

Naturalmente il titolo Le carte racchiude in sé un'idea sommaria e riduttiva dell'insieme. Si tratta di una definizione che vuol anche essere una tranquilla attestazione di modestia: spesse altre volte Meneghello ha definito sbrigativamente "roba" le sue scritture o, più elevatamente, ma con gli stessi intenti di neutralità affettiva, "materia" (cfr. ad es. La materia di Reading e altri reperti, 1997). In realtà Le carte sono un vero e proprio zibaldone personale, frutto di una scelta e di una rifinitura di pezzi tratti da un materiale più che doppio, come ha confessato l'autore stesso in una Nota preliminare (1999), nella quale cerca anche di categorizzare e distinguere i suoi prodotti: "Sono aforismi, appunti, note di diario, abbozzi di cose incompiute, progetti o barlumi di progetti (a volte affidati soltanto a un titolo), esperimenti, fantasie e sgorbi". Mi pare che tale caratterizzazione rispecchi a puntino i contenuti e non necessiti di ulteriori chiarimenti, se non quello di una vaga ascendenza leopardiana. Il terzo volume che abbiamo sottomano comprende scritture che vanno dal 1980 al 1989, periodo che inizia con lo stacco di Meneghello dall'insegnamento di Reading; la data d'egresso è personalissima, corrisponde alla fine di un'attività "carsica" di accumulo di materiali sommersi: "A partire dal 1990 queste annotazioni private si sono fatte più rare e ho smesso di associarle per annate"(ibid.).

Quello che emerge da queste protratte registrazioni di fatti individuali biografici e mentali è l'officina dello scrittore. In alcuni casi gli appunti si raggrumano per nuclei organizzati di argomenti, com'è il caso, nel 1980, degli Appunti per un saggio sul dopoguerra, o, nel 1987, dei Frammenti per un trattato inedito sullo"spor" [sport]. In particolare le meditazioni sul dopoguerra, del febbraio-marzo 1980, raggiungono intensità particolare, perché rappresentano un Wendepunkt nella vita dell'autore: il momento di maggior tensione politica e ideale, inibito dall'impatto duro con la realtà: "Io e i miei compagni volevamo una cosa da nulla, rifare l'Italia. In verità una nuova Italia stava già emergendo per conto suo dalla confusione della guerra". È anche il momento della riflessione su di sé, sul proprio destino o anche - più semplicemente - sul proprio esito professionale, intravisto in forme non ancora perfettamente definite. L'autoironia di Meneghello sfiora leggermente quel limbo di intenzionalità non ancora consolidate, di ispirazioni appena suggerite: "Per parte mia non mi vedevo impegnato a scrivere professionalmente. Certo non scrivere fole, romanzi. Tutt'al più scrivere nel senso di mettere sulla carta pensieri estemporanei, analisi (laceranti se possibile). Ecco, questo sì: pensatore etico-politico, alta metafisica. Cirri".

Si tratta evidentemente di un dopoguerra visto in una chiave intima: con il senso di una strada ancora da scegliere, di una nebulosa di interessi da saggiare e sceverare. In questa direzione i percorsi che si affacciavano al giovane Meneghello avevano carattere di emulazione postuma, come quello di rileggere "tutti i vecchi libri chiave, o che avevamo creduto tali, cominciando dai libri 'di Antonio'[Giuriolo], quelli della sua biblioteca"; o di erudizione unidirezionale, con l'intento di "ristudiare ordinatamente 'tutto Croce'": l'esempio più integrale di serietà di studi, e di sopravvivenza culturale italiana, con Gentile, Salvemini, Gobetti. Ai propositi di studio si mescolano quelli di vita, i matrimoni degli amici, le considerazioni sulle scelte, strette tra aspirazione e opportunità sociale: "Dicevano sospirando che era meglio sposare te, bionda Maria: ma no, non era meglio. Fantasie. Balle. In realtà pensavano che sposarsi seriamente fuori della tua classe sociale bisogna essere matti, o scemi". E intanto maturavano anche gli interrogativi sulla guerra civile e addirittura sulla reale natura di essa: "Era stata davvero una guerra civile? Franco, compagno e guida di tutti, diceva di no, con l'autorità accorata con cui faceva le dichiarazioni di questo tipo. È un pensiero, filtrato in quella mente, di cui non ho mai potuto analizzare la composizione".

