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Crapis Giandomenico - Il frigorifero del cervello. Il Pci e la televisione da «Lascia... |
Questo volume riempie certamente un vuoto della ricerca storica-mediologica, mettendo definitivamente a fuoco, in una esauriente cornice, la storia del difficile rapporto tra il partito comunista e il piccolo schermo. L'autore, intrecciando il puntuale richiamo ai programmi della televisione con questioni come la lunga gestazione del "colore", la contrastata riforma della Rai, l'espolosione dell'emittenza privata, nonchè con fatti apparentemente distanti come il referendum sul divorzio, l'"austerirà" o l'"effimero", propone una documentata analisi dell'atteggiamento dei comunisti, evidenziandone, almeno fino agli anni '80, la colpevole ricorrente propensione a inseguire al momento sbagliato soluzioni prima rifiutate al momento giusto.
| La recensione de L'Indice |

Il dibattito interno al Pci sui compiti della cultura riguardò, dagli anni quaranta a quasi tutti i sessanta (e talvolta anche oltre), i settori di élite dell'intellettualità, e cioè quelli che meno incidevano sulle coscienze e sulle conoscenze degli strati più larghi della popolazione. Riguardava, tra oscurantistiche tentazioni zdanoviste ed equilibristiche pratiche crocio-lukacciane, la letteratura "alta", le arti figurative "colte", il cinema che poi si sarebbe detto "impegnato", il pensiero filosofico dimidiato tra la civiltà materialistico-storica della inesauribile "prassi" e la civiltà esistenzialistica della interminabile "crisi". Non riguardava la cultura di massa e popolare. Su questo terreno la Dc seppe esercitare un primato deciso, effettivo, talvolta censorio (in senso ideologico e sessuofobico). La Dc mantenne del resto un profilo piuttosto grigio e dimesso, ma sfuggì alle più ossessive pressioni clericali, che pure furono invadenti e penalizzanti. L'anticomunismo, paradossalmente, tenne legata la Dc al mondo moderno: per essere anticomunisti efficaci, infatti, occorreva essere risolutamente parte di ciò che poi, dalla destra, sarà definita l'"americanosfera", la qual cosa attutiva le esigenze e le spinte antimoderne di gran parte del mondo ecclesiastico. Ciò impone, tra l'altro, di ridimensionare l'uggiosa chiacchiera mediatica sull'inesistita "egemonia" della cultura di sinistra. Lo stesso "popolo comunista" è stato diviso, senza ben rendersene conto, tra John Wayne e Gagarin, o tra Elvis Presley e Ho Chi Minh. Ai presunti sfracelli del "gramscismo" ormai credono solo, con malinconica aggressività, gli anticomunisti fuori tempo massimo di oggi. Questo libro conferma l'assunto precedente e mette bene in luce la diffidenza del Pci nei confronti della televisione. E non solo per ragioni politiche. Vi era sì, sin dal 1954, primo anno delle trasmissioni televisive in Italia, un atteggiamento di ripulsa verso il governo che la tv aveva promosso. Vi era anche un ovvio atteggiamento antiamericano. Ma si sospettava altresì, per una sorta di pregiudizio antitecnologico, che la tv, roba da ricchi sfaccendati, non avesse avvenire. Le si contrapponeva la proiezione di un film, dopo il quale era possibile effettuare quel terrificante dibattito, praticato anche nelle parrocchie, che un giovanissimo Nanni Moretti osò nel 1976 denunciare in modo ormai leggendario e definitivo ("No, il dibattito no!"). Lo spettatore televisivo, d'altra parte, era un mero individuo non contattabile e chiuso in un ambiente ristretto. Cominciava in Italia l'era elettronica dell'individualismo di massa, segnata nel tempo da varie tappe tecnologiche (tv, registratore, cellulare, Internet). Fu così che, curiosamente, la Dc creò uno strumento "pubblico" che si rivolgeva a cittadini raggiunti nella loro dimensione "privata", laddove il Pci privilegiava strumenti di comunicazione "privata" in grado di avere una funzione "pubblica". Con Lascia o raddoppia? (in onda dal novembre 1955) la tv inaugurò il suo vero potere. E il Pci si trovò in imbarazzo. La tv era troppo "altra" dalla sua cultura per essere amata, troppo popolare per essere apertamente disprezzata. Si preferì allora, sui giornali comunisti, parlarne poco o nulla. Togliatti dimostrò però di comprenderne le potenzialità. E fu un brillante protagonista delle Tribune elettorali. A questo punto fu la destra democristiana, in pieno miracolo economico, e in piena gestazione del centrosinistra, che si irritò di brutto per il fatto che i comunisti "atei" comparivano con successo (si pensi a Pajetta) in tv. Davanti alle famiglie italiane. Se l'ideologia aveva insomma tenuto lontano il Pci dalla tv, la modernizzazione e il pluralismo politico spettacolarizzato lo rimisero in gioco. Il peccato originale - il misconoscimento "culturale" del mezzo televisivo - continuò tuttavia a pesare visibilmente sulla sua storia. E l'incertezza sul da farsi fu ancora evidente quando in Italia la tv debordò e guadagnò quella funzione ipertroficamente "politica", e particolarissima, che conosciamo. |
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