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Magliani Marino - Quella notte a Dolcedo |
Il libro racconta la storia di un soldato tedesco, Hans, che nel 1944 viene inviato col suo battaglione in Liguria per combattere contro i partigiani. Lì, una notte, tra i rovi accade qualcosa. Urla, spari, sangue e poi, intravisto in un fosso, lo sguardo di una bambina che non riuscirà più a dimenticare. Terminata la guerra, ai rientro in patria, Hans finirà a vivere a Berlino Est, così che solo dopo quarantanni, qualche mese prima della caduta del Muro, riuscirà a tornare tra gli ulivi. Ma perché, e soprattutto, chi o cosa è tornato a cercare? Laggiù, tra quelli stessi rovi che ora hanno invaso le colline, incontra una donna legata con un filo doppio alla verità. E il mistero di quella notte e la colpa che così a lungo lo aveva attanagliato, troveranno finalmente una risposta e una tregua.
Media Voto: 4.5 / 5Davide (19-07-2008) Che spettacolo! L'ho letto inaspettatamente in due giorni, e dico inaspettatamente perchè avendo letto dello stesso autore anche il "collezionista di tempo", mi aspettavo ancora una volta una letterattura colta, da assaporare poco a poco come una poesia. Invece Magliani abbandona i panni del poeta che racconta in prosa e si trasforma in grande narratore. La poesia permane nei posti, nei luoghi, nelle vicende, ma la chiarezza della scrittura e la curiosità che genera invitano a lasciare il segnalibro sul comodino. Consigliato Voto: 5 / 5 |
Francesco Improta 29professor42@virgilio.it (09-03-2008) È una storia spinosa, drammatica, incapace di riscatto e di catarsi. Lo stesso paesaggio ligure, contrassegnato, questa volta, da rovi, pietraie, campagne invase dalle erbacce e torrenti ridotti a discariche non riesce non dico a risarcire o a compensare ma neppure a consolare; la luce stessa, di cui il paesaggio s’imbeve, non alleggerisce ma mineralizza, tende cioè a imbalsamare persone, animali e cose. Gli uccelli non si librano in volo ma nidificano tra i rovi o volano in circolo intorno a essi. Segni precisi di miseria, di dolore, di disfacimento e di morte sono disseminati dovunque, dalla fatidica notte del 1944 fino alla conclusione del libro, e non risparmiano niente e nessuno. Anche la terra non è più madre ma crudele matrigna, non dispensa più la vita ma la morte. Hans, Manfred, il capitano Garser che, per motivi diversi, scavano continuamente ci appaiono tristi, funerei becchini di se stessi. Il passato non si recupera né si riscatta e i sensi di colpa (quelli, per intenderci, di Hans e di Garser) non si riescono a tacitare e alla fine spingono sempre più in fondo la loro stessa pietra tombale. Bella la figura di Lori che, sebbene provata dalla vita, conserva una sua delicata purezza e, alla fine, riesce a sottrarsi alle sirene di morte della sua vallata.
Avvincente ed efficace l’intersecarsi dei piani e dei tempi narrativi; chiara, scarna, talora ruvida, come è giusto che sia, la scrittura. Bellissimi alcuni attacchi e decisamente suggestiva la copertina che accresce il fascino del titolo. Sullo sfondo un paese (che non è Dolcedo), incupito dagli orrori della guerra e immerso in una luce grigia, livida; in primo piano le mani di una bambina, a mezzo tra la curiosità e la paura. Vorrebbe affacciarsi (lo conferma la mano destra) per guardare meglio ma tende a ritrarsi per il terrore, non a caso la mano sinistra poggia appena sulla balaustra. Il volto non si vede, è avvolto dall'oscurità, quasi la bambina avesse chiuso gli occhi e una dissolvenza a chiudere (fondu al nero) fosse calata a censurare Voto: 4 / 5 |
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