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Letteratura: storia e critica   Storia e critica  Studi generali  Dal 1500 al 1800 

Fortini Franco - Dialoghi col Tasso

Dialoghi col Tasso TitoloDialoghi col Tasso
AutoreFortini Franco
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
Prezzi in altre valute
Dati1999, 193 p.
EditoreBollati Boringhieri  (collana Variantine)

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Descrizione
E' noto che Fortini è stato soprattutto un contemporaneista. Tanto più spicca allora, osserva Megaldo nella premessa al volume, l'importanza quantitativa e qualitativa degli interventi tassiani di Fortini. Sempre secondo Megaldo, Tasso contava tanto per Fortini poeta anzitutto perché è una sorte di sintesi della tradizione poetica italiana, come nessun altro ha potuto né voluto essere. Ma evidentemente qui c'é soprattutto il Fortini critico, che anche in questi saggi tassiani, ribadisce alcune delle sue caratteristiche eminenti. Col Tasso dunque Fortini stabilisce un confronto che lo mette in gioco totalmente, come critico e come poeta, nel doppio movimento dell'attualizzare e del volgere lo sguardo al passato.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice


Fortini, Franco, Dialoghi col Tasso, Bollati Boringhieri , 1999
AA.VV., "L'ospite ingrato" (Annuario del Centro studi "Franco Fortini, n. I), Quodlibet, 1998
recensioni di Falcetto, B. L'Indice del 1999, n. 07

"L’ospite ingrato", annuario del Centro studi "Franco Fortini", presenta materiali di Fortini, contributi su di lui e saggi su problemi cari alla sua riflessione critica (in questo primo numero, ad esempio, la questione degli intellettuali negli interventi di Sergio Bologna, Edoarda Masi, Michele Ranchetti, Felice Rappazzo). Al centro della rivista si incontra una scelta di lettere tratte dal carteggio Fortini-Calvino. L’epistolario è la fedele immagine di un legame stretto e insieme distante: suscitato da necessità contingenti o dalla ricerca di uno scambio intellettuale, il loro dialogo è intermittente e non di rado asincrono ("ti ho mandato una lettera di sei pagine e non mi hai risposto. Non dico che non lo farò più, perché lettere così ne scrivo solo una ogni dieci anni", così Calvino il 26 gennaio 1972). Fortini e Calvino non sono amici, né compagni di tragitto, piuttosto interlocutori mentali, avversari affini. Il loro confrontarsi è spesso dissentire, divergere: è un "colluttare", come Fortini ha detto del suo rapporto con Giuseppe Noventa nella densa intervista di Franco Loi da poco pubblicata (Franchi dialoghi, Manni, 1998). Del resto è una convinzione comune a Fortini e Calvino che le relazioni intellettuali, e la conoscenza in generale, siano tanto più produttive quanto più sono alimentate da una contraddizione, un intoppo, un attrito.

I due interventi di Giuseppe Nava e Mario Barenghi, che accompagnano l’epistolario, rispettivamente ricostruiscono nel loro sviluppo e tipizzano con icasticità la distanza che separata i due scrittori e i punti di convergenza che li avvicinano. Delle differenze che li dividono dà conto anche il gioco definitorio reciproco che emerge a tratti nello scambio epistolare. Calvino tende alla definizione correlativa: nella versione giocosa del 15 maggio 1956: "Pastore d’anime, tu non puoi rifiutarti mai di salire sul pulpito e spiegare il vangelo. Io appaio solo nelle feste, vestito da diavolo, dico sconcezze, fustigo i costumi e vengo cacciato a urlacci"; oppure nella versione seria della lettera del 13 maggio 1959 in cui l’"amore della purezza" di Fortini è contrapposto al proprio "amore per la contaminazione, per la metamorfosi, per la rigenerazione". Fortini propende invece per il ritratto (critico) di Calvino: il suo pericolo di mettere un’"amaca" sulla tensione fra "pessimismo marxista (...) e ‘allegria’ di chi-in-fondo-se-ne-frega" (9 maggio 1959); il suo fare "un po’ troppo il padre nobile" negli articoli sul "Corriere" (19 maggio 1977). Le lettere calviniane più belle del carteggio sono le due più "politiche": nel 1959 come nel 1971 gli scritti di Fortini rinfocolano l’"inesausta passione per i discorsi di morale" di Calvino, mettono in primo piano quel legame fra scrittura ed etica che (strettamente unito a quello scrittura-conoscenza) è al centro del suo progetto letterario ed è l’eredità più importante della stagione resistenziale. Si tratta dell’esigenza di una "battaglia letteraria" pensata come "uno scontro sul terreno formale e morale" sulla quale certo anche Fortini concordava (per nulla invece sui contenuti delle riflessioni politico-morali di Calvino).

