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Cinema, tv e spettacolo  Teatro 

Garboli Cesare - Un po' prima del piombo

Un po' prima del piombo TitoloUn po' prima del piombo
AutoreGarboli Cesare
Prezzo € 23,24
Prezzi in altre valute
Dati1998, LXIII-400 p.
EditoreSansoni  (collana Saggi)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Il libro, presentato da Fernando Taviani, raccoglie descrizioni, racconti, cronache di spettacoli, usciti tra il 1972 e il 1977 sul Mondo e sul Corriere della Sera. La prosa di Garboli riesce a cogliere non solo i tratti salienti degli spettacoli che recensisce, ma l'intera atmosfera di quegli anni, quasi che il teatro non fosse che lo specchio in cui si rivela il volto segreto di uno Stato in disordine.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Perrella, S., L'Indice 1998, n.11

Cesare Garboli è un saggista. Un fior di saggista. Ma dobbiamo intenderci sulla parola. Innanzitutto è necessario distinguere tra saggista e critico, dicendo che non sempre le due figure coincidono nella stessa persona. E se non sempre il critico è anche un saggista, di solito il saggista è anche un critico.
In Garboli infatti sono presenti entrambe le figure, in un continuo rimescolio. Il saggista è uno scrittore riflesso. Perché il ticchettio della tastiera faccia apparire sullo schermo un mondo, o un suo brandello, ha bisogno di un intermediario: un libro scritto da un altro, ad esempio.
Oscar Wilde sosteneva che di scrittori naturali, di scrittori primari, ce ne sarebbero stati sempre di meno. E che la critica avrebbe sempre più occupato il campo. In un certo senso la sua previsione si è avverata, anche se facciamo fatica a notarlo, viste le necessità della produzione editoriale, per cui sembra che nasca un nuovo scrittore ogni due o tre mesi. Certo, dal tempo in cui Wilde sosteneva la sua tesi, la situazione è talmente mutata da farsi avversa anche nei confronti dei critici e dei saggisti.
Di certo, abbiamo avuto un secolo ricco dal punto di vista critico. E c'è chi sostiene, come Pier Vincenzo Mengaldo, che il bilancio finale sia più attivo per la critica rispetto a quello, ad esempio, della narrativa.
Nell'attivo non può mancare il lavoro di Cesare Garboli. Geno Pampaloni una volta ebbe a dire che Garboli era stato parsimonioso nello spendersi, ma che gli zecchini da lui tirati fuori dalle tasche erano d'oro.
Nel suo giudizio lusinghiero Pampaloni aveva di sicuro ragione. Si potrebbe però dire che alla parsimonia si può accostare la dissipazione. L'opera di Garboli, infatti, si può dividere in quella edita e nell'altra volatile, forse addirittura più vasta della prima. C'è infatti una quantità d'idee e di nessi prodotti dalla sua mente, che Garboli non si è sinora dato la pena di fermare su carta, affidandoli al fluire dell'estro conversativo. E anche questa è una caratteristica piuttosto comune nei saggisti: una forte propensione all'oralità.
Si spiegano così, a volte, sia gli esordi tardivi, sia i lunghi intervalli tra un libro e l'altro. Il primo libro di Garboli, "La stanza separata" (1969), fu pubblicato quando lui aveva già quarant'anni. E si è dovuto aspettare la metà degli anni ottanta per veder comparire un suo nuovo libro: "Penna Papers" (1984; Garzanti, 19962). È vero che da quel momento la sua produttività visibile è stata più regolare, ma è anche vero che la pubblicazione di un libro non ha mai coinciso, anche dopo, con i veri ritmi di scrittura di Garboli.
Se ci affidiamo alla convenzionale divisione del tempo in decenni, possiamo però dire che nel primo libro c'erano i suoi anni sessanta e che in un libro successivo, "Scritti servili" (Einaudi, 1989), troviamo gli anni ottanta. Nelle sue raccolte saggistiche c'era dunque un buco di cui solo adesso ci accorgiamo, riempito solo in minima parte da "Falbalas "(Garzanti, 1990): il vuoto degli anni settanta.
Di cosa avesse fatto e pensato Garboli durante quel decennio, sinora non sapevamo molto. Dico "non sapevamo", perché di recente è stata pubblicata dalla Sansoni una raccolta di suoi articoli, non solo tutta dedicata a quel decennio, ma pervasa dalla sua atmosfera.
Con questo libro, "Un po' prima del piombo", scopriamo che Garboli in quel periodo si occupò di critica teatrale, e che lo fece, naturalmente, a suo modo. Delle sue recensioni si è ricordato Ferdinando Taviani, ben noto ai lettori dell'"Indice", ideando e lungamente introducendo (con intelligenza espugnatrice) questo libro.
Il teatro è per Garboli uno dei due ambiti della conoscenza da lui prediletti. L'altro è la filologia.
