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Naremore James - Orson Welles. Ovvero la magia del cinema

Orson Welles. Ovvero la magia del cinema TitoloOrson Welles. Ovvero la magia del cinema
AutoreNaremore James
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,62
(Prezzo di copertina € 12,50 Risparmio € 1,88)
Dati2004, 399 p., ill., brossura
TraduttoreFink D.
EditoreMarsilio  (collana I tascabili Marsilio)
 
Disponibile anche usato a € 6,25 su Libraccio.it

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Descrizione
A Welles spetta il ruolo del grande inventore: sul piano della visione, per avere esplorato tutte le possibilità e le capacità di magia ed eccesso e sul piano del racconto per averne esaltato la forza e cambiato le regole. Ma la forza della rottura formale sta nello spessore culturale che la regge e che combina la tendenza all'effetto magico, indebitata con la tradizione gotica e romantica, con la tendenza didattico-brechtiana derivata dalla sua formazione politica.

http://giotto.ibs.it/cop/copj170.asp?f=9788831758499 Orson Welles. Ovvero la magia del cinema A Welles spetta il ruolo del grande inventore: sul piano della visione, per avere esplorato tutte le possibilità e le capacità di magia ed eccesso e sul piano del racconto per averne esaltato la forza e cambiato le regole. Ma la forza della rottura formale sta nello spessore culturale che la regge e che combina la tendenza all'effetto magico, indebitata con la tradizione gotica e romantica, con la tendenza didattico-brechtiana derivata dalla sua formazione politica. 10,62 new EUR in_stock
La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
WELLES, ORSON / BOGDANOVICH, PETER, Io, Orson Welles

NAREMORE, JAMES, Orson Welles ovvero la magia del cinema
recensione di Rondolino, G., L'Indice 1994, n. 3

