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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Perec Georges - L' infra-ordinario

L' infra-ordinario TitoloL' infra-ordinario
AutorePerec Georges
Prezzo € 9,30
Prezzi in altre valute
Dati1994, 112 p.
TraduttoreDelbono R.
EditoreBollati Boringhieri  (collana Variantine)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. Quello che succede veramente, quello che viviamo dov'è? Il banale, il quotidiano, l'evidente, il comune, l'ordinario, l'infra-ordinario, il rumore di fondo, l'abituale, in che modo renderne conto, in che modo descriverlo? Forse si tratta di fondare la nostra propria antropologia: quella che parlerà di noi, che andrà cercando dentro di noi quello che abbiamo rubato così a lungo agli altri. Non più l'esotico, ma l'endotico.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
PEREC, GEORGES / ROUBAUD, JACQUES, Viaggio d'inverno/Viaggio d'inferno, Biblioteca del Vascello, 1994
PEREC, GEORGES, L'infra-ordinario, Bollati Boringhieri, 1994
recensione di Borsari, A., L'Indice 1995, n. 7

Come afferma lo scritto programmatico "Approcci di cosa?" (1973) che apre la raccolta "L'infra-ordinario", il compito dell'infra-ordinario o infra-quotidiano è quello di "fondare la nostra propria antropologia" ossia di parlare di noi così come finora ci si è limitati a parlare di altri e di culture altre: al posto dell'esotico andrà meno l'"endotico". Si tratta di prendere le mosse dalle cose comuni, di indagare la vita quotidiana soprattutto laddove è lasciata ai comportamenti irriflessi, alle ripetizioni e alle abitudini, rivolgendo la conoscenza verso le zone di oscurità dell'esperienza, verso il rumore di fondo. Si tratta, come Perec dice altrove, di interrogare il "livello nel quale si pone il corpo, i gesti che esso fa, tutta la quotidianità legata al vestirsi, al nutrirsi, ai viaggi, all'impiego del tempo, all'esplorazione dello spazio". A fare notizia è soltanto l'inusuale, l'avvenimento, l'insolito, lo straordinario, mentre, sui giornali, non si trova mai il "giornaliero"; i treni - per esempio - cominciano a esistere solo quando deragliano. Mettere in primo piano l'abituale, allora, ma "in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?". In queste pagine c'è tutto il problema della dicibilità dell'esperienza e della sua possibilità, ma c'è in maniera diretta, come analisi fenomenologica, da scrittore che ci chiede di ritrovare lo stupore per quello che ci circonda e che aveva smesso di stupirci, per "le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi". Il suggerimento è: "Fate l'inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l'uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete".
Per evitare delusioni o fraintendimenti, andrà aggiunto però che una risposta più approfondita e un'attendibile ricognizione della nozione di infra-ordinario richiedono un esame del lavoro di Georges Perec che vada al di là de "L'infra-ordinario" e, inoltre, che non tutti i testi lì contenuti sono riconducibili al registro di analisi del quotidiano che ne costituisce l'ispirazione prevalente. Le "Duecentoquarantatré cartoline illustrate a colori autentici", che occupano poco meno di un terzo del libro per esempio, danno sì una certa impressione d'immersione nell'ordinario, ma ciò che le contraddistingue è, come ha dimostrato Bernard Magn‚, non l'anodino, ma la sua costruzione. Laddove la superficie dei testi presenta, infatti, una successione di frasi semplici e monotone, assolutamente banali, che neppure l'apparenza di una corrispondenza indirizzata a Italo Calvino sembra sufficiente a legittimare, si dà invece una struttura profonda, attraversata dai riferimenti ai temi e alle ossessioni di Perec, nella quale agisce un principio combinatorio simile a quello dei "Cent mille milliards de poèmes" di Raymond Queneau, "una complessità che produce la semplicità e resta invisibile al lettore" (Bernard Magn‚, "Construir l'anodin: les "Deux cent quarante-trois cartes postales en couleurs véritables"", in "Le Cabinet d'amateur. Revue d'études perecquiennes", 1993, n. 1). Un esito estremo del lato oulipiano e ludico della sua produzione, non incentrato su quell'interrogazione di tipo "sociologico" volta a "come guardare il quotidiano" che caratterizza, invece, a maggior diritto altri contributi de "L`infra-ordinario", come "La rue Vilin*, l'osservazione della strada dove Perec bambino aveva abitato per qualche tempo con la madre prima che scomparisse in un campo di sterminio, ripetuta ogni anno tra il 1969 e il 1975 pure sulla base di una complessa macchina formale, i 'Lieux', che ne registra i mutamenti progressivi, la demolizione graduale di ogni traccia della vita precedente, l'esodo degli abitanti e la distruzione degli edifici che la riducono a un 'terrain vague' disponibile per una nuova e anonima periferia urbana.
