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Preve Costanzo - Marx inattuale. Eredità e prospettiva | Nei centovent'anni che ci separano dalla morte di Karl Marx sono compresi anche i settantaquattro anni in cui si è consumata la vicenda storica del comunismo novecentesco che, pur richiamandosi ideologicamente a Marx, deve essere considerato in modo indipendente dal suo pensiero originale. Marx decise di non chiudere in un sistema il suo pensiero, ma di lasciarlo allo stato di una costruzione in corso. Con il termine "marxismo" si intende generalmente una sintesi di storicismo, di economicismo e di utopismo molto spesso stereotipata e riduttiva. Dal percorso qui affrontato si delinea una sorta di "rinnovamento gestaltico" che produce un marxismo diverso da come siamo abituati a considerarlo sulla scorta di una tradizione centeneria.
| La recensione de L'Indice |

Di libri su Marx, ultimamente, se ne scrivono troppo pochi. È vero che i tempi dell'elaborazione del lutto (per la fine del marxismo come koiné culturale da molti condivisa) sono lunghi e complicati, ma è paradossale che non si studi, oggi, quello che dopo tutto è stato uno dei primi e dei più profondi pensatori della globalizzazione capitalistica, cioè di un tema che solo ora si è rivelato in tutta la sua potenza. Fa benissimo perciò Costanzo Preve a tornare a ragionare su Marx. Come molti altri libri di Preve, che è scrittore prolifico, anche questo è caratterizzato da alcuni tratti di fondo. Innanzitutto il linguaggio: l'autore scrive con franchezza quello che pensa, senza troppe cautele, e questo lo porta talvolta a distribuire ragioni e torti in modo un po' troppo drastico. Altra caratteristica è la straordinaria conoscenza, e la amplissima discussione, di tutte le diatribe che hanno attraversato un secolo di pensiero marxista: ripercorrerle è utile, ma talvolta si ha l'impressione che queste finiscano un po' per coprire quello che in fondo era il pensiero di Marx. A volte, sarebbe preferibile tornare direttamente alla sorgente, piuttosto che invischiarsi in discussioni dove sembra, ma sembra soltanto, che tutto sia già stato detto; qualche volta, leggendo Preve, viene voglia di dar ragione a coloro che sostenevano, tanti anni fa, che bisognava accostarsi a Marx senza il marxismo. Ma al di là delle questioni di metodo, vi sono nel libro alcune tesi che mi sembrano significative, e meritevoli di seria discussione; soprattutto in quanto mettono in luce dei limiti del pensiero di Marx, o meglio alcune opzioni di fondo, da cui è dipesa la sua forza, la sua capacità espansiva, ma anche la sua debolezza. L'opzione fondamentale che caratterizza l'itinerario di pensiero marxiano, per Preve, è la rinuncia "ad attribuire alla conoscenza filosofica uno spazio autonomo" o, detto in altre parole, la "rinuncia a qualsiasi fondazione filosofica del suo discorso"; e, di conseguenza, la "scelta strategica di individuare nell'economia politica il terreno privilegiato di critica". Ma se le cose stanno così (e su questo si può largamente concordare), il problema diventa allora quello di valutare ex post questa opzione di fondo, con la sua fondatezza e i suoi limiti, le conseguenze fruttuose e quelle indesiderate. Se capisco bene il suo discorso, Preve a questo proposito sostiene una tesi molto precisa e, mi sembra, anche originale. È chiaro che, senza la scelta strategica di privilegiare l'economia politica come terreno fondamentale di analisi e di critica della società, il pensiero di Marx non ci sarebbe proprio stato. Ma questa scelta non presupponeva affatto quella di rinunciare a praticare lo spazio autonomo della ragione filosofica. Anzi, solo mantenere quell'autonomia avrebbe consentito a Marx e al marxismo di disporre delle risorse concettuali per prevenire il degrado della critica dell'economia in economicismo e della teoria in qualcosa che rischiava sempre di scivolare o in una pseudo-scienza o in una quasi-religione. Conviene citare un passo dove Preve espone con grande chiarezza questo punto: "In estrema sintesi, solo la pratica costante ed esplicita della conoscenza filosofica (il cui presupposto socratico non è solo quello di sapere di non sapere, ma è quello di mettere in mezzo, es meson, il sapere di non sapere) può, o forse potrà, o forse avrebbe potuto, evitare al marxismo di oscillare tra i due poli viziosi e convergenti, opposti e complementari, antitetici e solidali, della pseudo-scienza e della quasi-religione. Lo statuto autentico della religione e della scienza può essere indagato solo da un terzo, e cioè dalla filosofia"; e da una filosofia che è in primo luogo razionalità dialogica, disponibilità a mettere in tutto in discussione. Credo che qui Preve abbia perfettamente ragione: l'illusione che la scienza storica della società potesse sostituire la consapevolezza filosofica ha condannato il marxismo a non poter chiarire il suo proprio statuto come teoria critica, e quindi a trasformare la critica o in pseudoscienza (perché dalla scienza, come ha insegnato Weber, non si ricavano indicazioni su cosa è giusto fare) o in un atteggiamento sostanzialmente dogmatico. Alla pseudoscienza e al dogmatismo parareligioso Preve oppone giustamente un concetto della razionalità filosofica come dialogo (e fa i nomi di Guido Calogero e di Jürgen Habermas) puntualizzando peraltro come l'assumere questo modo di vedere non significhi affatto escludere la lotta o il conflitto; agli economicismi e ai riduzionismi ricorda che "l'uomo è un animale particolare che si nutre di tre cibi necessari alla sua riproduzione, e cioè la verità, la libertà e la giustizia"; e a chi pensa che questi siano solo "vuoti paroloni" consiglia, con la sua abituale franchezza, di sospendere la lettura del libro. A questo punto si pone però un problema complicato: se è vero, come a me pare incontestabile, che un pensiero di liberazione, di costruzione della libera individualità, non può darsi fuori da un orizzonte filosofico, è questo orizzonte che va chiarito: la razionalità critica e dialogica è il giusto atteggiamento di metodo, ma si tratta poi di passare ai contenuti. Quali contenuti, però? Per Preve la questione della libertà oltre il liberalismo (e anche qui ha ragione, Marx è un pensatore della libertà) non si pone nell'orizzonte di un'etica, ma ancor sempre in quello di un'ontologia sociale (mi pare che resti fermo, in ciò, il riferimento all'ultimo Lukács che caratterizza la riflessione di Preve da molti anni). Per quanto mi riguarda, però, non sono mai riuscito a capire bene come un'ontologia dell'essere sociale possa costituire l'orizzonte filosofico di un progetto storico e politico di libertà. Questo può farlo un'etica, ma è la strada che Preve rifiuta. In che senso può farlo un'ontologia? Le molte pagine del libro non sono bastate a dissipare i miei dubbi e le oscurità che restano su questo punto. Ma certamente vale la pena di discuterne, perché la questione è seria e di soluzioni belle e fatte non se ne vedono. |
piergiorgio (24-03-2009) Ottimo libro, capace di collocare marx nel suo orizzonte storico e di capire le ragioni della sua ancora scottante attualità. Preve difende il marxismo come pensiero di libertà, universalistico, umanistico e con una visione multilineare della storia. Un marxismo ke non puo dimenticare il debito di marx verso Hegel e la necessità della filosofia autentica, e non ideologica, come via di uscita dalla "crisi di paradigma" in cui versa il marxismo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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