L'abbozzo di questa ricostruzione retrospettiva sul dopoguerra corrisponde a un primo tentativo di dare forma a quel nucleo tematico di "situazioni" (esistenziali, ma anche soprattutto etiche e mentali) che confluirà poi in Bau-sète! (1988); ma corrisponde anche alla maniera zigzagante ed estrosa dello scrittore di inseguire (e perseguire) i suoi fantasmi fin dove possibile, e al suo procedere sempre per tentativi e accumuli di materiali più che per sistematiche e ordinate narrazioni.

Anche in queste Carte l'impressione dominante, al di là di una rigorosa cronologia annalistica e del puntiglio di molte date che salvaguardano in parte anche il valore diaristico e documentario (in senso strettamente biografico) di questi reperti, risulta essere quella di una sfrenata, eclettica intelligenza introspettiva e rammemorativa, che osserva i suoi idola con occhio penetrante e muove da volontà descrittiva, da irridente ironia, talora da cavillosa considerazione del reale. Gli argomenti principali sono sempre gli stessi, pur nella grande varietà delle prospezioni e dei punti di vista. Si tratta dell'osservazione fulminante di amici, di parenti, di colleghi, di persone o gruppi, colti in loro particolari modalità espressive, in condizioni di vita, di attività particolari: secondo un gusto puntiglioso del ritrarre, che non scansa mai il lato stridente, comico o grottesco della situazione e dei personaggi chiamati in causa.

Le carte valgono anche - ora che sono compiute - per una prima valutazione dei modi di procedere dello scrittore, nel suo diuturno sedimento sulla pagina di cose pensate e di effati: quegli effati che per Meneghello hanno valore pregnante e assumono caratteri di sostanze narrative, di argomenti anche più validi dei fatti stessi. In questa direzione molte anche qui sono le meditazioni sul dialetto e sulla lingua (come in Maredè, Maredè..., 1990), spesso non prive di interesse di "poetica": anche se bisogna tenere ben fermo che la priorità sostanziale dell'autore è quella del pensiero. Importante, sotto questo aspetto, è l'osservazione progressiva (testimoniata in tanti punti) del passaggio di Meneghello da un sostanziale neoidealismo di marca nostrana (l'amato Croce) a un più ponderato e maturo empirismo di matrice inglese (Hume), indotto dalla nuova, mutata condizione ambientale dell'espatrio (a partire dal 1947).

Nella grande massa dei temi trattati, dei ricordi, degli aneddoti che costituiscono l'insieme di queste ultime Carte non è facile isolare il singolo punto rilevante. Pure è possibile seguire qualche pista che riporta agli oggetti più cari del mondo meneghelliano, ai suoi termini-chiave, ai suoi feticci. Uno di questi è il dialetto, si sa: per lui "la lingua nativa illumina l'andamento delle cose". Ma qui (5 giugno 1985) si cominciano già a sentire come delle onde di dubbio, si ha l'impressione che, anziché decretare la pacifica stabilità del dialetto, lo scrittore cominci a saggiarne una stato di fluida incertezza: "Un tempo avevo la lingua del mio paese a cui richiamarmi, ora devo ascoltare le voci, sono sussurri appena udibili, vaghi rimbombi, da una zona sta oltre la sfera della luna". E, ancora, a distanza ravvicinata (3 gennaio 1986), sullo stesso registro: "Le cadenze che controlliamo parlando nel nostro dialetto (...) sono forse la parte più ricca e fruttifera del nostro make-up: (...) ma hanno il difetto di essere elusive, effimere. Nascono e muoiono in aria".

E tuttavia Meneghello continua a servirsi del dialetto, facendone un uso specie lessicale, non privo di intenti anche idiomatici. Per lui il dialetto è ineludibile e non facoltativo, anche a scapito di una perspicuità che talvolta non supera la sfera localistica: nel foro interiore esso rappresenta la cifra espressiva ideale, anzi assoluta. Meneghello non si perita di confessare che tutto ciò che non volta in vicentino non gli dice più niente: "non è una questione linguistica, ma metafisica". Riporterò (per ragioni di brevità) solo un esempio di quest'uso poco meno che provinciale e privato del dialetto, esempio del resto non dissimile dai molti presenti ad abundantiam nella sua narrativa: prestiti dialettali "di necessità", essendo essi connaturati al concetto, concrezioni eidetiche del pensiero. La parola dialettale vale per sé, rifulge di luce propria, tirandosi dietro quasi un'emozione segreta, un alone di mistero, nonostante tutta la sua plastica realtà, nota però solo ai parlanti. Così una frase come: "Al mattino ho scribacchiato carte, al pomeriggio lettere. Stasera pumi", sarà da intendere come espressione di sazietà di lavoro che induce al digiuno (lavorativo) serale.

