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Questo libro parla d'amore, amore delle donne per gli uomini e degli uomini per le donne, un amore che le donne di oggi sono invitate a rienventare: non più rivendicazioni di uguaglianza e non più separatezza, dunque, ma l'apertura a un rapporto che elimini ogni sfumatura di possesso. Non più "io ti amo", "io amo te", ma "amo a te", dove la "a" indica il riconoscimento di una differenza, di una irriducibilità e anche l'esitazione piena di rispetto di fronte al mistero dell'altro, un silenzio, una rinuncia a ogni forma di appropriazione: è il modello di una nuova forma di rapporto fra i sessi e di un nuovo modo di amare.
| La recensione de L'Indice |

scheda di Galeotti, A.E., L'Indice 1993, n. 8
Luce Irigaray, filosofa femminista di punta e massima teorica della differenza sessuale, presenta in questo volumetto dedicato al sindaco di Bologna, Renzo Imbeni, un'ipotesi di pacificazione fra i sessi. Accolto da gran parte del mondo femminista come una revisione che sconfesserebbe il pensiero della differenza sessuale, "Amo a te" ha in realtà una portata più contenuta. Quello che è cambiato qui non è la filosofia di fondo, di matrice profondamente hegeliana, che anzi riafferma la natura insopprimibilmente duale del genere umano e la necessità di definizione del genere e del sesso femminile non solo come l'altro del soggetto (maschile). Quello che è cambiato è piuttosto l'implicazione politica della metafisica della differenza sessuale che, secondo Irigaray, lungi da sfociare nel separatismo dei sessi, deve fornire il terreno per una nuova cooperazione fra i sessi. Il separatismo viene rifiutato in quanto corrisponderebbe, hegelianamente, al momento del bisogno, della soggettività immediata, dell'egoismo e del particolare. Per profani: corrisponderebbe ai desideri di gruppi femminili limitati, essenzialmente i gruppi omosessuali, non universalizzabili a tutto il genere e incapaci di rappresentarlo adeguatamente. Per raggiungere invece l'oggettività, l'estrinsecazione del genere, è necessario definire i diritti oggettivi del genere femminile. In altri termini, sembra che Irigaray abbia scoperto che se il privato è politico, non tutta la politica è il privato e che la sfera dei diritti e della cittadinanza adeguati alla differenza di genere è rilevante non solo per la liberazione delle donne, ma per una possibile felicità fra i due sessi. Resta un dubbio: per imboccare questo ragionevole percorso, la metafisica della differenza hegelo-lacaniana non è forse sovrabbondante?
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