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Nelli Sergio - Ricrescite | Il rapporto con un figlio di cinque anni, l'attività vulcanica del pianeta, il lavoro, il paese natale, l'interesse umano e intellettuale per l'alcolismo, le stagioni, i planetari, i giocattoli, i morti, i fantasmi e gli angeli, l'intemperanza dei virus sono alcune delle briciole che punteggiano il cammino di questo diario dell'anno 2000. Scritto in una lingua fortemente comunicativa che spezza la pagina in percorsi diversi (narrativi, saggistici, lirici) "Ricrescite" indaga il bisogno di solidarietà e di rinascita, il tempo aggrovigliato, una natura a cui dobbiamo tutto, a cui non dobbiamo niente.
| La recensione de L'Indice |

Difficile negare che questo Ricrescite sia un diario. Ne ha la forma esteriore, l'impostazione tipografica, i capitoli non hanno un titolo, ma soltanto l'indicazione dei mesi. Le Ricrescite di Sergio Nelli sono però ben altro che un diario. Al limite, sono il suo esatto opposto: un trattato, e un trattato ateologico-impolitico. In via ipotetica, ma qui bisognerebbe che l'autore fosse in realtà un compositore, sono una fuga, con tutti gli elementi ben disposti e riconoscibili. Una forma aperta, con tutte le riserve che la musicologia esprime in merito (i riferimenti a certa musica leggera un po' corriva, disseminati qui e là nel racconto sono un abile trucco del narratore) e proprio per questo di maggior fascino. Nelli dimostra un orecchio musicale assai allenato e lo richiede a chi legge o addirittura pretende di interpretare. I personaggi sono due, cioè Nelli stesso, professore in due provveditorati, e suo figlio Federico, che il 30 dicembre 1999, data d'inizio del racconto, ha compiuto quattro anni. Nelle prime cinque righe si fa la conoscenza di questo bimbo vivace e petulante, che vuole andare da un Cosimo, suo amico, cui competerebbe di regalargli un babbuino ( sic : e così si comprende che l'immaginazione è il nervo della scrittura di Nelli). Nelle quattro righe successive, l'autore fuma al buio, avendo "a un passo una stella cometa brillantata, sbilenca in vetta all'albero natalizio". Natura naturata della più schietta, alla maniera di Spinoza, e attacco fulminante di un testo che procede poi con imprecisione geometrica per tutte le sue centoventi pagine, fitte di richiami interni, che ne dimostrano appunto la struttura profonda di saggio in forma narrativa. Oltre a Nelli e al figlio Federico, tra i quali non si sa scegliere il protagonista e il suo deuteragonista, il libro contiene un coro di personaggi di contorno. I più notevoli sono gli alcolisti, ai quali è affidato il pedale in minore della narrazione. L'interesse provato dal narratore per questa particolare specie di déraciné non ha ragioni di lavoro, ma svela in modi spesso irritanti il disagio esistenziale di Nelli, filtrato e reso più radicale da una lingua appena toscaneggiante e dall'impiego costante del paradosso, qui usato come arma impropria: "Non ho il linguaggio e nemmeno la faccia. Non mi resta che fare l'idiota"; "il cielo stellato sopra di me e i vulcani sopra lo specchio"; "Mutilazioni, incidenti, micragna, sfortuna... Dove? Ormai soltanto nelle filastrocche popolari che cantano i bambini"; "Navigo verso Viareggio. Sono una cartolina vecchia, sono una cartolina nuova". Questo libro richiede costante collaborazione interpretativa da parte del lettore. La quantità di strutture discorsive decrittabili conduce di necessità a decodifiche aberranti. Per esempio: chi è Edipo fra il padre Sergio Nelli e il figlio Federico? La risposta non è ovvia come sembrerebbe e, con ogni probabilità, qui non c'è nessun Edipo in questione. Federico è un bimbo di intelligenza inusitata e, salvo essere suo padre, anche indisponente. Le sue domande sono di questo tenore: (al terzo o quarto giorno d'influenza del padre) "Babbo, muori?"; "Come fa un treno fantasma ad attraversare una parete?"; "Babbo, tu preferisci dire grazie un tubo o grazie un corno?" (curiosità da accademico della Crusca). Tanti narratori recenti hanno parlato di bambini: nessuno lo ha fatto in questo modo inquieto e quasi terroristico. Il romanzo ha inoltre un pedale di dominante nell'osservazione dei vulcani, che è del padre e non del bambino, attratto piuttosto dagli uccelli e dagli animali preistorici. Il narratore è in realtà realmente ossessionato dall'attività dei vulcani, se la ricerca della verità può considerarsi un'ossessione. L'impianto contrappuntistico del testo è funzionale a un'inchiesta che assume poi le sembianze del romanzo sulla strada. Nelli e il figlio non smettono mai di muoversi: d'estate vanno in vacanza, ma nelle altre stagioni il padre cita di continuo l'autostrada, tòpos di tutta la narrazione. Ricrescite non è un libro perfetto. Non è facile confrontarsi con un rifiuto così determinato di una costruzione narrativa solida. D'altronde, l'opera è stata voluta fino all'ultimo da Alfredo Salsano, editor di Bollati Boringhieri scomparso l'estate scorsa (a lui ha dedicato un partecipe ricordo lo stesso Nelli pubblicandolo però sul sito www.nazioneindiana.it. Di sicuro, qui c'è un autore dalla voce chiara e forte, diverso e contento di esserlo, sarcastico perché sapiente e insomma da affrontare. |
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