In queste recensioni veloci, scritte di solito al mattino presto - come l'autore stesso ci dice in un poscritto - le idee pullulano in gran quantità, tanto che lo spettacolo visto la sera prima, pur descritto e reinventato sulla pagina, funge spesso da piattaforma di lancio perché queste idee prendano il volo. Capita così che, vista la brevità dei pezzi, le idee nascano e presto volino fuori dalla pagina, e ci rimane il desiderio di sapere dove Garboli le abbia fatte atterrare, una volta uscite dall'orizzonte del nostro sguardo.
A Garboli piacciono sia i testi sia gli attori. Ha interesse per la fisicità della recitazione. Ma è anche capace di coglierne l'aspetto metafisico. Può quindi descrivere, sì, "la faccia torturata" di Eduardo, ma anche immaginarsi la presenza scenica di Petrolini, anche se non l'ha mai visto recitare, nel suo elemento più volatile: quello della voce. Lo può fare, attraverso la frequentazione di un'altra persona, un sorprendente Mario Tobino, "invaso, posseduto da Petrolini", il quale, per "una spontanea identificazione fascinatrice", trasformava la trattoria dove stavano mangiando in un teatro in cui si potevano ascoltare "le scempiaggini derisorie di Fortunello".
Ho scelto un piccolo esempio di quel che il conoscitore teatrale potrà trovare nelle recensioni di Garboli. Ma avendo una sommaria conoscenza del mondo del teatro, sento di dovermi fermare qui. Per fortuna, come Taviani ricorda, il libro di Garboli appartiene "alla piccola tradizione italiana dei libri di viaggio nei paesi del teatro", dove però il teatro è soprattutto un tramite per altro. Devo dire di essermi un po' dispiaciuto di non aver trovato tra i Gobetti, i Savinio, i Flaiano, e i Ripellino - tutti citati da Taviani come appartenenti di diritto a questa piccola tradizione - il nome di Nicola Chiaromonte.
Anche Chiaromonte, come Garboli, è stato un fior di saggista e anche lui ha usato il teatro per capire tante altre cose. Quando provo a disegnarmi nella mente il nostro secolo della saggistica, Chiaromonte e Garboli li dispongo agli opposti. Quanto la prosa del primo risuona sobria e misurata, tanto quella del secondo possiede un effetto drogante. E più mi rendo conto di quanto questi due saggisti siano diversi, più li sento indispensabili entrambi.
Tornando a "Un po' prima del piombo", ci deve pur essere una ragione sul perché Garboli abbia dimenticato così a lungo una parte cospicua dei suoi anni settanta.
Forse una delle ragioni ce la fornisce Taviani, quando afferma che Garboli è un "sociopatico". Un uomo, cioè, che sente con particolare forza gli eventi della società. E li subisce suo malgrado. È dunque vero che nel libro di Garboli c'è la testimonianza di una curiosità non indifferente per il mondo. Ma è anche vero che quelli sono gli anni in cui sceglie di eclissarsi ed eclissandosi cambia il suo modo di rapportarsi agli altri e al mondo stesso.
Sappiamo tutti che i settanta sono stati anni di piombo: gli anni del delitto Moro. A quest'atmosfera si riferisce il titolo del libro. Garboli ci tiene a precisare, in dialogo con Taviani, che di piombo ce n'era già abbastanza anche prima di quell'orribile delitto.
Riandando a quel periodo, suggestionati dal titolo, non possiamo non vedere come l'Italia "tartufesca" (della figura molieriana Garboli non solo è traduttore, ma anche un personalissimo interprete) abbia trangugiato la tragedia di Moro, riuscendo a sciogliere quel piombo e facendolo diventare la poltiglia in cui siamo costretti a camminare oggi.
Chi li ha vissuti, quegli anni, non può dimenticare quanti aspetti vitali ci fossero mescolati al piombo. Questa vitalità è spesso rimasta attaccata ai pezzi "militanti" di Garboli. E sì, perché il libro ci mostra anche quest'aspetto che col tempo Garboli ha messo in secondo piano, quello del critico militante. Basta osservare la sua sempre più sporadica collaborazione ai giornali, per misurare le distanze tra l'oggi e quel recente passato. E non parlo solo del teatro, intendo anche la letteratura. Da tempo, infatti, Garboli non recensisce più gli scrittori contemporanei. Evidentemente i suoi interessi sono altrove e forse lo sono stati sempre.
Adesso, le sue sortite editoriali ama affidarle a una collanina verde adelphiana, dove pubblica testi spuri del passato. Ma ci sarà un momento in cui gli verrà voglia di raccontarci a suo modo questo nostro decennio che si chiude?
"Un po' prima del piombo" è un libro discrimine; un libro che viene dal passato e segna indirettamente il futuro. A settant'anni, tanti ne compie Garboli in questi giorni, questo titolo gli ricorda che ha un'ingente parte volatile della sua opera ancora da colonizzare al mondo scritto. E che questo compito lo rende un uomo potenziale, paradossalmente simile ai giovani alle prime armi. Certo, al titolo dovrà essere fatta una modifica, quel "prima" bisognerà leggerlo come un "dopo", il dopo di un oggi, forse per lui difficile, ma espressivamente nuovo e inaspettato.
È questo l'augurio dell'"Indice" per il suo compleanno.

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