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| La recensione de L'Indice |
 MANN, THOMAS, Tristano, Marsilio, 1992
MANN, THOMAS, L'inganno, Marsilio, 1992
recensione di La Vella E., L'Indice 1992, n. 9
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)
Per "Gli Elfi" della Letteratura Universale Marsilio sono apparsi in nuova traduzione due racconti di Thomas Mann, "L'inganno" (1953) e "Tristano" (1903). Ineccepibile l'impostazione della collana che offre al lettore dense pagine di introduzione e un chiaro schema cronologico riassuntivo sull'autore e l'opera; la traduzione con testo a fronte è corredata di un minuzioso e ricco apparato biobibliografico. Indovinata la scelta delle illustrazioni per la copertina: Nolde e Macke.
Separate esattamente da mezzo secolo di vita e di arte, le due novelle rivelano tuttavia un'impressionante comunanza di tono e di impostazione: ironia e parodia pervadono non solo il linguaggio ma gli argomenti stessi, fino a sfiorare talora il grottesco.
Dietro alla varietà e al gioco di registri c'è l'intenzione dell'autore, quella di cimentarsi in un esperimento di scrittura, soprattutto ne "L'inganno", opera criticata e ritenuta "scandalosa" per la crudezza del tema e una certa morbosità nella descrizione dei processi fisiologici femminili: si parla di mestruazioni e di tumore uterino, argomento tabù per eccellenza, e nor solo in letteratura. Il contenuto scabroso è volutamente narrato secondo lo stile classico delle novelle di Kleist: si spiegano allora certe somiglianze di tema e stile fra la vicenda di Rosalie von Tùmmler e quelli della kleistiana "Marchesa di O"., non a caso tradotta anch'essa per i tipi della Marsilio dalla stessa Rossana Rossanda.
"Die Betrogene", letteralmente "L'ingannata", è una vedova cinquantenne ancora piacente che si innamora del precettore americano del figlio, giovanotto un po' naif e "cordialmente insipido", incantato dalla vecchia Europa ed attratto dalle "date remote". Nonostante la disapprovazione della figlia Anna, la quale è segnata dal doppio marchio della passione artistica - dipinge quadri astratti - e dalla diversità fisica - ha un piede caprino -, la madre cede alla spontanea passione per Ken Keaton, confortata da quello che interpreta come un miracolo della natura: il ricomparire di una perdita di sangue, scambiata per mestruazione a climaterio già avviato. Ritornata donna "vera", feconda, si sente in sintonia con la rigogliosa primavera circostante e quasi da essa legittimata nel suo amore senile, che non verrà però mai consumato per la comparsa di una letale emorragia che la condurrà ad un'inutile operazione e quindi alla morte.
Morte annunciata da numerosi presagi funesti e decadenti (profumi, colori, simboli), abbondantemente disseminati nel racconto: l'inganno sta appunto nella fusione e con-fusione di Vita e Morte, Eros e Thanatos, insiti nella Natura stessa che, per dirla con le parole della disincantata Anna, "ha una certa propensione all'ambiguità e alla mistificazione" (p. 161). Persino il trasporto fisico di Rosalie può essere interpretato come conseguenza di una "eccitazione", causata dalla malattia (e non dall'amore): l'iperestrogenismo provocato dal tumore alle ovaie. Tutto il racconto è riconducibile infatti ad uno schema ciclico cadenzato da principio e fine che si alternano vanificandosi: la cancerosa prolificità mortale delle cellule viene localizzata, paradossalmente, nella 'Gebarmutter', nella sede originaria della vita. Natura benigna o maligna? Probabilmente soltanto indifferente nel perseguire il suo decorso. La semplice e sentimentale Rosalie, in punto di morte, pare rendersene conto, capire e perdonare tutto: "La morte è un grande strumento della vita" (p. 195).
Nonostante l'autore abbia sempre negato qualsiasi parallelo con "La morte a Venezia" (1912), il ben più famoso racconto di un altro fatale innamoramento senile, non può sfuggire la significativa polarità fra la tragicità decadente e totalizzante della fine grottesca del professor Aschenbach e quella, più quieta e meno appariscente, della borghese signora von Tùmmler.
