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Singer Peter - Etica pratica |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Cavalieri, P., L'Indice 1990, n. 1
L'applicazione della teoria a problemi pratici è oggi un aspetto consolidato della filosofia morale. Con "Etica pratica" Peter Singer ce ne dà uno degli esempi più riusciti e provocatori. Questioni fondamentali quali l'eguaglianza, il trattamento degli animali non umani, l'aborto, l'eutanasia, la fame nel mondo e la disobbedienza civile vengono presentate in modi non tecnici e documentate con cura, mentre chiare ed essenziali sono le spiegazioni di tesi anche difficili. Se si aggiungono la classicità dello stile e le doti maieutiche di cui Singer aveva già dato prova in "Animal Liberation*, si comprende come anche un testo di filosofia si possa leggere d'un fiato dalla prima all'ultima pagina.
Il libro non è tuttavia solo il frutto del rinnovato interesse filosofico per le questioni concrete. "Etica pratica" affonda le radici nella tradizione militante di quell'utilitarismo classico di cui Singer è uno dei massimi esponenti contemporanei. Per Singer, come per Bentham e per Mill, i concreti casi in discussione, ben lontani dall'essere semplici esempi destinati ad illustrare principi, si situano al centro dell'interesse della filosofia morale, perché compito dell'etica è affrontare i problemi correnti, e sfidare le comuni assunzioni e gli inveterati pregiudizi. "Etica pratica" è così percorso dall'appassionato desiderio di estendere l'ambito della nostra preoccupazione morale oltre i limiti che la moralità convenzionale le assegna.
Due sono in particolare le caratteristiche della dottrina utilitarista su cui Singer fa leva in questo senso, portandole alle loro. logiche conseguenze. Da una parte, l'intransigente egualitarismo benthamita è esplicitato sino a richiedere l'applicazione del principio di eguaglianza al di là dei confini della nostra specie; dall'altra, il rifiuto consequenzialista della distinzione tra atti ed omissioni viene impiegato per rivoluzionare la valutazione morale di atteggiamenti correnti, come quello verso la fame nel mondo.
La prima questione è trattata nel fondamentale capitolo "Eguaglianza per gli animali?", che conclude l'esame e la difesa del principio della eguale considerazione degli interessi. Se per l'utilitarismo classico tutto ciò che conta moralmente è la massimizzazione della felicità aggregata (e la minimizzazione della sofferenza aggregata) di tutti gli esseri coinvolti, valore e disvalore non sono connessi agli esseri, ma alle pene e ai piaceri. La natura degli esseri è indifferente: uomo o donna, nero o bianco, intelligente o stupido "ciascuno conta per uno e per uno soltanto". L'argomento che Singer avanza per l'estensione agli animali del principio di eguaglianza non è altro che il coerente sviluppo di tale posizione, così come è formulata in un breve passo di Bentham: all'irrilevanza morale del sesso o del colore della pelle corrisponde l'irrilevanza morale del numero delle zampe, e lo "specismo" - la discriminazione cioè fondata sulla specie - è soltanto un pregiudizio comparabile al razzismo e al sessismo. Singer conclude che l'unica condizione per l'accesso alla sfera dell'eguaglianza è la sensibilità, intesa come capacità di soffrire e di godere, e che in tale sfera vanno dunque inclusi gli animali non umani.
Le implicazioni che tale conclusione comporta per le nostre pratiche quotidiane, prima fra tutte quella di usare animali come cibo, sono rilevanti. Ma l'impegno concretamente riformatore di Peter Singer non si arresta qui: altrettanto forti sono infatti le richieste che derivano dall'equivalenza morale di atti ed omissioni. Se, in una prospettiva utilitarista, ciò che conta moralmente è il risultato della condotta, poco importa se un cattivo risultato sia dovuto al nostro attivo, deliberato intervento o piuttosto ad un atteggiamento passivo che semplicemente lasci che le cose accadano. Se nel terzo mondo il 40% della popolazione vive al di sotto di ogni accettabile standard, ad un livello che è stato definito di "povertà assoluta", non è importante - osserva Singer - se noi siamo o meno responsabili del sottosviluppo di tali aree: il problema è che noi lasciamo che la gente muoia o soffra quando, ad un costo per noi assai inferiore al male che allevieremmo, potremmo intervenire e salvare. Come saremmo tenuti a salvare un bambino che stesse annegando sotto i nostri occhi, così abbiamo il dovere morale di assistere il terzo mondo, sia apportando contributi individuali che ricorrendo a forme di pressione politica.
