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Mayr Ernst - Un lungo ragionamento. Genesi e sviluppo del pensiero darwiniano | A più di 130 anni dalla pubblicazione dell'Origine delle specie, l'onda d'urto delle polemiche suscitate dalle tesi darwiniane non accenna a smorzarsi. Una prova della difficoltà di trattare con obiettività scientifica questioni che riguardano direttamente la nostra vita. E d'altra parte non è facile venire a capo delle infinite sottigliezze del pensiero di Charles Darwin e scoprire gli anelli mancanti del "lungo ragionamento" (così Darwin definì l'Origine) da lui iniziato già all'epoca della leggendaria spedizione del Beagle; di quella catena di deduzioni, raccolta di indizi e formulazione di ipotesi che lo condusse a proporre tesi che minavano alla radice le concezioni vittoriane. Questo saggio vuole contribuire a chiarificare proprio il tema del darwinismo.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Alleva, En., L'Indice 1995, n. 4
Esce con tre anni di inspiegabile ritardo dall'originale americano questo piacevole libello del vegliardo novantenne Mayr, evoluzionista di Harvard. Un personaggio molto noto tanto per le sue leggendarie esplorazioni ornitologiche su isole sperdute - da giovane - quanto per le sue opere metodiche - in maturità - di riflessione sul pensiero scientifico-filosofico contemporaneo, culminate in un'opera monumentale ("Storia del pensiero biologico", Bollati - Boringhieri, 1990) e in una serie di libelli, saggi teorici, prospettive storiografiche sul pensare e l'agire delle biologie, da prima di Darwin fino alle successive riconversioni e non rari imbastardimenti nei centotrent'anni che seguirono lo svilupparsi delle sue (cinque) teorie evoluzionistiche.
Un lungo 'argument', questo incedere del pensiero darwiniano, un combattere e litigare che il titolo italiano dell'opera manca per eccessiva docilità, restandone forse addomesticato. Una lotta - ci testimonia Mayr - contro fisici e filosofi, cui è dedicato l'intero capitolo 5, il più riuscito del volume. Contro un pensiero fisicalista potente e forte, ma che nella biologia evoluzionista ha semplicemente fatto confusione, danno d'immagine, ritardo nell'accettazione (per molti fisici contemporanei, neppure oggi completa) del paradigma darwiniano di spiegazione, che per la materia vivente resta l'unico approccio plausibile. Solo il pensiero popolazionista di Darwin - ovvero il vedere il mondo dei viventi per unità discrete, le popolazioni appunto - riuscì dove l'essenzialismo fisicalista non poteva che fallire.
Mayr utilmente ci ricorda che a Darwin occorsero ben ventitré anni di rilettura degli appunti raccolti nell'ormai mitico viaggio quinquennale sul brigantino Beagle, una corrispondenza attiva con centinaia di studiosi e dilettanti l'accumulo ossessivo di prove paleontologiche, tassonomiche, pettegolezzi di allevatori di animali e selezionatori di piante, discussioni e ragionamenti a non finire, per trovare una potente e convincente spiegazione del trasmutarsi delle specie le une nelle altre. Il volume si sofferma a lungo a ragionare sulla genesi del pensiero darwiniano, illustrata con chiarezza e con un riuscito diagramma di flusso riassuntivo del darwiniano ragionare e conseguente agire.
Ai filosofi, razza cui Darwin verosimilmente apparteneva (Mayr documenta in proposito letture e frequentazioni), va invece ascritto un pervicace finalismo teleologico, un voler vedere a ogni costo nel procedere dell'evoluzione un disegno preordinato e uno scopo ultimo (l'uomo?), fondendo perniciosamente tali tendenze finalistiche con la tradizione naturalistica che nel perfetto e "meraviglioso" ordine del creato leggeva uno stupefacente messaggio divino. E se Darwin divenne materialista, forse apertamente ateo, non fu proprio per quel suo scoprire organi vestigiali, strutture arcaiche e senza funzione, accessori muti e desueti, evidenti contraddizioni rispetto a un disegno divino che proprio dalla perfezione traeva la sua unica legittimità? Mayr lo suggerisce, difficile non dargli ragione.