Allo stesso modo, i due articoli su commissione per la rivista dell'Air France, peraltro intessuti di allusioni e di spunti letterari, descrivono i dintorni del Beaubourg e Londra, la città dotata di una nomenclatura per le strade così articolata da ricordare i venticinque nomi per la neve degli esquimesi, l'esempio citato altrove, che ci riporta all'ipotesi Sapir-Whorf e che rimarca l'importanza attribuita da Perec al linguaggio nel modificare e orientare l'esperienza. Infine, oltre a segnalare la rete di testi alla quale il progetto dell'infra-ordinario fu esplicitamente collegato ("Specie di spazi", "Mi ricordo", "Les Choses Communes - Luoghi dove ho dormito", "Notes de chevet", "Tentative de description de quelques lieux" - e indietro fino alle "Cose"), è sufficiente a tracciare le linee di una sua possibile ricostruzione indicare l'importanza della vicenda di "Cause Commune", la rivista alla quale Perec lavorò nella prima metà degli anni settanta con Jean Duvignaud e Paul Virilio, e della serie di stimoli che in essa trovarono una convergenza: la "critica della vita quotidiana" di Henri Lefebvre, la messa a distanza e l'inversione del rapporto sfondo / primo piano della fenomenologia di Husserl, mediata da Merleau-Ponty, l'"espressione dell'esperienza muta" della psicoanalisi di Jean-Baptiste Pontalis, lo sguardo straniato verso le condizioni ordinarie dell'esperienza ripreso dal versante etnografico della sociologia francese, Mauss in particolare, insieme a una certa reinvenzione dell'etnometodologia e a una ricezione già polemica di McLuhan sulle comunicazioni di massa.
Per quanto distante sia la vocazione romanzesca del "Viaggio d'inverno" da quella per la quotidianità dell'"Infra-ordinario", c'è ugualmente una segreta corrispondenza tra loro che li riconduce, al di là della contingenza editoriale, a un comune motivo originario. È la commistione tra presenza e assenza, tra nascondimento che rivela e rivelazione che nasconde, propria tanto del quotidiano che si mostra come opacità e anestesia, non evidenza ma sintomo da decifrare, quanto dell'oscillazione tra inquietante scomparsa e perturbante ritorno da cui è scandito il racconto del 1979, proposto in edizione italiana per la cura di Laura Vettori. Di fronte a un testo sul quale si erano già cimentati con risultati notevoli due traduttori del rilievo di Gianni Celati (due volte e con diverse soluzioni, "il manifesto", 26-27 marzo 1989, e "Riga", 1993, n. 4, con "Nota a una traduzione") e Valerio Magrelli ("Nuovi Argomenti", 1983, n. 7), la curatrice ha correttamente risolto il problema proponendo una sua versione italiana, di scorrevole fedeltà all'originale francese posto a fronte, aggiungendovi lo splendido racconto di Jacques Roubaud che riprende e prosegue quello di Perec, e una postfazione illustrativa del tutto.
Vincent Degrael, un giovane professore di letteratura francese, trova per caso un libro sconosciuto, "Il viaggio d'inverno", di un autore sconosciuto, Hugo Vernier, nella biblioteca di una villa presso Le Havre dove è ospite della famiglia Borrade. Sempre più concitata, la sua lettura si protrae per l'intera nottata e passa dall'interesse frammisto a disagio (c'è qualcosa che conosce già: non uno in particolare, ma tutti gli autori del secondo Ottocento francese, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, Léon Bloy...), all'irritazione (è un plagio, un mosaico di citazioni, un gigantesco centone), per trasformarsi, infine, nella meraviglia incredula e nell'eccitazione febbrile della scoperta: stampato nel 1864, il libro è venuto prima di tutti gli altri, tutti hanno copiato da Vernier e hanno congiurato perché venisse, poi, dimenticato. Occorre, dunque, ritrovarne le tracce, ricostruirne l'ispirazione. Ma siamo nell'agosto 1939, Degrael parte per la guerra e, al suo ritorno, ritroverà la casa distrutta da un bombardamento, con essa "Il viaggio d'inverno". Risulterà smarrita persino la copia della Bibliothèque Nationale, del libro e del suo autore resterà solo qualche traccia inscritta in un catalogo, la segnatura di una biblioteca. Abbastanza per alimentare la fiducia nella loro esistenza, troppo poco per riportarla alla luce.
