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Dick Philip K. - Noi marziani | La Terra pare aver dimenticato i grandiosi progetti interplanetari e concede soltanto le briciole alle piccole colonie marziane. Il quarto pianeta è ancora pressoché disabitato e i lunghi anni di disinteresse delle autorità hanno favorito lo sviluppo di ogni sorta di traffici, dal contrabbando alla speculazione. Per questo motivo i profittatori su Marte sono più agguerriti che mai. Il loro massimo esponente è l'abile e tirannico Arnie Kott, il quale, pur sapendo che la Terra, un giorno o l'altro, verrà a minacciare la sua supremazia, si augura che quel giorno sia ancora lontano e non ha affatto l'intenzione di rinunciare a ciò che considera un suo buon diritto: volgere a proprio uso e consumo le migliori risorse del pianeta.
Media Voto: 4.33 / 5Paolo Pizzi paolopizzi@hotmail.com (26-10-2010) Allucinato viaggio/denuncia nei disturbi della mente umana quali diretta conseguenza dell'emarginazione sociale.
Questa è la premessa, poi l'autore si addentra nei disturbi del singolo e pian piano ci fa conoscere la loro realtà e finalmente si compie la svolta: ma saranno loro gli anormali o è il resto della società? Letto in questo modo poco importa dove sia temporalmente e geograficamente ambientato il romanzo. Nel futuro su Marte, ma per la linearità della trama poteva anche essere ‘800 nel Far West, anzi per certi aspetti si capisce che l’autore ha risentito del filone narrativo – cinematografico in voga all’epoca della stesura del testo: la conquista delle nuove terre, la società violenta, fino all’immancabile duello finale a colpi di rivoltella, ma in fondo è naturale che sia così. Il Far West per la società dell’ 800 rappresentava una terra di conquista: l’ultima frontiera; per la società moderna l’ultima frontiera è lo spazio, Marte. Questa confezione però se di per se è poco significativa, poichè banale e sterile, in realtà non è nient’altro che una metafora di quelle che sono le preoccupazioni dell’uomo, di quelli che sono i problemi verso cui, secondo l’autore, stiamo andando incontro di nostra spontanea volontà.
Pessimistico, catastrofista? Quando si legge su questo piano un libro al momento di commentarlo si ha sempre paura di mettere in bocca all’autore parole che in realtà non sono le sue, tuttavia se così fosse, se non esistesse nessuna chiave di lettura particolare significherebbe che Dick si sarebbe limitato a narrare una storia scarna, povera, stilisticamente troppo concisa per fare presa sul lettore. Sì, se così fosse tutto quello che rimarrebbe di questo libro sarebbe il ricordo, di una lettura puerilmente fantascientifica, ma non ci voglio credere, deve essere qualcosa di più: la società corrotta, il futuro segnato dagli sbagli dei contemporanei, il male dell’individuo come causa del malessere sociale e viceversa. Sì deve essere questa la chiave di lettura! Tuttavia il dubbio rimane... Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Alice (27-08-2009) Scorrevole e che mantiene l'attenzione sulla storia.
Ricco di significato e di domande su cui ogni tanto è bene riflettere Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Stefano (26-12-2007) Un libro geniale, che si legge tutto di un fiato e lascia tante domande interiori. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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