Ma per gli esperti il libro riserva altri spunti, alcuni dei quali originali, almeno nella loro chiarezza, verosimilmente dovuta allo stile meno denso di riferimenti storici di questa raccolta di considerazioni: una sorta di utile indice ragionato, che rimanda ad altre opere per successivi approfondimenti.
Innanzitutto una disamina attenta delle radici storiche del "panselezionismo", quell'interpretazione oltranzista e niente affatto ortodossa del pensiero darwiniano secondo la quale esisterebbero - soprattutto sarebbero facili da evidenziare - le cause per le quali un certo organo, una certa struttura, a volte un determinato comportamento, emergono nel corso del procedere evolutivo: una sorta di adattazionismo perverso per cui tutto trova, e con facilità, una ragion d'esistere nel mondo complesso dei viventi. Poi, un'intelligente retrospettiva sul cosiddetto pensiero "saltazionista", che si oppose dai primordi del darwinismo alle visioni gradualiste, che vedevano invece nel procedere lento e per accumulo di mutazioni anche di minima entità il forgiarsi di nuove specie a partire da specie originarie. Mayr ci svela un Thomas Henry Huxley (il "mastino" di Darwin) acceso antigradualista, e il correre e il ricorrere di tendenze saltazioniste e gradualiste.
Né a Mayr difetta il piglio del narratore, quando da storico tratteggia figure mitiche del pensiero evoluzionista postdarwiniano - qui è particolarmente riuscita quella di August Weismann. Oppure nelle sue a tratti pittoresche ricostruzioni del giovane Darwin di fronte all'appassionante dilemma dei tordi beffeggiatori, uccelli delle isole Gal pagos che diedero origine a varie specie nere diverse isole, esempio lampante del delicato equilibrio tra invarianza d'origine e variabilità di adattamento locale, e uno dei punti di rottura del "trasmutazionismo" delle specie viventi le une nelle altre rispetto ai precedenti paradigmi f¡ssisti o lamarkiani. O nel raccontare dell'evoluzione "a mosaico" del genotipo delle scimmie antropoidi, che spiegherebbero la permanenza in noi uomini di un patchwork di elementi gorilleschi, di scimpanzé, secondo alcuni anche di quel mitico uomo dei boschi del Borneo (Orang Utha) da noi occidentali storpiato in Orang-Utang.
Del volume può solo essere criticata una peccaminosa benevolenza nei confronti del cosiddetto neodarwinismo o nuova sintesi, caratterizzato dalla felice comunicazione tra genetica postmendeliana ed evoluzionismo di stretta marca tassonomica, del quale il giovane Mayr fu attore, probabilmente anche artefice, o meglio aiuto-regista - con i vari Ford, Dobzhansky, Simpson, Rensch, il botanico Stebbins, che avevano discendenza diretta da autori quali Haldane, Sumner, Fisher e Wright.
A questa epica della felice gioventù perduta di Mayr potrebbe essere ascritta una certa parzialità del nono capitolo. Ma resta un peccatuccio perdonabilissimo in questa bella opera di uno dei maggiori evoluzionisti viventi; un breviario dell'evoluzionismo che non dovrebbe mancare nella libreria di chi al darwinismo si rifà per diletto o per lavoro, soprattutto le nuove generazioni di biologi molecolari che peccaminosamente lavorano a dettagliare passi anche importanti del microprocedere evolutivo, ma rischiano di perdere di vista i grandi temi, e soprattutto le prospettive storiografiche, di quel rivoluzionario stravolgimento cosmologico che è stato il darwinismo. Teoria che ha finalmente attribuito un posto nella natura a un'umanità in perenne ricerca di appropriata collocazione terrestre.
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