Grazie ai suo iperrealismo, preciso fino al dettaglio di mimare l'andamento discorsivo dell'introduzione, a un'edizione critica (di un testo che non c'è), grazie ai suoi procedimenti formali, a partire dal libro nel libro, dal ricorso alla 'mise en abime' che produce il racconto del "plagio per anticipazione" (altra figura oulipiana) che ricorda Borges, grazie allo scorrere avvincente della sua narrazione, che lo avvicina a molti dei racconti della "Vita istruzioni per l'uso", grazie al tema di un oggetto che in sé concentra una straordinaria sovrabbondanza di significato, il libro assoluto, subito perduto e inseguito poi in una ricerca che dura una vita intera e che si conclude nel nulla di una pagina bianca, come la vicenda principale della "Vita", quella del miliardario Bartlebooth con i suoi acquerelli, grazie a tutto questo, "Il viaggio d'inverno" condensa in poche pagine molti tra gli aspetti essenziali dell'arte di Perec e va considerato tra i suoi risultati maggiori.
Jacques Roubaud, il matematico e scrittore oulipiano, noto anche in Italia come romanziere del ciclo di Ortensia (cfr. le due traduzioni da Feltrinelli), ancora da scoprire come poeta e studioso di poesia (cfr. la sezione del semestrale di lettura "Idra", 1995, n. 10), propone con "Viaggio d'inferno" una doppia operazione. Da un lato, infatti, continua il racconto di Perec in entrambe le direzioni della sequenza temporale mostrandone gli antefatti e seguendone gli sviluppi, dall'altro lato, poi, suggerisce attraverso le stesse scelte narrative e di costruzione del testo una sua indiretta ma assai efficace interpretazione del lavoro di Perec. Nell'impossibilità di seguire dettagliatamente il primo, andrà ricordata per il secondo, innanzitutto, la ripetizione con variazione inscritta già nel titolo che corregge un presunto refuso "hiver" per "hier" e con la caduta di una lettera ristabilisce il senso dell'intera vicenda, Viaggio di ieri (un riferimento che si perde nella pur ingegnosa traduzione, con variazione di una lettera, "Viaggio d'inferno"). "Ieri" è l'origine perduta della famiglia Borrade, della poesia di Hugo Vernier e con essa di una zona sempre più ampia della poesia francese, e questo ieri inghiotte in sé il domani, ossia costringe a una ricerca quasi sempre vana che, comunque, decide il senso delle vite che coinvolge. Raddoppiamento, variazioni, perdita, intreccio tra finzione e realtà, sono quindi alcuni degli elementi che Roubaud mette in rilievo ma, tra essi, due spiccano per motivi opposti. L'enfasi che impiega nel chiudere la vicenda in tutti i dettagli, nel fornire spiegazioni più o meno plausibili, nel ritrovare ciò che era andato perduto (il poeta Roubaud non resiste, tra l'altro, alla tentazione di "trascrivere" le poesie di Hugo Vernier), assai lontana dalla propensione di Perec per gli esiti irrimediabili, particolarmente forte negli ultimi anni. E, di contro, l'enfasi sul possibile, l'apertura a nuovi giochi sul filo di un divertimento che non si lascia alle spalle il tragico, assai prossima a quanto Perec aveva di più caro, che lo distoglie dallo sguardo retrospettivo della morte per cui ciò che è accaduto si trasforma in necessità, e lo riconsegna a ciò che avrebbe potuto scrivere, al se che avrebbe potuto essere.

I vostri commenti
Fulvia (13-11-2006)
Viene davvero la voglia di fare l'inventario delle proprie tasche, o di "registrare" l'immagine delle facciate dei palazzi di una via ogni giorno, ogni anno, ma non solo: quale inventario è possibile fare con i nostri ricordi, quale volto abbiamo "registrato" per giorni per anni? Da leggere per imparare a leggere, ma non solo le pagine dei libri.
Voto: 5 / 5

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