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Fitzgerald Zelda - Lasciami l'ultimo valzer | "Lasciami l'ultimo valzer" è l'unico romanzo che Zelda Fitzgerald abbia mai scritto. Ambientato tra l'Alabama, New York, la Francia e l'Italia, è la storia di Alabama Beggs, bella e anticonvenzionale fanciulla del Sud che sposa un artista, viaggia con lui in Europa e conduce una vita relativamente infelice, cercando di mettere alla prova i suoi tormentati talenti artistici. In gran parte dolorosamente autobiografico, il romanzo di Zelda racchiude episodi della sua vita coniugale, tanti dei quali andranno a costituire la materia di "Tenera è la notte" di Francis Scott Fitzgerald.
| La recensione de L'Indice |
 Più di mezzo secolo dopo la sua morte, avvenuta nell'incendio dell'ospedale psichiatrico di Asheville, in North Carolina, dove da anni era ricoverata, Zelda Sayre Fitzgerald (1900-1948) suscita ancora e sempre il medesimo interrogativo: era la Southern Belle, l'icona dei ruggenti anni venti, la musa della Jazz Age, la flapper disinibita e folle (le definizioni si sprecano
molte da lei stessa coniate) che condusse il marito all'alcolismo distruggendone il talento, oppure fu la vittima sacrificale dell'ego sovradimensionato di quello stesso marito, al secolo Francis Scott Fitzgerald? Anziché semplicemente "moglie di", non era lei stessa un'artista dotata, con una propria identità separata da quella del marito e dalla loro immagine di "coppia dorata", che è poi entrata a far parte di un mito cristallizzatosi nella memoria comune? In altri termini, possiamo domandarci se dare ragione a Hemingway, che, come ricorda Scarlini nella prefazione, "le dichiarò pronta ed eterna inimicizia", sparlando di lei in Festa mobile e "affermando il suo nefasto influsso sul marito, di cui Zelda sarebbe stata la rovina", oppure, ad esempio, alla sua biografa Sally Cline (Zelda Fitzgerald. Her Voice in Paradise, Arcade, 2003), la quale, dopo aver consultato le cartelle cliniche di Zelda e parlato con un suo psichiatra, si dichiarava convinta che ad alterare il suo equilibrio mentale fosse stata la relazione con il marito, il quale viveva i disperati tentativi di Zelda di trovare una propria identità nella scrittura, o nella danza o nella pittura, come degli attacchi frontali alla sua virilità e al suo genio, mentre lei, da parte sua, era appesa a una devastante dipendenza emotiva da Scott, di cui non fu mai in grado di liberarsi. Il romanzo (qui nella traduzione di Flavia Abbinante, che sa abilmente dare ritmo ai mulinelli di una scrittura molto discontinua, che alla disperata ricerca dell'originalità alterna lunghi tratti di monotona opacità) non dà ovviamente risposte certe, del resto si tratta di unicum, dato che Zelda distese la sua ricerca artistica non solo nella narrativa, ma anche nella pittura e, soprattutto, nella danza, quella sua ossessione della vita reale che è l'effettiva protagonista del romanzo. Se non altro, il testo contribuisce quantomeno a sfatare la leggenda dell'intensa e romantica storia d'amore dei Fitzgerald, che in realtà fu per entrambi un inferno fatto di furiosi litigi, gelosie, ripicche, rancori, una sorta di guerra familiare, insomma. Guerra che peraltro si riverberò anche sulle vicende editoriali del romanzo stesso. Pare infatti che Fitzgerald, che, com'è noto, era solito utilizzare le loro vicissitudini coniugali come materiale letterario, non volle accettare che anche la moglie facesse lo stesso (a dargli fastidio, in particolare, era che nel libro Zelda raccontasse di averlo tradito), e quindi chiese e ottenne che al manoscritto di Save me the Waltz venissero apportate notevoli revisioni: il risultato fu un volume con molti refusi che ricevette una ben scarsa attenzione dalla critica, e che dovette attendere decenni una nuova pubblicazione americana. Quindi, proprio quello che era il tratto comune della coppia, cioè l'elaborazione di fatti reali nella fiction, fu forse il più grave, e per Zelda definitivo (visto che proprio allora iniziava il suo drammatico confronto con l'internamento psichiatrico), motivo del loro allontanamento. Giuliana Olivero |
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