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Pischedda Bruno - Due modernità. Le pagine culturali dell'«Unità»...

Due modernità. Le pagine culturali dell'«Unità» (1945-1956) TitoloDue modernità. Le pagine culturali dell'«Unità» (1945-1956)
AutorePischedda Bruno
Prezzo € 30,50
Prezzi in altre valute
Dati1995, 272 p.
EditoreFranco Angeli  (collana Fondazione Giangiacomo Feltrinelli)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 5 giorni lavorativi
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Descrizione
Il libro è rivolto a interpretare in forma innovativa un periodo fondamentale della storia della cultura italiana del secondo dopoguerra: quello che va dal 1945 al 1956. L'ottica di analisi presecelta è particolare: il concreto lavoro giornalistico di una testata come l'"Unità" di quegli anni, fucina di un ripensamento sui caratteri della storia nazionale e di un rovello letterario di primordine. Giornale sì di partito, ma anche giornale di opinione, rivolto ad un vasto pubblico, con una sensibilità spiccata alle tematiche rivolte a rinnovare e a sprovincializzare un mondo rimasto rinserrato nella chiusura fascista. Il volume disvela inoltre tutte le difficoltà che l'intellettualità comunista dell'epoca rende manifesti via via che persegue il suo disegno.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1996, n. 1

"Se questa può essere una lettura utile a tutti - si leggeva sulla terza pagina de "l'Unità" del 18 giugno 1949 -, è certamente una lettura indispensabile ai comunisti. Per essi sarà una lettura tonica, disintossicante": Quale incantevole opera era l'oggetto di questo pressante consiglio? Il capolavoro di Zdanov: "Politica e ideologia", summa dottrinaria del "realismo socialista". È solo uno dei numerosi episodi di ottusità giornalistica messi a nudo in questo saggio sulla terza pagina del quotidiano del Pci, in un periodo in cui - fra la Liberazione, la Costituente, la guerra fredda e il rapporto Kruscëv sui crimini di Stalin - la vita culturale del nostro paese s'intrecciò profondamente con la storia dei comunisti.
Ma questo non è un libro che rilegge il passato con il senno di poi. Pischedda riesce, attraverso "l'Unità", nella difficile operazione di ricostruire il rapporto tra mondo comunista e cultura italiana, mettendo a fuoco sia quelle che Paolo Spriano chiamò "le passioni di un decennio", sia i gravi limiti e ritardi della politica culturale togliattiana. Il paese e il partito erano protagonisti di uno sforzo di modernizzazione che perseguiva obiettivi sostanzialmente contraddittori: mentre gli italiani si laicizzavano e si americanizzavano, i caposaldi della politica culturale comunista erano rappresentati dall'antiamericanismo e dal filosovietismo.
Lo sfondo è quello di un primato dell'ideologia, in forza del quale l'intellettuale comunista "sa legare completamente la sua opera alla vita e alla lotta del partito" (Secchia, 1948). Il nocciolo concettuale, spiega Pischedda, è che la nozione di cultura "in quanto insieme di prodotti artistici e di valori estetici" è considerata superata, in favore di un'idea della cultura come "il manifestarsi di rapporti civili economicamente e storicamente determinati". Come sappiamo, ciò significa che la lotta culturale, o il "lavoro intellettuale" di bianciardiana memoria, fanno parte della costruzione d'un modello politico e sociale. Il risultato pratico è che "l'Unità" non dedicò nessun articolo alla disputa culturale rimasta più famosa: quella fra Togliatti e Vittorini.
Su questo sfondo si svilupparono però, nel lavoro critico e nel dibattito giornalistico, due tendenze, in opposte direzioni (a parte gli interventi apertamente condizionati da necessità politiche, come la stroncatura di Carlo Salinari a "Una manciata di more" di Ignazio Silone).
La prima è l'esaltazione dell'eroe positivo. Ciò significa che narratori e cineasti hanno il dovere di proporre al pubblico modelli che consentano di decifrare la realtà in chiave marxista. Da qui il fastidio per opere come "Il conformista" di Moravia: "Come può oggi Moravia negare l'esistenza di uomini eroici, anticonformisti? L'eroe positivo si è andato moltiplicando sotto i nostri occhi, nelle lotte di ogni giorno". Né furono risparmiati "I vitelloni" di Fellini, accusati di condiscendenza "nostalgica e corriva" verso i personaggi, dopo che era stata loro data "una tipicità, un'importanza che invece non hanno".
La seconda è l'enorme interesse per i mezzi di comunicazione di massa, innanzi tutto il cinema ma in seguito anche la televisione. Esemplare il dibattito sugli insuccessi dei capolavori del neorealismo (l'ultimo caso è "Umberto D.") e sul successo di pellicole come "Pane, amore e fantasia". Almeno al cinema, le masse se ne andavano per conto loro. Mentre è perfino ingenua la considerazione mostrata per la televisione: "Lascia o raddoppia?" venne giudicata "l'unica rubrica indovinata della Tv" e Mike Bongiorno un esempio di presentatore "simpatico, moderno, sobrio, niente affatto istrionico".

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