L'interesse per la vita e l'opera di Orson Welles è andato aumentando in questi ultimi anni in maniera significativa e, per molti aspetti, incomprensibile: nel senso che il numero di libri, saggi, articoli, convegni che si sono succeduti, è inversamente proporzionale all'effettiva circolazione dei suoi film, che sono rimasti in larga misura terreno di caccia degli storici e degli appassionati. Come se a una sempre maggiore e più impegnativa ricerca sul campo - tanto sul versante della biografia quanto su quello dell'interpretazione - fosse corrisposto un sostanziale disinteresse della distribuzione cinematografica. Il tentativo di reimmettere in circolazione l'"Othello" o di presentare in una versione ricostruita (più o meno arbitrariamente) l'incompiuto "Don Quixote" non pare abbiano ottenuto l'effetto voluto, o almeno non hanno toccato, più di tanto, il grande pubblico. E nemmeno il mercato delle videocassette ha visto l'opera wellesiana al centro di una possibile e auspicabile azione di recupero.
Non v'è dubbio, tuttavia, che questo interesse critico e storico ha riproposto la figura di Welles come una delle figure centrali dell'intera storia del cinema: come un autore nel senso più amato del termine, che ha attraversato la produzione cinematografica di più di un trentennio lasciando delle tracce indelebili; che ha fatto del linguaggio filmico uno strumento di eccezionale valore per indagare e rappresentare non pochi aspetti complessi e spesso contraddittori della moderna società industriale, non soltanto americana, in una sfaccettatura di approcci e di risultati che ha pochi equivalenti nell'opera di altri registi contemporanei. Ed è proprio la complessità e anche la contraddittorietà (forse solo apparente) della maggior parte dei suoi film, unitamente alla multiforme vitalità della sua esistenza di uomo e di artista, a invogliare gli studiosi e i biografi a proseguire le ricerche, a formulare nuove ipotesi interpretative.
In Italia questo rinnovato interesse ha già prodotto alcuni risultati: dal convegno internazionale organizzato da Guido Fink alla Biennale di Venezia nel 1991 (di cui non sono ancora usciti gli atti) alla retrospettiva promossa nel 1993 dal Comune di Roma e dal Sindacato nazionale critici cinematografici italiani con la pubblicazione del volume "Orson l'infernale Welles" (qui recensito nel novembre scorso), alla riedizione aggiornata della monografia di Claudio M. Valentinetti (qui recensita in settembre). Sono invece mancati gli apporti biografici, non essendo ancora stati tradotti n‚ l'"Orson Welles: A Biography" di Barbara Leaming (New York 1985), n‚ l'"Orson Welles: The Rise and Fall of a American Genius" di Charles Higham (New York 1985), n‚ soprattutto il "Citizizen Welles" di Frank Brady (New York 1989), certamente la migliore biografia di Welles, in attesa di quella di Simon Callow che si annuncia particolarmente interessante. Appaiono invece in questi giorni in traduzione italiana due libri - rispettivamente l'ampio studio critico di James Naremore, pubblicato la prima volta nel 1978, rivisto e aggiornato nel 1989, e l'intervista di Peter Bogdanovich curata da Jonathan Rosenbaum, uscita nel 1992 - che non soltanto si integrano a vicenda, ma consentono un ampio approccio storico e critico, che riesce a collocare la figura e l'opera di Welles al centro di una serie di proposte di lettura indubbiamente sfaccettate e stimolanti.
Prendiamo l'intervista che Bogdanovich cominciò a realizzare a partire dal suo primo incontro con Welles nel 1968, dopo aver già dato alle stampe le due interviste con John Ford e Fritz Lang e intrapreso la carriera di regista. Come ci ricorda Rosenbaum, essa è il frutto di una lunga frequentazione e di una complessa gestazione, alla quale contribuì lo stesso Welles. Come le altre due citate, anche quest'intervista ha tutti i pregi e i limiti di un incontro, o meglio una serie di incontri, in cui Bogdanovich cerca di "stanare" l'intervistato, riuscendo spesso a farlo parlare tanto dei piccoli fatti della vita, quanto dei problemi concernenti la produzione e la lavorazione dei singoli f¡lm: un'ampia messe di dati, ricordi, giudizi, che compongono alla fine un vero e proprio mosaico di informazioni, la cui attendibilità, come sempre capita in queste occasioni, va poi accertata sulla base di altri dati e informazioni. In questo senso l'apparato di note fornito da Rosenbaum (che in appendice al volume pubblica il riassunto della versione originale dell'"Orgoglio degli Amberson*, con l'indicazione dei tagli e delle modificazioni apportate) è già un utilissimo catalogo di confronti e verifiche, a partire dall'ampia sezione "La carriera di Welles", che occupa ben 176 pagine del libro.
La monografia di Naremore è invece, come si addice a una ricerca seria e accademica (l'autore è professore di inglese e letteratura comparata all'Università dell'Indiana), un testo di notevole spessore critico e ricco di spunti di riflessione non privi di interessanti sviluppi ermeneutici. In particolare, risulta ancor oggi di grande interesse il capitolo dedicato all'analisi di "Quarto potere", in cui si mettono in rilievo, da un lato la frattura interna al personaggio di Charles Foster Kane, e quindi la sua complessa e non facilmente decifrabile natura, dall'altro la destrutturazione del racconto, e quindi l'apertura drammaturgica a molteplici interpretazioni. Altrettanto si può dire del capitolo dedicato all'"Orgoglio degli Amberson*, in cui la linearità della narrazione non esclude quelle complessità formali e quelle fratture interne di cui si è detto.
Tutto il discorso di Naremore è condotto sulla duplice linea dell'analisi particolareggiata di ogni film, sia in rapporto alla storia, all'ambiente, ai personaggi, ai contenuti espliciti o impliciti di natura politica e sociale, sia in rapporto alle soluzioni stilistiche adottate, al carattere e al significato di ogni scelta formale. Nel tentativo, spesso riuscito, di studiare l'opera complessiva di Welles dall'interno, al fine di decifrarne tutte le componenti, partendo il più delle volte dal linguaggio (inquadrature, movimenti di macchina, montaggio, musica, effetti vari) per giungere alla proposta di una possibile interpretazione onnicomprensiva: in altre parole, per usare quella terminologia semiologica che Naremore si guarda bene dall'usare, partendo dal significante per giungere al significato.
Naturalmente, (data la ricchezza del cinema di Welles, e più ancora la sua polisemanticità, anche questo libro non pretende di essere esaustivo (n‚ lo potrebbe). Inoltre risente, da un lato - come d'altronde ammette lo stesso Naremore nella prefazione all'edizione italiana - del fatto di essere stato scritto parecchi anni fa (la sua prima edizione, corretta e in parte aggiornata, è, come si è detto, del 1978), dall'altro del fatto che, nel frattempo, l'archivio di Welles, acquistato nel 1979 dalla Lilly Library di Bloomington in Indiana e aperto agli studiosi, ha fornito un'infinità di carte, lettere, documenti, sceneggiature ecc., che consentono ora una diversa e più ricca interpretazione storica e critica. Inoltre si sono verificati e si stanno verificando dei recuperi di film o di frammenti di film - dal "Don Chisciotte" al "Mercante di Venezia", da "The Other Side of the Wind" a "It's All True" - che certamente porteranno a un riesame generale dell'intera carriera di Orson Welles. E tuttavia, nonostante queste acquisizioni di notevole portata, il libro di Naremore, per l'intelligenza delle analisi e l'acume critico dimostrato, rimane un testo fondamentale nella letteratura wellesiana.

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