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Latouche Serge - Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi... |
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Titolo | Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita |
| Autore | Latouche Serge | Prezzo Sconto 15%
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€ 13,60
(Prezzo di copertina € 16,00 Risparmio € 2,40)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2011, 203 p., brossura | | Traduttore | Grillenzoni F. |
| Editore | Bollati Boringhieri
(collana Temi) |
| | Disponibile anche in ebook a € 11,99 |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| Latouche riprende qui tutti i principali temi e le argomentazioni della sua riflessione sulla necessità di abbandonare la via della crescita illimitata in un pianeta dalle risorse limitate. Non si tratta, a suo giudizio, di contrapporre uno sviluppo buono a uno cattivo, ma di uscire dallo sviluppo stesso, dalla sua logica e dalla sua ideologia. Per questo è anzitutto necessario "decolonizzare l'immaginario", un compito di portata storica in cui si rivela essenziale il dialogo con i maestri della tradizione "libertaria", da Ivan lllich ad André Gorz e Cornelius Castoriadis. La stessa crisi attuale può essere vista, secondo Latouche, come una "buona notizia", se servirà ad aprire gli occhi sulla insostenibilità del "progresso" che l'Occidente ha realizzato fin qui. Per Latouche, infatti, la via della decrescita serena passa in primo luogo per una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo è un'invenzione dell'uomo, e che il rapporto tra uomo e natura può essere rimodellato in una dimensione "conviviale", nel rispetto della legge dell'entropia e all'insegna di quella che egli chiama "opulenza frugale": meno consumi materiali e più ricchezza interiore, meno "ben essere" e più "ben vivere". Nel libro L’occidentalizzazione del mondo (1989), Serge Latouche scriveva che il rullo compressore dello sviluppo del mondo occidentale spiana tutto solo in apparenza, ma lascia sepolte sotto terra le radici delle culture schiacciate. Le radici dei popoli indigeni, le storie, le etnie e le culture che nell’Ottocento Emiliano Zapata rivendicava come ancora integre e non strappate dai coloni spagnoli, sono alla base di questo nuovo sforzo teorico del fondatore del “Movimento per la decrescita”. Il «risveglio degli indigeni», la ripresa del movimento autoctono nel continente americano a partire dalla fine degli anni Sessanta rappresentano, secondo Latouche, i segnali del nuovo corso della decrescita e indicano la via per uscire dalla società dei consumi.
Il ragionamento di Latouche parte dalle riflessioni del suo Breve trattato sulla decrescita serena (2008) e in queste pagine recupera le esperienze del Chiapas zapatista, della Bolivia di Morales e dell’Ecuador di Correa, come primi tentativi di invertire la rotta dell’economia mondiale. Nel Chiapas del subcomandante Marcos, una regione grande quanto il Belgio, dal 1994 e per la prima volta da cinque secoli, i popoli indigeni di oltre sessanta etnie diverse si sono trovati fianco a fianco per governare le comunità autonome sotto il loro controllo. In Bolivia nel 2008, l’ex piantatore di coca indiano Evo Morales, eletto presidente del Paese, ha fondato la prima Università dei saperi indigeni, ha riconosciuto la natura come soggetto di diritto nella Costituzione dichiarando l’acqua e la terra come beni comuni, elementi vitali per gli esseri umani. Rendere patrimoni inalienabili, accessibili a tutti, non privatizzabili queste risorse naturali rappresenta agli occhi di Latouche una grande sfida alle compagnie minerarie straniere che mirano allo sfruttamento delle ricchezze naturali, il modello di un’alternativa possibile alla società dei consumi illimitati. Così anche in Ecuador, Rafael Correa, meticcio di lingua quechua e primo presidente indigeno del Paese dal 2007, ha adottato una nuova Costituzione che si pone come obiettivo non il più alto Pil pro capite possibile, ma il raggiungimento dell’ideale indigeno del sumak kausai, espressione che in quechua significa «ben vivere». È a partire dai valori espressi da queste politiche che Latouche disegna il suo percorso per «uscire dall’impasse», verso un futuro possibile al di là della catastrofe produttivista e della fine dello sviluppo imposto dalle economie neoliberiste.
Per uscire da quello che Latouche definisce il «delirio produttivista» ci vuole anche una piccola rivoluzione semantica: la «rottura delle parole», mai neutrali e sempre invece funzionali agli interessi economici, è un primo passo per «decolonizzare l’immaginario» dello sviluppo a tutti i costi. Ovviamente non è sufficiente. Segue, nella seconda parte del saggio, l’esame della «via della felicità», vale a dire la proposta di una economia basata sullo spirito del dono e della condivisione, che ponga rimedio alla miseria del presente. Il quadro è quello della necessità di una fuoriuscita radicale dall’attuale assetto della globalizzazione, in un cammino di ricostruzione ambientale e sociale preparato anche da una nuova educazione, secondo il messaggio del filosofo libertario Ivan Illich. La proposta di Latouche, che si rifà anche alle intuizioni feconde del precursore della decrescita, Cornelius Castoriadis, è quella di approfittare della crisi finanziaria in atto per superarla in modo positivo, costruendo una società di «opulenza frugale della decrescita».
Un libro che ha il coraggio di scuotere l’opinione pubblica, che sfiora l’utopia ma che rappresenta al tempo stesso un’etica e un progetto politico, aprendo una pluralità di percorsi possibili per uscire dalla crisi.
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