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Narrativa straniera  Classica (prima del 1945) 

Stifter Adalbert - Pietre colorate

Pietre colorate TitoloPietre colorate
AutoreStifter Adalbert
Prezzo
Sconto 15%
€ 6,63
(Prezzo di copertina € 7,80 Risparmio € 1,17)
Prezzi in altre valute
Dati2005, 284 p., brossura
TraduttoreCapriolo P.
EditoreMarsilio  (collana Grandi classici tascabili)

Disponibilita immediata
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Descrizione
Sei novelle esemplari ispirate a sei modeste pietre colorate, appena luccicanti nella loro tenue colorazione naturale: granito, calcare, tormalina, cristallo di rocca, mica, calcite; metafore di un mondo dimesso, crepuscolare, ispirato alla vita quotidiana, interamente permeato da quella "mite legge" che governa assieme la natura e il genere umano e che non si manifesta nel fragore dei grandi avvenimenti storici quanto nel ritmo sommesso dei gesti quotidiani, negli accadimenti pių semplici e meno appariscenti della vita.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Esiste uno stretto legame tra l'occhio e la pietra. Per non essere pietrificato dalla Medusa, Perseo si protegge dal suo sguardo ardente con un scudo a mo' di specchio, e la moglie di Lot si trasforma in statua perché si volta a guardare Sodoma e Gomorra. In molti miti la pietrificazione è un irrigidimento, la giusta punizione inflitta alla sfrenatezza o alla cupidigia, come quella di Coridone, mutato in roccia per aver visto Artemide fare il bagno. Posta a fondamento di ogni edificazione - sociale, religiosa ma anche filosofica e culturale - simbolo per eccellenza di solidità e sapienza, la pietra possiede una doppia valenza: saldezza e immobilità, tradizione e negazione della vita si fondono nella sua immagine. Il titolo degli straordinari racconti di Adalbert Stifter (1805-1868) Pietre colorate racchiude in sé questo fascinoso ossimoro, la vivacità del colore e la fermezza della pietra, la fluidità e la durezza, insomma la vita e il suo contenimento. Quando lo scrittore austriaco pubblica la raccolta, nel 1853, non sono certo in molti a comprendere l'intenzione ardita del collezionista che a un pubblico "di giovani cuori" esibisce le sue sei pietre, Granito , Calcare , Tormalina , Cristallo di rocca , Mica e Calcite . Le unisce un ricordo infantile, evocato dall'autore nell'introduzione, l'incanto di un misterioso luccichio che con un tocco di vernice disegna righe astratte e incomprensibili sulla loro superficie, "bellissime linee azzurre, verdi e rossastre".
La magia di questi segni dona vita agli oggetti inanimati che Stifter, nella celebre e densa Prefazione , recupera a una dimensione superiore di ordine e rigore, alla "mite legge" che informa di sé il piccolo e il grande, il micro e il macrocosmo. Di questo stile, che vive della tensione tra il dettaglio insignificante e l'insidia celata, tra i percorsi noti della quotidianità e lo smarrimento improvviso, Paola Capriolo, nota narratrice e fine autrice di questa nuova traduzione, ci restituisce tutto l'incanto ipnotico come solo una scrittrice può fare: attenta al respiro lungo della ripetizione più ostica, così tipica della scrittura stifteriana, ma anche alla resa fulminea della catastrofe, consumata nella pace apparente della neve, nel silenzio di una stanza o tra boschi ridenti, travolti da una repentina bufera.
I racconti sono struggenti, di una modernità sorprendente, tanto più quando si consideri il voluto anacronismo della loro ambientazione: un'Austria rurale, come sospesa in villaggi abbarbicati tra valli e ghiaioni, ancorati a tradizioni remote, inscritti nella misura lunga della ciclicità che nei suoi riti sempre uguali perpetua la catena rassicurante delle generazioni, ma soprattutto dei racconti che le narrano. Ci sono nonni e nipoti, vetuste figure di sindaci e parroci, autorità paesane e strambi eruditi, burberi filantropi e dame caritatevoli. Tutti conservano e tramandano la memoria di un mondo bloccato alla soglia della disgregazione, appena prima dell'infiltrazione di quelle forze centrifughe che Stifter vedeva pericolosamente approssimarsi alla sua amata Austria, imperiale e multietnica, minacciata all'interno dal destino che di lì a pochi decenni il Novecento non sarebbe più stato in grado di arrestare. Quale appiglio allora più certo della pietra, della roccia in cui lenti si intagliano i segni dello scorrere del tempo?
