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Angioni Giulio - I pascoli erranti. Antropologia del pastore in Sardegna

I pascoli erranti. Antropologia del pastore in Sardegna TitoloI pascoli erranti. Antropologia del pastore in Sardegna
AutoreAngioni Giulio
Prezzo € 25,50
Prezzi in altre valute
Dati1989, 296 p., ill.
EditoreLiguori  (collana Anthropos)

Attualmente non disponibile su IBS
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
CALTAGIRONE, BENEDETTO, Animali perduti. Abigeato e scambio sociale in Sardegna

ANGIONI, GIULIO, I pascoli erranti. Antropologia del pastore in Sardegna
recensione di Gallini, C., L'Indice 1991, n. 1

In Sardegna, la ricerca antropologica sta producendo frutti interessanti e che nei casi migliori - in virtù del loro metodo - sanno essere qualcosa di più che una mera documentazione localistica. Essi possono interessare anche un lettore non strettamente addetto ai lavori, che tuttavia si sia posto il problema dell'incongrua convivenza di pecore e raffinerie nel paesaggio sardo. Decifrare le complesse trame culturali che sottendono a quanto appare sostanziato solo di animali, di piante, di rocce - mentre invece è tessuto da uomini, che si rapportano tra loro e, attraverso il lavoro e i suoi strumenti, si rapportano anche alla terra e a quanto vive su di essa - non è cosa di poco conto, anche a partire dalla semplice constatazione che quasi la metà della superficie dell'isola è utilizzata a pascolo e che la pastorizia rende all'incirca un quarto del prodotto interno lordo della regione. Eppure, a fianco delle ciminiere di Ottana, il pastore non ha trasformato i propri modi di lavorare e di produrre in misura altrettanto rapida e radicale di quanto hanno fatto altri settori della società. È vero che un certo numero di pastori si è sedentarizzato trasferendosi in alcune regioni del continente o in alcune zone dell'isola, ma la pastorizia transumante continua, e anzi si estende territorialmente, occupando gli spazi lasciati vacanti dall'abbandono dell'agricoltura. Condizioni e rapporti della produzione restano relativamente immutati. Ancorate alla tradizione le condotte e le rappresentazioni.
Il libro di Giulio Angioni parte appunto da queste evidenze, per trasformarle in problemi e precise direzioni di ricerca. "I pascoli erranti" è il maturo compendio di un ventennio di studi sulla cultura pastorale, e fa seguito a un altro consistente studio, "Sa Laurera" (Edes, Cagliari) sul lavoro contadino. Entrambi vogliono essere un articolato esame dell'universo, pratico e simbolico, di cui si compone la vita dei due diversi soggetti sociali, del contadino e del pastore. Ma forse "I pascoli erranti" vuol essere anche una verifica di concetti -corpo, lavoro, strumento, ma anche famiglia e comunità - a partire non da apriorismi o postulati mitici, ma dai dati della ricerca.
Come quello del selvaggio, anche il mito del pastore può presentare una doppia valenza, positiva o negativa: da un lato la criminalizzazione in blocco di un'area culturale, rappresentata come fucina di valori e comportamenti delinquenziali; dall'altro l'esaltazione di una pur sempre ipotetica "costante resistenziale" dell'isolano rispetto a ogni forma di colonizzazione dall'esterno. I due miti si intrecciano, per essere rifunzionalizzati a seconda dei soggetti e delle occasioni sociali o politiche, come è anche avvenuto in anni non molto lontani, quando i discorsi sull'identità e l'autonomia sarda tendevano a radicalizzarsi in direzioni quantomai irrealistiche. E in direzioni più esplicitamente critiche su questo punto ci porta anche il libro di Benedetto Caltagirone, di cui si dirà più avanti.
Un altro mito che ogni tanto riemerge quando si parla di Sardegna è quello di un "matriarcato sardo" per cui, specie nelle zone pastorali, alle donne sarebbe riconosciuto un esercizio di potere sui figli e sulla roba, inusitato in altre condizioni. Ma è proprio l'esame delle singole specificità di queste condizioni a portare l'autore a conclusioni ben diverse: il potere e il controllo sulla casa la roba, i figli, la donna lo deve ai fatto primario di essere lei stessa controllata, in quanto confinata in un ruolo legato alla sua funzione riproduttiva.
Le condizioni di lavoro del pastore, relativamente immutate, vanno ricondotte secondo Angioni all'esistenza di una invariante strutturale nei rapporti di produzione. Da sempre il pastore sardo ha potuto avere (nella realtà o nell'aspirazione, se servo o dipendente) la proprietà delle proprie greggi, ma non ha avuto mai il controllo delle terre e neppure ha potuto controllare il mercato dei suoi prodotti, da quando si sono insediate sull'isola le moderne industrie e i moderni mercati caseari, venuti tutti dal continente. Ed è dentro questa strozzatura, ormai sistematica, che lo vediamo esercitare i propri collaudati saperi, mettere in atto le proprie strategie, all'interno di rapporti sociali (famiglia, comunità) che sono presupposto e conseguenza di tutte queste condizioni.