La dottrina radicale della responsabilità negativa viene in "Etica pratica" sfruttata anche in senso diametralmente opposto. E questo per esempio il caso dell'approccio di Singer al problema della relazione tra forma passiva e forma attiva di eutanasia: se è lecito lasciar morire esseri umani incurabili e sofferenti, si deve considerare moralmente accettabile anche la loro uccisione rapida ed indolore, qualora la desiderino. Ma è in effetti lecito anche solo lasciar morire? Singer ritiene di sì, e ciò sulla base della sua più generale riflessione sul problema del togliere la vita.
Il tema è uno dei più cruciali del libro - tanto cruciale che in riferimento ad esso Singer abbandona l'ortodossia edonista a favore di una combinazione tra l'utilitarismo classico e quello che ritiene appropriato definire "della preferenza". È questa svolta, che è stata oggetto di molte critiche, a permettere a Singer di accordare almeno ad una certa categoria di esseri - le "persone" - quella presa sulla vita che l'utilitarismo classico (in particolare nella versione "totale" da Singer utilizzata) tradizionalmente non concede. "Persona" non esprime qui naturalmente una nozione specista, perché non significa essere umano, ma si riferisce a tutti gli esseri che sono dotati di autocoscienza, colgono se stessi come entità distinte con un futuro ed hanno preferenze anche circa tale futuro - agli esseri umani adulti normali in primo luogo, dunque, ma anche alle scimmie antropomorfe, a taluni cetacei; al maiale e a qualche altro mammifero, ma non al feto e all'umano cerebroleso. Per l'utilitarismo della preferenza questi esseri non sono puri ricettacoli di utilità: non possono essere uccisi e sostituiti da un eguale numero di esseri altrettanto felici, perché in tal caso verrebbe frustrata la loro preferenza per la vita senza che nulla venisse a compensare tale perdita. "Ceteris paribus" è dunque sbagliato ucciderli, mentre non si può dire lo stesso di esseri soltanto coscienti.
Una tale combinazione di utilitarismo classico e della preferenza permette a Singer di eliminare alcune tra le implicazioni più controintuitive dell'utilitarismo edonista riguardo al problema del togliere la vita in condizioni normali. Tornando al caso dell'eutanasia, gli permette anche di difenderne la forma "volontaria" sulla base delle preferenze delle persone coinvolte, attribuendo cioè alla loro vita un valore superiore alla semplice somma di piacere e di dolore di cui sono in quel momento ricettacolo. In altri casi, tuttavia, come quello dell'aborto o dell'eutanasia "non-volontaria" - l'eutanasia cioè concernente esseri umani incapaci di comprendere la scelta tra la vita e la morte - le posizioni che essa porta ad assumere sono più controverse. Se infatti molti sono disposti ad accettare l'aborto entro un certo numero di settimane dal concepimento, quanti sono coloro che, anche nei casi più disperati di menomazione, sono propensi ad un infanticidio che pur liberi il bambino - che non è (ancora) una persona e non ha quindi in questa prospettiva una preferenza per la vita - dalle sue sofferenze e che faccia posto ad un altro bambino, sano e felice?
Per la tradizione utilitarista classica, risultati apparentemente inaccettabili non sono da considerarsi tali se la discussione razionale conduce ad ammetterli. Qualora vi sia contraddizione tra le nostre intuizioni morali ed una teoria fondata, sono le prime a dover cedere il passo alla seconda, e non viceversa. La discussione di casi come l'infanticidio dimostra come, anche per guanto riguarda il dibattuto tema del valore della vita, Singer non si distacchi radicalmente da tale tradizione.
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