La condizione dell'inglese è per Meneghello simmetrica e insieme opposta: mentre il dialetto è nelle sue forme estrinsecazione di una conoscenza e di una realtà nativa, l'inglese è l'affermazione vittoriosa di un acquisto, l'appropriazione e l'esibizione ulteriore di una specificità linguistica; ma si tratta però sempre di un possesso approssimato per difetto: "Non ho mai capito bene gli inglesi, le cose che mi dicono, la loro lingua". In questa condizione di incertezza esperienziale nascono anche dilemmatiche inchieste sul valore fondativo dell'inglese nella cultura dell'autore, con il curioso sospetto di avere addirittura soverchiato con sovrastrutture individuali le strutture cognitive di quella lingua: "Che non siano state - per esempio - le cose degli inglesi a colmare per me la loro lingua di certi significati, ma una serie di costrutti mitici che inseguivo per conto mio?".

Anche l'esperienza inglese nella sua complessità (6 aprile 1986) viene ripensata a distanza in tutti i suoi elementi istitutivi complessivi; e sembra una riconsiderazione generale e una presa di distanza: "Oggi mi pare ovvio che l'Inghilterra dei tardi anni Quaranta non assecondava la mia natura: non il paesaggio fisico (nella campagna), struggente, irreale, così simile a un eliso; non il paesaggio umano e sociale, a cui cercavo di assimilarmi con un certo slancio penitenziale; e in fondo nemmeno il clima del pensiero empirico e dei sentimenti sfumati". Ma in realtà la lingua inglese continua a pervadere la prosa di Meneghello, ne costituisce un serbatoio elocutivo di riserva. Nominare è possedere: il senso dell'appropriazione della lingua passa per queste designazioni immediate, come se la prima formulazione di un concetto, in qualsivoglia idioma significata, avesse la precedenza su tutte le altre possibili coesistenti, parallele o alternative. L'inglese di Meneghello non è snobistico o intellettuale; è istintivo e naturale: il pensiero si aggancia alla sua prima, più immediata locuzione, che diventa perciò stesso indispensabile. Anche se talora l'intraducibilità di alcuni termini (come gimmicky, su cui si discetta) veicola di per sé singolarità e incertezza interpretativa, assai più spesso essi hanno funzioni di rinforzo argomentativo o di cammeo lessicale: funzioni retoriche e stilistiche si danno la mano.

Una considerevole parte delle Carte è legata all'aneddotica privata: compaiono di continuo, anche a distanza di anni, le figure care dell'infanzia e della giovinezza: il nonno, lo zio (evocato nei suoi amori e nella morte), la moglie Katia (presente come testimone partecipe in tante circostanze), gli amici degli studi e della lotta politica. Si può dire che nessuno dei personaggi noti della mitologia narrativa di Meneghello non trovi qui un suo completamento, una sua, sia pur desultoria, precisazione. È come se il dialogo con i propri interlocutori consueti non si fosse mai interrotto: si va dalla registrazione simultanea di apoftegmi, colloqui, opinioni espresse alla ricostruzione di momenti ed eventi lontani. Il fondo diaristico di queste Carte si dilata in puntate saggistiche, in giudizi di valore letterari, in divagazioni. Perché il tratto saliente di Meneghello è sempre quello di un'intelligenza acutissima ma divagante, che ama gli aggetti a distanza, i richiami aerei, e come sospese tra argomento e argomento le sorprese del paradosso comparativo. Con lui si sa dove si comincia, mai dove si finisce. Pare alludere a questa intrinseca caratteristica il suggerimento autocritico e propositivo contenuto in un pezzo datato 19 novembre 1984: "Scritture da cui le cose emergono in maniera ellittica e intensa. (...) Non pare possa servire la libertà corsiva a cui io personalmente sarei incline".

