|
|  |
Pischedda Bruno - Due modernità. Le pagine culturali dell'«Unità»... | Il libro è rivolto a interpretare in forma innovativa un periodo fondamentale della storia della cultura italiana del secondo dopoguerra: quello che va dal 1945 al 1956. L'ottica di analisi presecelta è particolare: il concreto lavoro giornalistico di una testata come l'"Unità" di quegli anni, fucina di un ripensamento sui caratteri della storia nazionale e di un rovello letterario di primordine. Giornale sì di partito, ma anche giornale di opinione, rivolto ad un vasto pubblico, con una sensibilità spiccata alle tematiche rivolte a rinnovare e a sprovincializzare un mondo rimasto rinserrato nella chiusura fascista. Il volume disvela inoltre tutte le difficoltà che l'intellettualità comunista dell'epoca rende manifesti via via che persegue il suo disegno.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1996, n. 1
"Se questa può essere una lettura utile a tutti - si leggeva sulla terza pagina de "l'Unità" del 18 giugno 1949 -, è certamente una lettura indispensabile ai comunisti. Per essi sarà una lettura tonica, disintossicante": Quale incantevole opera era l'oggetto di questo pressante consiglio? Il capolavoro di Zdanov: "Politica e ideologia", summa dottrinaria del "realismo socialista". È solo uno dei numerosi episodi di ottusità giornalistica messi a nudo in questo saggio sulla terza pagina del quotidiano del Pci, in un periodo in cui - fra la Liberazione, la Costituente, la guerra fredda e il rapporto Kruscëv sui crimini di Stalin - la vita culturale del nostro paese s'intrecciò profondamente con la storia dei comunisti.
Ma questo non è un libro che rilegge il passato con il senno di poi. Pischedda riesce, attraverso "l'Unità", nella difficile operazione di ricostruire il rapporto tra mondo comunista e cultura italiana, mettendo a fuoco sia quelle che Paolo Spriano chiamò "le passioni di un decennio", sia i gravi limiti e ritardi della politica culturale togliattiana. Il paese e il partito erano protagonisti di uno sforzo di modernizzazione che perseguiva obiettivi sostanzialmente contraddittori: mentre gli italiani si laicizzavano e si americanizzavano, i caposaldi della politica culturale comunista erano rappresentati dall'antiamericanismo e dal filosovietismo.
Lo sfondo è quello di un primato dell'ideologia, in forza del quale l'intellettuale comunista "sa legare completamente la sua opera alla vita e alla lotta del partito" (Secchia, 1948). Il nocciolo concettuale, spiega Pischedda, è che la nozione di cultura "in quanto insieme di prodotti artistici e di valori estetici" è considerata superata, in favore di un'idea della cultura come "il manifestarsi di rapporti civili economicamente e storicamente determinati". Come sappiamo, ciò significa che la lotta culturale, o il "lavoro intellettuale" di bianciardiana memoria, fanno parte della costruzione d'un modello politico e sociale. Il risultato pratico è che "l'Unità" non dedicò nessun articolo alla disputa culturale rimasta più famosa: quella fra Togliatti e Vittorini.
Su questo sfondo si svilupparono però, nel lavoro critico e nel dibattito giornalistico, due tendenze, in opposte direzioni (a parte gli interventi apertamente condizionati da necessità politiche, come la stroncatura di Carlo Salinari a "Una manciata di more" di Ignazio Silone).
La prima è l'esaltazione dell'eroe positivo. Ciò significa che narratori e cineasti hanno il dovere di proporre al pubblico modelli che consentano di decifrare la realtà in chiave marxista. Da qui il fastidio per opere come "Il conformista" di Moravia: "Come può oggi Moravia negare l'esistenza di uomini eroici, anticonformisti? L'eroe positivo si è andato moltiplicando sotto i nostri occhi, nelle lotte di ogni giorno". Né furono risparmiati "I vitelloni" di Fellini, accusati di condiscendenza "nostalgica e corriva" verso i personaggi, dopo che era stata loro data "una tipicità, un'importanza che invece non hanno".
La seconda è l'enorme interesse per i mezzi di comunicazione di massa, innanzi tutto il cinema ma in seguito anche la televisione. Esemplare il dibattito sugli insuccessi dei capolavori del neorealismo (l'ultimo caso è "Umberto D.") e sul successo di pellicole come "Pane, amore e fantasia". Almeno al cinema, le masse se ne andavano per conto loro. Mentre è perfino ingenua la considerazione mostrata per la televisione: "Lascia o raddoppia?" venne giudicata "l'unica rubrica indovinata della Tv" e Mike Bongiorno un esempio di presentatore "simpatico, moderno, sobrio, niente affatto istrionico".
|
|
 | I più venduti di Pischedda Bruno |
|
|