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Longhi Roberto - Breve ma veridica storia della pittura italiana |
| La recensione de L'Indice |

(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)
recensione di Castelnuovo, E., L'Indice 1989, n. 2
In tre settimane di una torrida estate romana, tra il 15 di giugno e il 4 di luglio del 1914, mentre all'orizzonte si accumulavano i segni dell'imminentissimo esplodere di un conflitto fatale per l'Europa, Roberto Longhi, ventiquattrenne, scriveva in bella e controllatissima calligrafia un condensato percorso della pittura italiana, asciutto quanto assoluto, per accompagnare all'esame di maturità i suoi allievi del Tasso e del Visconti. Era una sorta di dispensa, un viatico intriso di tutti gli amori, le passioni e gli umori di un giovane critico di singolare e precoce ingegno che accompagnava il lettore lungo una via che partendo dai mosaici tardo antichi si concludeva inaspettatamente con Cézanne e gli impressionisti. Il chiudere sull'Ottocento francese e non su quello italiano precisava un certo modo di leggere un percorso, di identificare una linea e stava a significare che le radici dell'arte nuova dovevano ricercarsi nella antica pittura italiana, anche se la fiaccola a un certo momento era passata altrove.
L'autore ostentava risoluto rigore quanto al modo di scrivere una storia della pittura. Punte o poche date, nessun aneddoto o episodio biografico, nessuno psicologismo, nessuna, assolutamente nessuna, connessione tra arte e vita, nessun tentativo di evocare un ambiente, nessun riferimento a una realtà che non fosse quella artistica, nessuna serie che artistica non fosse. Ma 'Comment parler peinture'? Se il programma di Cézanne, nel cui augusto nome inopinatamente si conclude questo essenziale itinere attraverso l'arte italiana, era stato quello di "traiter la nature par le cylindre, la sphère, le cone, le tout mis en perspective", quello del giovane Longhi fu di trattare la vicenda della pittura attraverso la linea, il volume, il colore, la forma. Una storia della pittura autoctona, autonoma e separata da tutto ciò che non potesse essere enunciato in termini visivi, sulla scia di Woelfflin, di Berenson (i cui "North Itatian Painters of the Renaissance" escono nel 1907, lo stesso anno in cui viene pubblicata la seconda edizione di "Renaissance und barock" dello stesso Woelfflin), di Riegl, di Hildebrand. E naturalmente di Croce, ma con una grossa differenza: la risoluta rivendicazione per la pittura e le arti figurative del diritto, anzi del dovere, di non rinunciare alle proprie peculiari caratteristiche per fondersi in una indistinta liricità. Sempre e implacabilmente presente in tutta l'opera di Longhi fu questa esigenza, questa insistenza sulle particolarità, sulla peculiarità sulla singolarità sulla irriducibilità dell'oggetto considerato, che fece del giovane oltranzista dell'idealismo il principe dei conoscitori, fu questa che gli permise di scrivere durante tutta la sua vita una storia concreta fatta esclusivamente di oggetti, di tele, di tavole, di affreschi.
Longhi si era laureato pochi anni prima con una tesi su Caravaggio .Aveva risolutamente scelto questa strada malgrado che il suo maestro, Pietro Toesca, avesse dapprima tentato di convincerlo a indagare i castelli del Monferrato (e poco in effetti lo si immagina nelle vesti dell''archéologue') quindi era sceso a Roma al perfezionamento di Adolfo Venturi. Amico di Boccioni e dei futuristi, incondizionale ed entusiasta ammiratore degli impressionisti, studiati e amati alla Biennale del 1910, collaboratore della "Voce", aveva preso a scrivere per "L'Arte" di Venturi ed aveva letto gli "Italian Painters of the Reinassance" di Berenson con tanta partecipazione da proporre 'ipso facto' al loro celeberrimo autore di tradurli e presentarli - lui sconosciuto apprendista - al pubblico italiano. La breve ma veridica storia appartiene appunto, insieme a "Rinascimento Fantastico" (1912) e al "Piero dei Franceschi e lo sviluppo della pittura veneziana" (1914), a quegli anni cruciali e contiene 'in nuce', pronunciate con un tono tra il confidenziale, l'ironico e l'apodittico, alcune delle scelte, delle cesure, degli accenti che saranno propri di Longhi. Tralasciata nel primo volume delle opere complete, essa venne pubblicata in una prima volta nel 1980 a cura di Anna Banti. Oggi viene riproposta in edizione tascabile introdotta da un saggio assai bello e nuovo di Cesare Garboli.
I temi della introduzione aprono in varie direzioni: dalla scrittura tanto particolare di questa "dispensa" alla natura dell'idealismo di Longhi, ai suoi debiti verso Croce e Gentile, alla parabola dei rapporti con Berenson, al convivere, apparentemente idiosincratico, di una indiscussa fede idealistica e di un bisogno altrettanto esigente e prepotente di restare aderente in ogni modo all'oggetto, al quadro, alla tela. A ciò che per Longhi è stata la storia, che per lui in quegli anni altro non poteva e non doveva essere che esclusivamente ed unicamente storia dell'arte, a ciò che è stato per lui il passato: non venerabile fondamento del presente, ma presente esso stesso in quanto solo la presenza è condizione stessa dell'esistenza.
Attendendo il volume di saggi longhiani che Garboli ha in preparazione, questa introduzione agli anni formativi di una delle massime personalità della cultura italiana del Novecento ci offre un Longhi radicale, ci presenta, insomma, in un modo che dovrà far discutere, la giovinezza di un incondizionale, estremista, Corsaro Nero (della storia dell'arte).
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