Solo che a farsi carico della vocazione - e del dolore - della pietrificazione è qui l'occhio attento e meticoloso del narratore stesso. Con sguardo ordinatore e quasi vivisezionante disegna muri, tetti e giardini, classifica specie vegetali, tratteggia mappe di sentieri e ghiacciai. Quanto mai attuale risulta questo gesto paradossale di elencazione e al contempo di riduzione della realtà, nel tentativo di metterne a tacere le manifestazioni egoistiche, violente, disarmoniche, quindi irriducibili alla superiorità della "mite legge", pur teorizzata e vagheggiata. Anticipando un'ossessione linguistica comune alle avanguardie austriache, culminata poi in autori come Peter Handke e Thomas Bernhard, Stifter infittisce la pagina di particolari, rifinisce le cartine dei suoi paesaggi solitari, crea insomma quei mondi compatti in cui prende per mano il lettore guidandolo, come nota Paola Capriolo, "a familiarizzarsi a poco a poco con i suoi villaggi, i suoi boschi, i suoi abitanti".
Ma in questo spazio raffigurato con i crismi dell'armonia e dell'oggettività epica non c'è posto per divagazioni fantastiche, ogni varco azzardato o imprudente è sigillato, affinché le tendenze alla dispersione, alla passione e al disorientamento s'intrudano il meno possibile. Perché Stifter ne conosce bene l'esistenza e la sofferenza. E allora ecco farsi strada in Calcite l'impulso distruttivo della guerra fratricida, mentre nella storia narrata dal nonno, in Granito , una spaventosa peste si affaccia a punire chi si macchia del peccato. E ancora i delicati fanciulli di Cristallo di rocca - racconto che generazioni di austriaci hanno esposto nelle loro biblioteche - smarriscono la via vagando senza punti di riferimento proprio nello stesso rarefatto paesaggio di ghiaccio di cui il narratore aveva fornito pagine e pagine di ineccepibile inquadramento topografico. Ancora più direttamente il racconto Mica fa i conti con il paventato elemento della sregolatezza. La incarna una ragazza selvaggia, raminga, al di fuori del codificato ordine di convenzioni, con uno scrigno di doti quasi magiche e preveggenti, ma del tutto incapace di integrazione sociale. Di lei rimane alla fine solo un ricordo, una scia, un'ombra che enigmatica si allunga su quelle ricercate armonie. Diverso è l'esito costruito per la povera orfana della Tormalina , anche lei senza dimora, col capo mostruosamente grande, come a espiare le colpe della madre adultera e del padre troppo eccentrico, un esserino dal linguaggio caoticamente fantastico, ma incomprensibile, almeno fino a quando l'accurata assistenza della comunità non la restituisce a una sorta di ordine, certo meno poetico, ma che rappresenta il doveroso tributo alla normalità.
Lo strenuo catalogatore necessita di far violenza alla vita, così come il collezionista può solo comprimere foglie e farfalle per inventariarle in uno schedario improntato all'ordine e alla precisione. Ed è proprio in questo che i testi di Stifter si differenziano dall'oleografia di un idillio di maniera. Nei racconti popolati da bambini e gioiose capanne, da roseti e deliziose vecchiette assise al sole, gli indizi disseminati in trame apparentemente sonnolente di vita strapaesana preparano al lettore imboscate che lo risucchiano nel rischio sempre in agguato, salvo poi ricomporre, in conclusione, l'equilibrio immoto della pietra, osservato con il necessario distacco dello scrittore.

Emilia Fiandra

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