Accostano i due scrittori sia la presa di distanza rispetto al caotico e al viscerale e la predilezione per "il lavoro ben fatto, il monolinguismo, la letteratura" che li allontana entrambi dalle ricerche sperimentali neoavanguardistiche e gaddiane (lettera di Fortini sulle Città invisibili del 7 dicembre 1972 segnalata da Nava), sia la costante e viva attenzione per i problemi dell’organizzazione e della circolazione della cultura. Questa sensibilità nasce dall’importanza che ha per tutti e due il momento della ricezione nella vita letteraria: la lettura è il compimento necessario del testo, senza lettori un’opera è inerte e mutila. È il riflesso di una concezione della letteratura che ne difende l’autonomia ma anche il nesso costitutivo, fondante, con il mondo extratestuale, con la storia, con l’antropologia. La teorizzazione di un metodo che dalla tipologia dei lettori deduce il giudizio sull’opera è il provocatorio punto d’arrivo dell’avversione di Fortini per la lettura disinteressata: "ho creduto fino a oggi che il mio fosse un errore fazioso: formare il giudizio su di un autore interponendo fra il testo e me le immagini dei suoi ammiratori o detrattori. Ma oggi capisco che è inevitabile, e non soltanto negativo, procedimento complementare, se si crede che poesia e letteratura non siano autoreferenziali e non si legittimino solo su se medesime" (in Franco Fortini e Paolo Jachia, Leggere e scrivere, Nardi, 1993).

Anche Dialoghi col Tasso, il prezioso libretto fortiniano proposto da Bollati Boringhieri, si presta a essere letto sullo sfondo del confronto discorde che ha legato i due scrittori. La scelta del classico italiano più congeniale (Tasso per Fortini, Ariosto per Calvino) è, di nuovo, contigua e divergente, affine e distante. Entrambi prediligono l’autore di un poema cavalleresco-eroico, forse non a caso nel sistema letterario premoderno il genere meno riconducibile a un’idea pura, a dominante lirica, della letteratura; entrambi dedicano al proprio autore lavori con una decisa componente divulgativa. Dei quattro studi raccolti in Dialoghi col Tasso tre nascono in un contesto in qualche modo didattico (la voce di enciclopedia, il saggio per una storia letteraria per generi, una guida radiofonica alla lettura), e il principale contributo ariostesco di Calvino è una ri-narrazione dell’Orlando furioso, una guida alla lettura in forma di racconto. Il ruolo del critico è qui innanzi tutto quello del mediatore (tanto decisivo, quanto spesso disatteso o considerato con degnazione): certo nessun appiattimento sul già detto ma pure nessun protagonismo d’interprete. Negli scritti di Fortini sul Tasso si apprezzano le doti di sintesi (la capacità di rielaborare personalmente un lungo dibattito critico) e di chiarezza (s’intende della chiarezza non sempre cordiale a lui cara, diffidente verso l’immediatezza, frutto di un attraversamento della complessità). Ecco allora preziose ed equilibrate indicazioni di metodo: "noi continuiamo a credere che la ricerca degli intenti inconsci, o imperfettamente consci, finisca col rivelarsi meno fruttuosa di una che invece commisuri la pagina del Tasso alla complessa, volontaristica, intellettuale sua organizzazione della materia e dello stile", e felici condensazioni critiche, che stringono con l’abituale efficacia il dettaglio all’insieme: "si direbbe che il moto mentale e morale del Tasso sia questo ‘sì, ma’, una clausola psicologica che diventa sigla stilistica".

Ma nel rapporto con Tasso e Ariosto si ripropongono le differenze fra Fortini e Calvino. La sintonia di quest’ultimo con Ariosto è per Fortini (con un’applicazione del metodo di giudizio visto sopra) una conferma della sua distanza da entrambi. In loro vede la stessa tendenza a smorzare e neutralizzare le contraddizioni, a proporre un’immagine del reale ingannevolmente dinamica (Ariosto "non dice tutto, ma quel che dice è detto come fosse tutto", si legge in un saggio del 1972). La posizione letteraria di Calvino tende "a saldare o a sottovalutare le fratture e gli antagonismi storico-sociali a favore di una dissipazione o moltiplicazione dei punti di vista o della riduzione dei conflitti a mero sistema di conflitti (...) Il mondo può essere alla rovescia: non già diviso in due campi. L’amore per l’Ariosto è appunto, in lui, il simbolo della identità dei campi opposti e insieme, e quindi, quello della infinita scomponibilità del mondo" (Breve secondo Novecento, Manni, 1996). Nella Gerusalemme liberata le simmetrie e asimmetrie sono "senza equilibrio", non "‘destini incrociati’ come in Ariosto (e in Calvino) ma crocicchi del destino: un manto sonoro su angoscia latente": per Fortini è decisivo il momento lacerante delle scelte, non il gioco di combinazioni e ricorrenze che lega i differenti itinerari esistenziali. La lettura di Fortini è allo stesso tempo acuta e ingiusta. Anche della sua analisi si potrebbe dire che prende la parte per il tutto, che tende a sottolineare unilateralmente la ricerca di nitidezza, di controllo formale-razionale, propria delle stilizzazioni ariostesca e calviniana, mentre quella nitidezza è anche costruita su un senso doloroso degli squilibri della condizione umana. Ma Fortini è un ospite utile proprio perché ingrato, tendenzioso, insoddisfatto. L’immagine di un Calvino-Valéry non è fedele ma nemmeno arbitraria: quasi come Fortini volesse spingere Calvino e i suoi lettori a ragionare, desanctisianamente, sul "difetto delle sue qualità".

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