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Letteratura: storia e critica   Storia e critica  Studi generali  Dal 1900 

Benedetti Carla - Pasolini contro Calvino. Per una lettura impura

Pasolini contro Calvino. Per una lettura impura TitoloPasolini contro Calvino. Per una lettura impura
AutoreBenedetti Carla
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
Prezzi in altre valute
Dati1998, 208 p.
EditoreBollati Boringhieri  (collana Temi)

Disponibilita immediata
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Descrizione
A partire dal confronto tra due dei massimi autori della letteratura italiana della seconda metà del Novecento, il saggio affronta con forte impegno critico e programmatico il problema generale della definizione del ruolo della letteratura. Entrambi alle prese con la modernità, con il crollo delle poetiche invano contestate dall'avanguardismo ideologico del Gruppo 63, Pasolini e Calvino sono rappresentativi di due esiti del postmodernismo in Italia. Semplificando si tratta, da una parte, del chiudersi nella dimensione letteraria della variazione stilistica, del gioco della scrittura, del celarsi dietro l'apocrifo, che è l'esito scelto da Calvino. Dall'altra c'è l'uscita dalla letteratura fino alla coincidenza con la vita, da parte di Pasolini.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Esposito, E., L'Indice 1998, n. 5

Si capisce bene perché questo libro di Carla Benedetti abbia suscitato tante reazioni, di consenso e di dissenso. Esso si apre su un'opposizione, e la drammatizza con una consequenzialità chiaroscurale che impone al lettore di assumere a sua volta una posizione sua, e lo obbliga a difenderla. Così dunque è avvenuto, anche se molti si sono limitati a pronunciarsi su uno dei corni dell'alternativa Pasolini/Calvino che il titolo implica, e non hanno dunque reso omaggio alla complessità del testo e alla elaborata strategia che vi si articola. Di fatto, la Benedetti riesce, di due autori che non paiono al centro dell'attuale dibattito letterario, a riproporre lo scontro delle idee, prendendo anzi apertamente partito per colui che più sembrava dimenticato, Pasolini; e lo fa con un vigore e una determinazione che richiama un binomio che più pasoliniano non potrebbe essere, quello di passione e ideologia.
Il libro è denso, compatto, ben scritto e ben costruito. Gli fa appena velo qualche indugio ripetitivo che d'altra parte l'intento polemico e pedagogico rifunzionalizza, ed è ottimo esempio di quella critica che ama dirsi non solo letteraria ma "militante", vuoi perché non ama i confini troppo stretti, vuoi perché, come il Pasolini di cui difende i principi, non crede che la letteratura debba costituire una riserva indiana rispetto alla vita, riducendosi a una delle tante forme di attività "istituzionale" e istituzionalizzata.
L'assunto della Benedetti - che si richiama alla nota distinzione di Austin tra la parola che asserisce e quella che vuole produrre effetti - può essere sintetizzato attraverso l'affermazione che leggiamo a pagina 139: "Per l'ultimo Calvino scrivere è descrivere "il" mondo; per Pasolini invece scrivere è agire "nel" mondo. Il gioco della letteratura prende in Calvino la via del constativo: Pasolini invece vi immette un'attitudine di tipo "performativo""; e il libro svolge un'appassionata requisitoria in favore di una letteratura che non si accontenti, appunto, di "descrivere", ma che voglia essere parte del mondo e "agirvi" di conseguenza.
È accaduto infatti, secondo la Benedetti, che dagli anni sessanta in poi, in concomitanza con l'esplodere del fenomeno neoavanguardistico nel campo della scrittura, e delle convinzioni struttural-semiologiche in campo critico, sia andata affermandosi una concezione estetica che ha portato la letteratura a isolarsi e a rinchiudersi in una sorta di ossessione autoreferenziale, preoccupata solo di distinguersi da forme già esperite nonché (particolarmente in Calvino) dalla persona stessa del suo autore. Ci si è ridotti per questa via a un gioco sostanzialmente innocuo, perfettamente integrato nella società postmoderna e anzi istituzionalizzato, in cui allo scrittore non si chiede altro che l'osservanza di determinate regole di galateo: proprio quelle che Pasolini, soprattutto nell'ultima fase della sua attività, si sarebbe compiaciuto di irridere, cercando nella scrittura non tanto il luogo della mediazione e del compromesso, quanto il sostanziarsi di una parola diretta, impaziente di convenzioni e gravida piuttosto di una storia non meno individuale che pubblica.
Così, mentre Calvino si sarebbe rifugiato in una logica tutta formale, preoccupato di difendere astratti valori come la leggerezza, l'esattezza ecc., ed estenuandosi a realizzare "effetti di apocrifo" e descrizioni del mondo apparentemente svincolate dalla soggettività dello scrivente, Pasolini avrebbe scelto al contrario di mettere tutto se stesso nell'opera, tanto da farne il luogo di rappresentazione non solo del suo vissuto, ma del farsi dell'opera stessa, concepita del resto come progetto e quindi come luogo per eccellenza non solo della possibilità, ma della coesistenza degli opposti.
