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Amigoni Ferdinando - Fantasmi del Novecento | Lo spazio narrativo del fantastico, tipico della modernità nera e romantica che nel nostro Ottocento ha raccolto pochi racconti degli scapigliati, ha dato le sue prove migliori in altre letterature. Esiste invece una tradizione d'eccellenza che, dagli anni Venti del Novecento fino a fine secolo, colloca idealmente il neofantastico italiano accanto a Borges e Cortázar. Questo saggio esplora questa dimensione attraverso le opere di Alberto Savinio, Tommaso Landolfi, Anna Maria Ortese e Antonio Tabucchi. È un fantastico spesso spurio, ibridato con l'autobiografico e il poliziesco, che nel repertorio classico di case maledette o statue animate, doppi o visioni oniriche introduce elementi di più sottile ambiguità e indefinitezza.
| La recensione de L'Indice |

Argomento studiatissimo da critici e teorici della letteratura, il fantastico presenta tali margini di ambiguità da prestarsi a ulteriori ricerche. Assai utile questa di Amigoni, che insegna storia della critica letteraria a Bologna, sia sul piano teorico che su quello delle "applicazioni" critiche. Al problema teorico è dedicato il primo capitolo nel quale, passate in rassegna alcune formulazioni ormai "classiche" (e mostrata, per esempio, l'insufficienza del modello proposto da Todorov), sulla scorta di alcune suggestioni di Pavel, Eco, Kristeva e di una rilettura attenta e originale del Perturbante di Freud, Amigoni distingue un "perturbante semantico" e un "perturbante sintattico". Solo questo secondo "perturbante" è presente nella vera e propria letteratura fantastica, nella quale non si abbandona mai del tutto il terreno della realtà; anzi, uno dei punti che più sta a cuore ad Amigoni, e che gli consente di distinguere il fantastico dal meraviglioso (o fiabesco), è questo: "Impossibile pensare il fantastico senza l'apparato retorico della narrazione realistica: il fantastico è molto più vicino al realismo, di quanto non lo sia a quel vasto insieme di testi, con il quale viene talora confuso, che si è convenuto di chiamare meraviglioso ". Insomma, mentre il fiabesco è un mondo chiuso e impermeabile dal mondo reale, dotato pertanto (anche nella sue versioni postmoderne) di notevole stabilità, il fantastico e il realistico, nell'autentica narrazione fantastica, si presentano in continua tensione: talché "la narrazione fantastica è una vertiginosa, rischiosissima scommessa". Alla base della ricerca di Amigoni sta il convincimento che, mentre il fantastico italiano dell'Ottocento rimane complessivamente entro una dimensione provinciale e "minimale", quello del Novecento è molto più originale e accurato: non è, certo, "la via regia" della narrativa italiana ma è "una presenza periferica continua e tenace". Lo dimostrano gli altri capitoli, dedicati a Savinio, Landolfi, Ortese e Tabucchi, che non sono esenti da contraddizioni lucidamente esplicitate: il problema teorico, cioè, riaffiora continuamente e s'insinua all'interno delle esemplificazioni critiche, perché "il fantastico non ammette univoche definizioni". Non è il caso di sottolineare come il lettore possa trovarsi in disaccordo con talune valutazioni di merito del critico (nel mio caso a proposito di Ortese): quello che conta qui lodare è la coerenza e la serietà della costruzione teorica del modello interpretativo. Giuseppe Traina |
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