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Bollas Christopher - Essere un carattere. Psicoanalisi ed esperienza del sé |
| La recensione de L'Indice |

scheda di Viacava, A., L'Indice 1996, n. 3
Il riconoscimento e la costruzione del proprio sé e del sé collettivo generazionale sono punto d'incontro di tutte le esperienze del proprio mondo esterno e interno, crocevia di scambi e interazioni in continua trasformazione, dove tutto viene conservato in forma latente ma pronta a essere attivata dalle più varie associazioni percettive, sensoriali, emotive, cognitive, intuitive.
Il denso background psicoanalitico di Bollas, autore di "L'ombra dell'oggetto" e "Forze del destino" non è che la premessa a un lavoro che si apre a ventaglio sull'esperienza umana, culturale, artistica, letteraria.
Il perenne gioco tra conscio e inconscio, oggetti del mondo interno e dell'ambiente, animati e inanimati, persone, cose, animali, sapori, suoni, odori, viene esplorato nelle universali esperienze umane: dormire, innamorarsi, giocare, vivere. E strada facendo viene chiarito il pensiero dell'autore da un punto di vista psicoanalitico sulla relazione tra trauma (intendendo con questo la traumatica esperienza di cattive cure genitoriali), istinto di morte e costruzione del sé. Vi è un processo dialettico tra un oggetto cattivo interiorizzato mortificante, catalizzatore e promotore di esperienze mortifere mediante i suoi attacchi a quello che Bion chiamò K, la vitale funzione di collegamento che dà significato alle esperienze, e le potenzialità vitali del sé capaci di incontrarsi con gli oggetti in modo fecondo. La fecondità dell'inconscio è segnalata anche nel concetto che Bollas formula di "ricezione", polo opposto alla "rimozione": là dove questa consiste in un attivo mantenimento nell'inconscio di materiali oggetto di censura, nella ricezione la permanenza nell'inconscio garantisce un ambiente protetto necessario alla maturazione e allo sviluppo di pensieri, fantasie, affetti, al riparo dall'intrusività della coscienza. L'evoluzione di una struttura generatrice interna a partire da squarci intuitivi fino all'affermarsi di un vero lavoro creativo viene descritta con testimonianze di varia natura, dal lavoro clinico a esperienze di scienziati, artisti, letterati.
Ma è nella seconda parte del libro, dove vengono raccolti scritti su argomenti vari, che si hanno pagine di straordinaria capacità di comprendere e comunicare il dolore mentale e la ricerca a volte con mezzi disperatamente distruttivi di un contatto riparativo. Così la ferita della paziente "autolesionista" della vecchia terminologia psichiatrica racconta un disperato bisogno di comunicazione; e raramente credo sia stato descritto con altrettanta spregiudicatezza e amorevole comprensione il vortice mortifero, ma non privo di una qualche speranza, dell'omosessuale frequentatore dell'arena promiscua.
I capitoli finali sull'innocenza violenta, lo stato mentale fascista, la lettura dell'Edipo come mito collettivo oltre che individuale, e la coscienza generazionale, sono a loro volta assai ricchi di nuovi stimolanti punti di vista.
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