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Fiorin Massimiliano - La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia | In quasi quarant'anni dall'approvazione della legge Fortuna-Baslini, fino a che punto il divorzio ha trasformato la società italiana? Che cosa è rimasto del matrimonio tradizionale, e quali sono le prospettive future della famiglia? È anche per rispondere a queste domande che il presente libro descrive la realtà delle separazioni coniugali e dell'affidamento dei figli, in Italia. Il libro parte dall'esame di ciò che avviene ogni giorno nei tribunali e negli studi degli avvocati, dove la "fabbrica dei divorzi" si muove secondo una logica ferrea da catena di montaggio. Dai fatti raccontati risulta con chiarezza quanto sia opportuno che tutti gli operatori di questo settore - avvocati, magistrati e consulenti - rivedano i loro modi di pensare e di agire. Successivamente, il discorso viene esteso all'intera cultura occidentale, alla ricerca di come e dove tutto sia iniziato. Su un piano più strettamente giuridico, si tenta poi di rompere il tabù dell'intangibilità della legge sul divorzio, indicando modelli alternativi come il cosiddetto covenant marriage, sempre più diffuso negli Stati Uniti, per riscoprire in essi il significato più profondo del matrimonio.
Media Voto: 5 / 5Tiziano (05-07-2009) Semplicemente illuminante e necessario. Illuminante perchè squarcia l'ottusa piattitudine del "tutto è un diritto" sciorinato da ideologie negativiste che di costruttivo in se non hanno nulla: vivono su un nemico (ideologico o meno) da abbattere. Necessario perchè la globalizzazione culturale e intellettuale ha creato una schivitù sempre discendente dall'ideologia dell' "io e le sue voglie" che questo libro aiuta ad incrinare. Stilisticamente scorrevole è accessibile a tutti coloro che vogliono capire la sciattezza e superficialità mascherati da virtuosismo con cui vengono affrontati problemi cruciali come divorzio e, perchè no, aborto. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Luigi Murtas aloimur@tiscali.it (23-10-2008) Ci voleva un libro come questo, che sveli i meccanismi perversi di un'autentica "struttura di peccato", cioè un contesto creato a forza di cedimenti e consuetudini, frasi fatte e "sapienza di questo mondo" al termine del quale ci si trova a spezzare famiglie senza nemmeno più domandarsi se sia possibile ancora una riconciliazione.
Basti pensare al "tentativo obbligatorio di conciliazione" che il Presidente del Tribunale deve compiere "in limine litis", che ormai è diventato un vuoto adempimento rituale, perchè tanto - si dice - "se i due coniugi sono arrivati a questo punto vuol dire che non c'è più nulla da fare", senza contare che il giudice (e precisamente il Presidente del Tribunale, che dovrebbe svolgere questo compito di persona, coinvolgendo tutta la sua autorità, senza deleghe) ha un ruolo e una mentalità "terza", del tutto differente da quella degli avvocati, e il contesto dovrebbe rivestire tutta la solennità.
Ma magari gli avvocati si "seccano" se il presidente si inserisce troppo, perchè rischia di togliere loro la scena, di ridurre il lavoro e magari di dimostrare che tanti divorzi potrebbero essere evitati.
O magari la conciliazione si fa, ma solo su aspetti secondari e conseguenti alla principale (anche se importantissimi), come l'affidamento dei figli o le questioni economiche.
E se poi non ci sono figli, beh allora, scusate, perchè insistere, si divorzia in quattro e quattr'otto e chi s'è visto s'è visto! Come se il matrimonio non fosse un bene innanzitutto per i conigui stessi, prima ancora che per i figli!
E così via "semplificando", in una materia che invece meriterebbe ogni sforzo per salvare l'unione.
Grazie davvero all'autore, che restituisce speranza non solo ai coniugi in difficoltà, ma anche agli operatori del diritto che vorrebbero dare maggiore dignità e decoro alla loro professione. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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