Di tanto in tanto affiorano i vecchi maestri dell'università di Padova: Marchesi, Troilo, Valgimigli, figure già comparse nei Fiori italiani (1976). È come se tutto e tutti dovessero sottostare a sempre nuove approssimazioni del ricordo, a reiterate considerazioni. A Valgimigli (prendo lui per campione) è dedicata (30 maggio 1982) una rivisitazione fondata sulla rilettura delle opere con relativo articolato giudizio: "Con la freschezza e vivezza delle impressioni (sempre in chiave professionale) c'è una certa serena mancanza di rigore nei suoi pensieri sulla natura della poesia, sia in generale, sia in determinati autori, Saffo, Eschilo". Anche i colleghi e amici inglesi hanno parte preponderante in questa permanenza memoriale del passato e nei frequenti ritorni interrogativi a esso. Spicca su tutti la figura paradigmatica di sir Jeremy [Donald J. Gordon], con il quale si instaurano anche colloqui postumi, contorniato da tutta una serie di altre personalità, già in parte incontrate nella ricostruzione dell'esperienza inglese (cfr. Il dispatrio,1993).

Assai notevoli sono talune riflessioni sopra alcuni scrittori contemporanei, italiani e stranieri. Montale ritorna sovente; ma anche altri cadono sotto il bisturi sezionatore di Meneghello: nel caso di giudizi poco riverenti il riferimento viene schermato attraverso allusioni o semplici iniziali. In qualche caso però si tratta di vere e proprie segnalazioni di scoperte, come avviene per la tardiva lettura di Comisso. Ammirazione e distacco si danno la mano: "Comisso. Impressioni molto vive, con effetti di miracolosa spontaneità. Si tratta però di impressioni generate in lui da stimoli esterni (...). Manca radicalmente l'impegno alla riflessione, l'interesse adulto per la vita intellettuale e morale. Su questo terreno C., sempre molto simpatico, sembra un bambino". Un altro grande scrittore, Piovene (pure vicentino), passa al vaglio di Meneghello, in una stringatissima notazione: e sembra una specie di confronto alla pari tra concittadini, senza complessi o idolatrie: "'Pietà contro pietà': conceit lambiccato, titolo brutto. L'antica Novizia mi era parsa sottile e memorabile, la Gazzetta stimolante, spiritosa, I falsi redentori, falsi".

Dare un ragguaglio totale della materia delle Carte è impossibile, tale e tanta è la mole che le compone e la complessità degli argomenti che le attraversa. Ma è certo che il lettore affezionato di Meneghello saprà ritrovare nei meandri cogitativi di questo singolare pensatore (non è impropria questa definizione dell'autore), anche i primi barlumi delle sue invenzioni narrative e apprezzare gli innumeri Witze della sua lingua e del suo pensiero. Nell'intenzione dell'autore c'è in più però una tensione sottostante, un'ansia "artistica" di realtà, un'idea di poetica non sempre soddisfatta. Chiarificatrice è la dichiarazione del 24 maggio 1985: "Essenza delle Carte, se ce n'è una: sforzo di pareggiare qualcosa, una presunta realtà effettiva di alcune cose...", con quel che segue.

Tanti sono i segnali, sparsi qua e là, di una discrezione personale, di un'autorappresentazione in levare che è anche, al fondo, il tratto d'una ricerca di identità. Si veda un proprio ritratto allo specchio: "Sono un accademico solo nel senso che sto in accademia, e non mi licenziano, anzi mi pagano. Sono un letterato nel senso che pubblico qualche raro libro di stampo letterario, ma questo è un pis aller. E allora cosa sono? Sono un macaco contemporaneo di lingua italiana". E altrove, marcando proprio una sua peculiarità di raccoglitore di reperti linguistico-letterari dimenticati o desueti, Meneghello arriva a dichiararsi uno "straccivendolo" della penna: "Già, strassareto non sarebbe il nome giusto per chi smercia, lettore candido, scritture come le nostre?". Con questa professione di ridimensionamento e di limitazione individuale Meneghello si ritaglia un suo ristretto dominio, un suo ambito demitizzato, mostrando di prendersi solo parzialmente sul serio.

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