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Ogden Thomas H. - Il limite primigenio dell'esperienza | Un tentativo di sintesi della teoria psicoanalitica "classica" (segnatamente nella sua versione kleiniana-bioniana) e della teoria delle relazioni oggettuali: così, a un lettore non digiuno di psicoanalisi, si presenta questo nuovo libro di Ogden. Ma non si tratta di un esercizio erudito, né di un tentativo eclettico. In un linguaggio di rara chiarezza, l'autore elabora dati clinici attinti alle patologie più gravi e cerca per questa via di pervenire a una nuova ipotesi sulla struttura della mente. In tempi di psicoanalisi "debole", Ogden va controcorrente, e riabilita la metapsicologia, o almeno la sua problematica di fondo che si riassume nell'interrogativo: che cosa è e come funziona la mente?
| La recensione de L'Indice |

scheda di Viacava, A., L'Indice 1993, n. 8
Già nel lavoro della Klein è rintracciabile il concetto di uno stato mentale non integrato che precede le note posizioni schizo-paranoide e depressiva. Successivamente Bion segnalò che le due posizioni non si succedono una volta per tutte nel corso dello sviluppo, ma rimangono dialetticamente attive per tutta la vita (PSigma <> PD). A Bion stesso, inoltre, è da ascrivere l'estensione del concetto kleiniano di identificazione proiettiva che segue alla scissione di parti di sé, da semplice meccanismo espulsivo arcaico a tentativo relazionale.
Ogden, psicoanalista americano con una cospicua esperienza londinese alla Tavistock Clinic, mette in rilievo l'importanza dell'esperienza percettivo-corporea fondante una posizione mentale primigenia, precedente PSigma <> PD, ma perdurante tutta la vita in un 'dialectical interplay' con le altre due. Il movimento tra le tre posizioni segue le vicissitudini del processo di separazione-individuazione, alle prese con poli interattivi tendenti da un lato al mantenimento dell'unione-fusione, dall'altro, appunto, alla separazione-individuazione. In questo perenne movimento anche l'assetto adulto, identificato dalla Klein come stabilizzazione di PD, conserva la virtualità delle altre due posizioni, che possono essere attivate in forma non necessariamente patologica dal ripetersi di esperienze perturbanti (ma già la Klein, nel suo lavoro sul lutto, lo descrisse come rottura di uno stato mentale stabilizzato e conseguente apertura di possibilità evolutiva o regressiva).
Per Ogden, la malattia consisterebbe nell'arresto del movimento dialettico con il conseguente collasso in una delle tre posizioni, l'instaurarsi di un assetto irrigidito e immobile, patologico in qualunque delle tre avvenga: che sia l'ingabbiamento in conformazioni sensoriali rigide e asimboliche proprie della posizione più arcaica, che l'autore chiama contiguo-autistica, o lo sprofondare in un mondo di oggetti onnipotenti percepiti come concreti, proprio della modalità schizo-paranoide, o anche il distacco dall'immediatezza dell'esperienza anche corporea vissuta, come nella modalità depressiva. Lo schema PD sano PSigma patologico, dunque, viene sostituito da una polarità salute-malattia in cui il mobile-adattivo si contrappone alla rigidità.
L'evoluzione in senso relazionale del pensiero postkleiniano (Winnicott, Bion, per citare i più noti) e il retroterra culturale americano dell'autore, portatore della lezione di Hartmann Sullivan e Kohut sul fondamento relazionale dell'evoluzione mentale, portano Ogden a sottolineare la necessità, nel lavoro clinico, di promuovere attivamente, attraverso l'attenzione alle vicissitudini relazionali, la costituzione di un sé riflessivo che possa, a sua volta, riflettere sulle proprie vicissitudini interne.
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