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Poesia e teatro   Poesia  Raccolte di poesia di singoli poeti 

Ruffilli Paolo - Le stanze del cielo

Le stanze del cielo TitoloLe stanze del cielo
AutoreRuffilli Paolo
Prezzo
Sconto 20%
€ 9,60
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 2,40)
Prezzi in altre valute
Dati2008, 89 p., brossura
EditoreMarsilio  (collana Gli specchi della memoria)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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Descrizione
A Ruffilli poeta interessano tutti gli aspetti della vita e in particolare quelli segnati dalla sofferenza e dal male. E, per misurarsi con il Male, usa i suoi mezzi di sempre: il passo felpato e breve, un partecipe distacco, la cantabilità sommessa e antilirica. Soprattutto non si lascia condizionare dall'apparenza dei fatti, perché la realtà è sempre diversa da quello che appare, anche dentro le celle di un carcere e nella tirannica schiavitù della droga. Meno che mai si arrende di fronte all'ipocrisia, alle paure e all'"odio infinito" che la società riversa sui suoi sciagurati. Il procurare il male degli altri e il proprio, dentro l'enigma della vita, va considerato con più dubbi e meno certezze, al di là o dentro la necessità di amministrare la giustizia e di far rispettare la legge. Ruffilli, istintivamente, mette sempre in rapporto ciò a cui da voce con il contesto sociale in cui si muove e parla. E può darsi che sia l'effetto dell'inclinazione narrativa sulla sua vocazione di poeta. Ma è un fatto che, fuori da qualsiasi volontarismo, la sua poesia è sempre anche "civile".

I vostri commenti
  Media Voto: 4 / 5

Francesca (25-11-2008)
Che dire, dopo tanti elogi? Semplicemente che di fronte all'autore di un verso orrendo come "né tanto meno cancellarlo" bisognerebbe forse esercitare una critica più esigente.
Voto: 1 / 5
La Recherche redazione@larecherche.it (21-06-2008)
Ruffilli si – e ci – avvicina in punta di piedi, con grande intelligenza e umanità, al complesso mondo interiore ed esteriore di un detenuto e racconta il dramma intimo e pratico della convivenza atroce con una condanna che spesso oltrepassa il limite della dignità della persona, fino a non limitarsi alla condanna del solo fatto compiuto ma che rischia di spingersi fino all’essere dell’individuo stesso che ha compiuto il fatto, ragionamento perverso che, portato all’estremo, può arrivare a legittimare persino la condanna a morte, punizione ultima, definitiva e irrevocabile della persona umana. Egli mette in evidenza un bigottismo sociale troppe volte capace di condannare chi è stato, per così dire, “beccato in reato”, rispetto a chi non lo è stato; ma la domanda è: chi può mai dirsi innocente di fatti condannabili? Sintomatica di una visione particolare del poeta sulla pena detentiva è la poesia intitolata “Il patto”: “[…] / ma che significa punire? / E’ un patto: si arriva / a giudicare il fatto, / non la persona. / E una sola azione / non corrisponde all’uomo, / non può rappresentarlo / né tanto meno cancellarlo.” L’autore rimette le cose, con un accento fortemente umano e comprensivo, nell’ordine che devono avere, l’errore di un’azione non corrisponde all’uomo, e non può permettere a nessuno di decidere la bontà o la cattiveria di una persona. La persona è una cosa, il fatto compiuto un’altra. Nella poesia intitolata “Lettera morta”, Ruffilli descrive – in brevissimi versi che hanno la stessa e immediata bellezza dello scatto fotografico su azioni che riconducono a pensieri intimi dell’uomo detenuto in prigionia – la solitudine e lo scoraggiamento, il dissolvimento e l’oscurità, la perdita di ogni conquista dello spirito laddove il male semplicemenmte è, per quanto non voluto: “[…] / Le grandi conquiste / dello spirito / quaggiù sono solo / lettera morta. / In basso regna l’abiezione: / il male non si vuole, / semplicemente è. / Dissolvimento, / oscurità infinita… / la fine / di tutti i valori / della vita”.
Voto: 5 / 5
Mirko Servetti (02-04-2008)
Paolo Ruffilli torna, dopo l’alto esito de “La gioia e il lutto” e a sette anni da quell’evento, con “Le stanze del cielo”. La nuova raccolta persegue e riplasma la struttura poematica che caratterizzò il libro precedente in una consonanza tematica bene evidenziata da Alfredo Giuliani in prefazione: “Quella stessa inclinazione a oggettivare i dati soggettivi… rende capace Ruffilli di calarsi nella soggettività degli altri, da poeta che è anche narratore. Quello che accade con le molteplici voci di La gioia e il lutto, accade anche con la mutevole voce recitante di Le stanze del cielo e con quella esaltata e sconfitta di La sete, il desiderio, l’altra sezione del nuovo libro che conduce il lettore in due territori a dir poco inconsueti per la poesia: lo spazio concentrazionario “esterno” della prigione e quello “interno” della tossicodipendenza, in entrambi i casi dietro all’ossessione della perdita della libertà.” Pertanto Ruffilli, viene costruendo anche un percorso di decantazione della mitologia del linguaggio. L’universo si cangia in un’immagine ante - mitica dove l’Io si de - termina in una voluntas di introiettamento nelle plaghe del Desiderio. Lo ’strappo’ dall’idillio lascia il luogo del rimpianto alla formula paratattica che si può tradurre a sua volta in formula tri - logica: “Sogna, Desidera, Realizza”. Un percorso mai del tutto immune da pericoli e agguati poiché l’approccio al Desiderio produttivo comporta l’alto rischio dello smarrimento di un’identità composta di più codici strutturati nel corso della Storia, dell’Etica e della Morale. Non a caso tutto ciò che si offre come linea di fuga ai controlli dello storicismo e dei nuclei precostituiti desta e desterà sempre ragioni di sospetto (E’ qui che, dove niente/accade, il tempo/è senza essere/mai stato,/un’attesa senza luce/e senza fine./Solo chi sta/nel cuore dell’inferno/sa cosa sia/l’eternità presente,/dannato nell’oscurità/più fonda,/un guanto rovesciato/nel suo interno.” E’ qui - pag. 31).
Voto: 5 / 5
PIERLUIGI AMBROSINI pierluigiambrosini@tiscali.it (13-02-2008)
Riprendendo il suo discorso poetico iniziato mirabilmente con “ La gioia e il lutto, “ il Ruffilli ci consegna un secondo capolavoro: “ Le stanze del cielo. “ Lasciato alle spalle il minimalismo delle sue prime raccolte poetiche, da un coraggioso colloquio a più voci sulla “ passione e morte per Aids, “ l’autore ampia gli spazi del suo discorso poetico e si addentra in un campo poco adusato ai poeti: la prigione e la tossicodipendenza. Il Ruffilli diventa così sia un poeta di riferimento sia un poeta totale, che ha annullato la forma egocentrica che appartenne anche alle sue prime raccolte e rinnega una poesia capace unicamente di esprimere i sentimenti che toccano l’io e, invariabilmente, si consuma girando sempre attorno allo stesso perno. Ma, soprattutto, il Ruffilli è un poeta civile come lo furono nell’ Ottocento i grandi vati dell’Unità italiana, il suo impegno però si rivolge ancora una volta agli sconfitti. Nella sua piena maturità al poeta interessa ogni realtà che circonda la società, indugia sul male e sulla sofferenza in ogni sua forma, ed il suo verso entra timido nelle mura protette dalle grate. Concludo definendo il Ruffilli un grande poeta attuale, nella sua “ poetica “ inattualità.
Voto: 5 / 5

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