Più diretto e meno controverso è il confronto fra altri due racconti di Thomas Mann scritti nel 1903: "Tristan* e "Tonio Kroger", praticamente due versioni coeve ma in chiavi diverse dell'eterno conflitto vita-arte tipico della produzione giovanile manniana; il primo è un'autocritica quasi umoristica, il secondo un ben più sofferto autoritratto. Anche "Tristano", come "L'inganno", è una "esercitazione parodistica" che raffigura - per una volta in modo comico, fin dalla scelta dei nomi - lo scontro di due mondi così difficilmente conciliabili: quello dello pseudo-scrittore Spinell, un esteta dandy un po' parassita e vigliacco di fronte alla vita e quello del florido ed esplicito commerciante Kloterjahn. Fra i due vi è la diafana Gabriele, moglie del solido uomo d'affari, malata alla trachea in cura nello stesso sanatorio scelto dall'artista non per motivi di salute ma per lo stile del luogo. Autore di un unico libro, "raffinato" e "noioso", per conquistare la donna Spinell si serve dell'arte sottile della parola e della musica (Chopin e, ovviamente Wagner), mentre il marito ha dalla sua la vita, incorporata nel paffuto e sano figlioletto. La delicata Gabriele è la duplice vittima di questa lacerante contesa: sfinita da Spinell che l'ha attirata nell'orbita dell'arte imponendole di suonare il "Tristano e Isotta", attraverso il quale i due proiettano, vivono e consumano la loro passione fino alla morte nell'amore, ma altrettanto minata nella salute dal difficile parto dell'erede Anton junior. È di nuovo uno sbocco di sangue, questa volta polmonare, a segnalare la morte vicina. La distanza fra i due mondi ha radici profonde proprio nel linguaggio, caratterizzato da una serie di 'Verhorsituationen' ben rese nella traduzione di Fabrizio Cambi. Il marito travisa per reale incomprensione la parola scritta, letteraria ed artificiosa della "ridicola" lettera confessione dello scrittore; egli preferisce la risposta a voce frontale e diretta, scambiando e storpiando i termini: "inesprimibile" per "inestinguibile", "inevitabile" per "ineludibile". Il rimpallo di fraintendimenti si interrompe solo alla notizia della morte della donna alla quale subentra un "silenzio totale".
Vivacità e varietà di linguaggio caratterizzano anche "L'inganno", dove la "parlata renana" di Rosalie viene contrapposta alla "stupefacente pronuncia" americana di Ken. Si sa che Mann si era rivolto all'amica Grete Nikisch per consigli sulle espressioni in dialetto. È comprensibile la difficoltà che si incontra a tradurre modi di dire e coloriture locali (giustamente lasciati in originale) o nel rendere usi che non hanno equivalente nella nostra cultura. L'antica usanza popolare germanica della Lebensrute del Schmackostern, per esempio, ha fatto tribolare i traduttori della novella: Lavinia Mazzucchetti nel '53 spiegava il rito delle primaverili "frustate" con rami di betulla in segno augurale di salute e fecondità, definendole pasque drogate o drogature pasquali; Bruna Bianchi nel '77 parla di insaporitura pasquale; Rossana Rossanda, nella traduzione in questione, usa il termine 'condimento pasquale' per rendere "quel pepare o lavorare di primavera" (p. 81), rivolto a ragazze, bestiame e alberi. La sua versione si distingue comunque per limpidezza e semplicità delle soluzioni linguistiche e per la grande sensibilità da sempre dimostrata per le tematiche femminili. Ciò che più colpisce, rispetto alla prima traduzione della Mazzucchetti apparsa a puntate sul "Mondo", subito dopo l'uscita dell'originale sulla rivista "Merkur", è l'uso disinvolto dei termini clinici e patologici, proprio perché ormai entrati nel linguaggio comune e divenuti tristemente familiari al lettore. Ma quell'organismo di donna "superinvaso, superinondato e supertravolto da ormoni estrogeni che producono l'iperplasia ormonale" (p. 193), cinicamente descritto da Mann e magistralmente tradotto dalla Rossanda fa rabbrividire.
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