Ma sono davvero questi i termini della questione? Non mancherebbero ragioni (la stessa Benedetti ne evidenzia alcune con finezza) non solo per attenuare questo contrasto, ma per ribaltarne alcuni aspetti, a cominciare dal fatto che la svolta che l'autrice individua nel percorso dei due autori all'altezza degli anni sessanta non è così netta, e non può annullare la loro esperienza precedente: che infatti va vista intrecciata in modo assai più complesso e continuo con ciò che le fa seguito. Il fatto è che Pasolini e Calvino sono per la Benedetti assai più degli emblemi che degli scrittori dotati di caratterizzazione e attributi specifici. E non se ne analizza dunque l'opera, ma se ne colgono gli elementi che meglio si prestano a un discorso da svolgersi in chiave filosofica e in sede di poetica, e che coinvolge l'arte e la critica del Novecento non meno che la linguistica e la politica.
Il vero problema è quale sia il tipo di letteratura che vogliamo difendere, e su quali valori si basi la postmodernità di cui ci riempiamo ogni giorno la bocca. Se abbia ancora un senso parlare di arte e di morte dell'arte, e se una letteratura "impura" non rappresenti l'unica strada possibile per difendere la letteratura stessa da una eutanasia che sarebbe altrimenti in atto. Una problematica, dunque, di grande momento, rispetto alla quale la scelta di campo dell'autrice si qualifica e si fa apprezzare come scelta etica, e della quale ci sembra alla fine più proficuo discutere semmai le posizioni teoriche.
Che, ad esempio, non solo al linguaggio performativo ma anche a quello assertivo vada riconosciuta dignità di azione, è stato lo stesso Austin a sottolinearlo. E d'altra parte, distinguere una concezione "realistica" della letteratura, fondata "sul concetto di rappresentazione" e una "postrealistica", fondata "sul concetto di gioco", è corretto solo se non si intendono creare divisioni rigide. Sia la consapevolezza dell'inattingibile divario esistente tra la realtà e la sua rappresentazione, sia quella del valore non solo superficialmente ludico del gioco dovrebbero infatti fare parte della coscienza comune: a meno che ci si muova entro i limiti di una cultura materialistica che continua a rifiutarsi di fare i conti quanto meno con l'inconscio.
Non confonderei nemmeno la kantiana "assenza di finalità" dell'arte con la assenza di responsabilità che spesso ha fatto comodo agli artisti invocare; il rapporto tra fini e modi è ancora meritevole di riflessione, in proposito, e non faremo a Pasolini il torto di credere che la sua "parola diretta" non fosse comunque "parola letteraria".
Aggiungerei che, se è vero che l'estetica novecentesca (quella dominante, quanto meno) ha spesso risolto in termini tutti formali l'ambiguità ben altrimenti complessa dello statuto dell'arte, e che ciò ha incoraggiato una pratica appunto formalistica di scrittura, avulsa da un serio contenuto di pensiero, non è meno vero che i migliori scrittori non si sono mai limitati a fare delle loro opere l'attualizzazione di una poetica o di una estetica (soprattutto genericamente indifferenziate), e che la critica migliore ha inteso comunque (giusto o sbagliato che ne fosse l'assunto) individuare una "specificità" del fare artistico che intendeva distinguerlo, sì, ma non dividerlo dalla complessità dell'umana esperienza.
Ciò non significa che siano prive di fondamento le preoccupazioni implicite nel discorso di Carla Benedetti (soprattutto se si ponga mente all'atmosfera che respirano oggi i giovani scrittori), ma il suo intento ("performativo" più che adeguatamente "constativo", vorremmo dire riprendendone i termini), appassionatamente apprezzabile, rischia di peccare per eccesso di ideologia, e di non riconoscere che è tuttora ben viva un'idea di letteratura lontana dal risolverne gli attributi in quelli di un "gioco convenzionale", e in cui hanno avuto legittimo spazio entrambe le scelte (entrambe retoriche, in ogni caso), sia quella dell'esibizione pasoliniana dell'"impurità", sia quella dell'apparente eclissarsi del narratore calviniano. Fermo restando che la Poesia (ma si tratta, naturalmente, di un parere personale) non ha forse trovato la sua dimora elettiva né nelle pagine di "Se una notte d'inverno un viaggiatore" né in quelle di "Petrolio".

I vostri commenti
  Media Voto: 2.75 / 5

filippo mendaciapoetarum@yahoo.it (22-11-2006)
un lavoro critico di respiro e di svolta all'interno di un dibattito sempre più colloquiale e accomodante. come si fa a biasimare un eccesso di ideologia e allo stesso tempo lamentarsi per l'eutanasia della critica? cosa si vuole ottenere? la stima e il ripsetto di tutti/e le case editrici lgi editori? non è possibile. si facciano delle scelte, si motivino e si discuta su queste. la benedetti ha iniziato a farlo, gli altri? si nascondono
Voto: 4 / 5
il devoto (28-05-2005)
banalizzante.
Voto: 1 / 5
Lorenzo (26-05-2005)
pessimo, banalizzante... Ma chi si crede di essere questa Benedetti!
Voto: 1 / 5
Caccademia (03-11-2000)
Graaaaaaaaande!!! Aduuuuuuuuuuuuulta!!
Voto: 5 / 5

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