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Hawthorne Nathaniel - La casa del tesoro |
| La recensione de L'Indice |

scheda di Manera, C., L'Indice 1993, n. 3
Attraverso un alternarsi di passato e presente, di sogno e realtà, di immagini più o meno sfocate, si sviluppa la delicata storia di Peter Goldthwaite. Come spesso nella "short story" classica, il protagonista è un individuo in qualche modo eccentrico, ai margini della società, della folla sorridente che egli qui osserva da una finestra della sua casa in demolizione. Come spesso in Hawthorne, è il simbolo a farla da padrone, dove il magico diventa introspezione, dove la demolizione dell'abitazione di Peter, che consente però di "lasciare inalterato l'esterno guscio... in modo che i passanti non potessero sospettare ciò che accadeva dentro", diviene emblema del conflitto tra interiorità ed esteriorità. Scettico nei confronti dell'ottimismo metafisico che permea il pensiero estetico e filosofico dei suoi contemporanei - primo fra tutti Emerson - , Hawthorne sottopone a critica anche il mitico sogno americano di rinnovamento, sogno che qui Peter sembra concretizzare nella ricerca spasmodica del "tesoro" e nella progressiva demolizione della vecchia casa in prospettiva di una ricostruzione. La proiezione nel futuro non è tuttavia possibile senza l'incontro-scontro con i fantasmi del passato, ed ecco che quindi Peter nel suo distruttivo vagabondare tra i relitti della soffitta, confonde la propria identità con quella dell'omonimo antenato e le diavolerie di quest'ultimo sembrano fornirgli una chiave d'interpretazione. Ma non finiscono certamente qui le occasioni di cimentarsi nella decodificazione di simboli e allusioni, oltre che semplicemente assaporare il tono pacato del racconto. Non manca, in conclusione, anche un riferimento sfocato al mondo degli affari: un nuovo sbocco per la realizzazione concreta del sogno d'intraprendenza e rinnovamento?
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