Ciò premesso, siamo finalmente introdotti alla conoscenza di un universo di pratiche e sapori tradizionali che ci appaiono precisi, operativi, concreti: "razionali" appunto in quanto trasformano l'informe in connotato e manipolabile. Qualche esempio: lo spazio di pascolo o di transumanza, non selvaggio o naturale come può apparire a un estraneo ma mappa ripercorsa, riletta e marcata da segrete presenze umane. Il gregge, che non è agglomerato amorfo, ma composizione di animali individuati ciascuno con un nome (affascinante la descrizione dei sistemi di nomenclatura delle pecore) e un suono di campanaccio. Il lavoro sul bestiame, che richiede precisi interventi nei diversi momenti della monta, del parto, dell'allattamento e dello svezzamento, della tosatura, della malattia ecc. Il corpo del pastore, che è primariamente strumento di lavoro perché, a differenza di chi lavora la terra e può usare zappe ed aratri, col bestiame minuto gli attrezzi da usare son pochi ed è tutto affidato alla destrezza delle mani, alla forza delle gambe e delle braccia e alla vigilanza dell'occhio - anche per stare attento ad eventuali perdite o furti. Sapere implicito del corpo - ci dirà Angioni sulla scorta di Leroi Gouran - che si traduce in capacità non tradotte in parole, ma evidenti nell'azione. Ma anche parole che sanno denominare le cose. Ed è molto apprezzabile nel libro l'attenzione con cui l'autore documenta parole c costrutti di un lessico pastorale molto ricco e assai preciso nel designare e categorizzare le cose c le azioni di un lavoro, che è anche un mondo.
Del mondo pastorale infine - inteso come tessuto di relazioni economiche e sociali - Angioni nella seconda parte del libro (che è anche la più sommaria) fornisce quel quadro generale di riferimento che rinvia, come si diceva sopra, a nessi strutturali fondamentali. Di un certo interesse qui il riesame delle caratteristiche della famiglia sarda, l'esistenza del cui "esclusivismo" rispetto ai valori comunitari della "Gemeinschaft" di villaggio continua ad essere argomento dibattuto da parte dei sociologi e degli antropologi, italiani e stranieri, che han fatto ricerca in Sardegna. E anche a questo proposito - ma non solo per questo -segnaliamo un'utile iniziativa dei "Quaderni Bolotanesi" (Bolotana è un villaggio pastorale delle tanto famigerate "zone interne", che è capace di tener viva, ormai da quindici anni, una rivista culturale di tutto rispetto) che nell'ultimo numero (XVI, 1990, n. 16, ed. Passato e Presente e Iniziative Culturali, Lit 18.000) ha radunato le voci di tutti quegli stranieri che han fatto ricerca sociale o antropologica nell'isola e ci descrivono il loro rapporto col campo e le tematiche affrontate.
Un altro libro dedicato ai pastori è quello di Benedetto Caltagirone. Il titolo "Animali perduti", è preso da una formula di diplomazia pastorale. Infatti, quando un pastore o un allevatore viene derubato del suo bestiame, va o manda alla ricerca degli animali che, durante le trattative, verranno appunto indicati come "perduti" e che alla fine avrà buona probabilità di vedersi restituire. Le statistiche criminali non mancano di enfatizzare come piaga tipica soprattutto delle zone pastorali una pratica di abigeato che, stando alle stesse statistiche, si risolverebbe positivamente nella metà dei casi denunciati. Ma che cosa ci può dire una lettura antropologica, che non parta di necessità da un'ottica criminalizzante? Guardando il fenomeno dall'interno, cioè scoprendone i codici comportamentali e le relazioni strategiche tra soggetto e soggetto, soggetto e codice, andrà all'incontro di un singolare gioco sociale che ha degli attori, delle regole e delle pedine.
Pedine sono appunto gli animali, beni economici fondamentali, qui trasformati in beni simbolici. Gli appostamenti e le difese, i segnali da non lasciare o da cercare, i percorsi da seguire, gli intermediari da contattare, le trattative da condurre, fan tutti parte di uno stesso gioco. E nel gioco - proprio in quanto "fatto sociale totale" - sta la stessa essenza di uno scambio sociale che comunque mette in relazione tra loro persone secondo regole Insomma, l'autore ci suggerisce di rileggere l'abigeato in termini non tanto dissimili da quanto l'africanistica ha di recente tentato nell'analisi delle antiche guerre intertribali le quali, a differenza di quelle di oggi, non miravano alla distruzione dell'avversario, ma si proponevano di portargli via le donne per trasformarle in legittime consorti. Da parte sua, la cultura sarda, fondata anche su una rigida endogamia di villaggio, affiderebbe proprio a questa singolare circolazione di animali la funzione di costruire la rete dello scambio sociale allargato.

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