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Casson Felice - La fabbrica dei veleni

La fabbrica dei veleni
Zoom della copertina
TitoloLa fabbrica dei veleni
AutoreCasson Felice
Prezzo € 16,00
Prezzi in altre valute
Dati2007, 340 p., brossura
EditoreSperling & Kupfer  (collana Continente desaparecido)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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Descrizione
157 morti di tumore, 120 discariche abusive e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici, un colosso dell'economia italiana sotto accusa: il processo al Petrolchimico di Porto Marghera, iniziato nel 1998, si è presto rivelato un caso clamoroso, concluso nel 2004 con la condanna di numerosi dirigenti di Enichem e Montedison. Felice Casson, pubblico ministero, ricostruisce la lunga inchiesta e lo scellerato "patto del silenzio" sottoscritto dalle maggiori industrie chimiche mondiali per tenere segreti i dati sulla pericolosità del cloruro di vinile. Con il ritmo di un film d'azione, il libro svela il complesso disegno del caso: le scoperte di un caparbio medico di fabbrica, le reazioni dei vertici aziendali, i sospetti degli operai, i ricatti politici, gli scontri della fase processuale.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
157 operai morti, 103 resi infermi, 25 per cento di mortalità sopra la media per tumori delle vie respiratorie nella popolazione residente, rifiuti tossici occultati e fanghi alla diossina depositati sui fondali lagunari. è il bilancio di Porto Marghera, il petrolchimico di Venezia sotto accusa in un processo durato dodici anni assieme ai vertici aziendali di Enichem e Montedison, assolti in primo grado nel 2001 ma riconosciuti colpevoli in appello nel 2004, sentenza confermata in cassazione nel 2006. A raccontare la storia del procedimento giudiziario è Felice Casson, il magistrato che nel 1994 raccolse nel suo studio di piazza San Marco la denuncia di Gabriele Bortolozzo. Assieme ad alcuni colleghi, nell'indifferenza del mondo istituzionale e sindacale, quell'operaio autodidatta andava denunciando i pericoli di lavorazione del polivinilcloruro (pvc), materia plastica fra le più diffuse, e aveva perfino raccolto in un dossier le prove della strage che colpiva i lavoratori di Marghera.
Dopo tre anni di inchieste preliminari, il procedimento fu aperto nel 1998. Il rinvio a giudizio verteva sulle condizioni di lavorazione del cloruro di vinile monomero (cvm), gas usato per produrre il pvc, lavorato senza protezioni dagli operai esposti a polveri ed esalazioni cancerogene. Lungo trentacinque rapidi capitoli il libro racconta gli sviluppi delle indagini portate avanti in un clima di ostilità e di reticenze, per veder ammesse la notizia di nocività del cvm e le inadempienze nella tutela della salute, fino a rivelare un colpevole scenario di sottovalutazione dei rischi, scarsissimo rispetto dei lavoratori e assenza di cure per l'ambiente.
I primi indizi sulla cancerogenicità del cvm risalgono agli studi del 1949 di un ricercatore russo. Le ricerche successive, poche per la verità, sembrarono confermare i sospetti ma, come per l'amianto e il fumo, le aziende produttrici furono l'ostacolo principale. Pur a conoscenza dei gravi rischi, "anziché aprirsi a decisioni e comportamenti di trasparenza, fin dalla metà degli anni Sessanta il mondo industriale aveva posto le basi per la stipula di un vero e proprio patto di segretezza, sulla pelle dei lavoratori". La pericolosità del cvm fu riconosciuta apertamente solo nel 1974, dopo che in una fabbrica del Kentucky quattro operai erano morti per angiosarcoma del fegato, una sindrome rarissima. Neppure quell'evento fu però sufficiente per Marghera: in assenza di interventi efficaci, gli operai continuarono ad ammalarsi e morire ancora per venti anni, nell'omertà dei vertici industriali assecondati dall'inerzia sindacale e dalle manchevolezze degli enti di controllo.
Forse non sarebbe stato necessario arrivare a quel punto se vi fosse stata una politica di settore del governo, o una vertenza nazionale sulla chimica e magari una comunità scientifica indipendente e credibile sulla sicurezza nella produzione industriale. Emergono in questo disarmante quadro le responsabilità dei cosiddetti "esperti", i medici del lavoro soprattutto. Casson ne riconosce alcuni seri culturalmente e onesti intellettualmente, come Pier Luigi Viola, che fra il 1969 e il 1970 rivelò i dati sulla tossicità del cvm in due congressi internazionali, nonostante la malcelata ostilità della Solvay di Rosignano, dove operava coadiuvato solo da Antonio Caputo, patologo dell'Università di Perugia. Ma si tratta di eccezioni. La gran massa nelle strutture pubbliche e private preferisce il quieto vivere e si disinteressa di questioni scomode, oppure è "venduta", capace anche di falsare i dati per accomodare i potenti di turno. Illustri cattedratici hanno raccontato nelle udienze che gli operai morivano di tumore al fegato solo per gli eccessi del bere, di tumore polmonare solo perché fumavano, in spregio delle evidenze scientifiche e della casistica raccolta loro davanti e nello sconcerto dei parenti che in aula piangevano le vittime.
Per rompere il muro di silenzio, Casson dovette cercare prove nei posti più reconditi, spostandosi dalla campagna veneta al profondo Sud statunitense, da Roma all'Inghilterra. La fabbrica dei veleni offre molto spazio alla narrazione anche emotiva di quei viaggi. Il libro non però è un legal thriller né ha intenti tecnici, è piuttosto un racconto irregolare scritto nella speranza di tornare utile alla coscienza pubblica. Fu così anche per La morte colorata (1978) del giornalista Mauro Benedetti, storia del processo all'Ipca di Ciriè, altra tragedia collettiva delle lavorazioni chimiche, consumatasi nei pressi di Torino. Si tratta di spaccati della realtà storico-sociale e culturale contemporanea, testimonianze di un'antropologia in fieri troppo viva per i parametri letterari tradizionali ma, proprio per questo, da adoperare anche nelle scuole come manuali di educazione civica per il rispetto della persona, del lavoro e dell'ambiente.
Enzo Ferrara

I vostri commenti
Gabriele (10-01-2008)
Il miglior libro sul petrolchimico è "Processo a Marghera",quello che racconta meglio le storie di chi là ci ha perso la vita è "Petrolkimiko",quello che svela meglio le macchinazioni delle industrie "Petrolkiller",serviva dunque un altro libro??? La risposta è sì perchè questa vicenda non deve essere dimenticata ed inoltre senza il contributo di Casson l'inchiesta non sarebbe mai partita,il libro è scritto bene e risulta chiaro,per me si merita il massimo
Voto: 5 / 5

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