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Narrativa straniera  Classica (prima del 1945) 

Dumas Alexandre - La rosa rossa

La rosa rossa TitoloLa rosa rossa
AutoreDumas Alexandre
Prezzo
Sconto 15%
€ 5,10
(Prezzo di copertina € 6,00 Risparmio € 0,90)
Prezzi in altre valute
Dati1998, 96 p.
CuratoreArese G.
EditoreSellerio Editore Palermo  (collana Il divano)

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Descrizione
Blanche, eroina romantica, protagonista del racconto, ha un modello reale: Angélique Desmesliers, una ragazza vandeana di diciotto anni, salvata dal generale Marceau e diventata personaggio leggendario. Alexandre Dumas trae spunto da questa vicenda per raccontare una struggente storia d'amore.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Merlino, G., L'Indice 1998, n.10

L'aristocratica vandeana Blanche de Beaulieu viene fatta prigioniera dal generale repubblicano Marceau nel corso di quella terribile "guerra delle foreste" (o ""révolte-prętre"", come la definė Victor Hugo) che fu la sollevazione della Vandea nel marzo del 1793. Benché sia vestita da soldatino Blanche è impauritissima, trema e invoca pietà. La prigioniera e il generale si amano subito di un amore puro e invincibile, ma tra di loro ci sono due intoppi grandi come la storia e la politica. Il racconto finisce, rapidamente, con la "chute" brusca della lama della ghigliottina. La fanciulla è ridotta a una testa mozza e il generale viene fissato in un interminabile grido di rabbia impotente.
All'inizio e sullo sfondo del racconto c'è, dunque, la Vandea: eroica, chimerica, arcaica e cavalleresca; ma anche astuta, crudele e fedele fino al fanatismo. Dall'altro lato ci sono i giovanissimi generali della Rivoluzione, Marceau e Dumas (padre del nostro romanziere), anch'essi eroici, giovani, appassionati e avventurosi. La Vandea e gli ufficiali repubblicani sono rappresentati tutti insieme come un'"élite" dell'onore e del sentimento, entrambi perdenti su uno sfondo di carneficine giudiziarie e militari ove, come ben sapeva André Chénier, ""courage"" rimava troppo spesso con ""carnage"".
Sono i "vecchi" e i "politici" a decretare la perdita di questi giovani dal cuore limpido. Il marchese di Beaulieu più che un padre è il nome-simbolo della lotta "per il re e la giusta causa"; e i grandi uomini della Rivoluzione sono tutti personaggi crudelmente monomaniaci.
Robespierre ci viene mostrato a teatro, incorniciato dal finestrino di un palco, ove Danton gli ha teso una trappola organizzando il trionfo di una brutta tragedia di Voltaire - "La morte di Cesare" -, in lode del tirannicidio; e poi, dopo, nella sua casa pulitissima, spoglia e astratta: pura custodia di un libro sacro, il "Contratto sociale", sempre aperto sul tavolo di lavoro e del suo lettore autentico. Questo Robespierre, "arido frutto dello spirito classico" (Taine) e "poudré, ganté, brossé, boutonné" (Hugo), non sfiora neppure il mondo delle passioni private.
Saint-Just corrucciato e dolente, bello, elegante e incorrotto, da un lato è laconico e inavvicinabile come un dandy (la sua retorica si restringeva alla "brevitas imperatoria" e la sua faccia brillava come un ostensorio tra le pieghe dell'immensa cravatta di seta) e dall'altro lato è austero e iroso come un profeta. Hébert e Danton sono impudichi, triviali, ambiziosi e settari; rappresentano l'anima plebea e venale della Rivoluzione. Questi stessi personaggi sono spesso riuniti in un ritratto di famiglia, legati dal tema del sangue. A cominciare da Marat, ""buveur de sang"", la fisiognomica rivoluzionaria ruota intorno all'"effusio sanguinis". E così Saint-Just è pallido, Robespierre è livido, Marat muore dissanguato nella sua vasca, in una posa da "pietà giacobina"; mentre Danton è pletorico e sanguigno come Mirabeau, il suo maggior modello.
Nel discorso materialistico e cinico che Delmar - il delegato del popolo presso il corpo di spedizione in Vandea - tiene alla terrorizzata Blanche de Beaulieu, il sangue viene definito come un semplice "liquore rosso", quasi fosse il succo di una grande vendemmia umana, che solo la superstizione ha reso sacro e venerabile. Il sangue che nell'Antico Regime consacrava la continuità delle dinastie, legittimava le genealogie e univa le stirpi, ora, in età repubblicana, è diventato il grande detersivo della Nazione che, sotto forma di salasso, ridà la salute e, abbeverando le terre riarse, restituisce la fertilità.
Grazie al sangue ci siamo avvicinati a una delle ossessioni della generazione romantica: la ghigliottina. Questo "grande teatro della rivoluzione" (Michelet) è il filo occulto che attraversa il nostro racconto e si manifesta alla fine, vorace e fatale. Fin dal titolo quel colore rosso della rosa non è un innocente cliché poetico; è già un rosso sangue: la rosa è finta, è una rosa tinta; è già una reliquia.
Questo fiore che Blanche de Beaulieu sceglie per sé, rifiutando il prezioso collier offertole dal generale Marceau (quasi presagendo che una collana non si addice a una decapitanda), riappare nella scena finale del patibolo non più tra le chiome della fanciulla, ma serrato tra i denti come per trattenere un grido di raccapriccio e per ostentare una fedeltà d'amore. Il gesto appassionato con il quale la moritura ha voluto tenere su di sé, fin dopo l'esecuzione, il pegno d'amore si rivela pregno di involontario orrore. La folla assiepata, alla quale il boia mostra il capo di Blanche, crede di scorgere tra quelle labbra non già una rosa rossa ma un fiotto di sangue e si allontana muta e atterrita. La rosa si svela per quel che era: un presagio di agonia e un commiato funebre.
Il pathos dell'esecuzione di Blanche sta soprattutto nel fatto che, benché allevata dal padre e allenata a esercizi maschili, nulla ha perso di una dolce e impaurita femminilità. Nel mondo di Dumas, però, è presente un altro tipo di donna - fatale e terribile - ben noto ai suoi lettori. Milady, nei "Tre Moschettieri", è l'esempio più clamoroso di questa donna-tigre che svirilizza e divora gli uomini che incontra.Ma non è l'unico. Una "belle dame sans merci" è anche la protagonista del racconto breve "Erminia ovvero un'amazzone", che mette in scena una passione femminile fallica, imperiosa, anonima e rischiosa. Il racconto si chiude col tonfo mortale del maschio in un sordido cortiletto condominiale, quasi si trattasse di una fatalità zoologica del "post coitum". Alla fatuità dell'uomo corrisponde l'energica Eugénie Danglars, nel "Conte di Montecristo", che fugge dalla casa paterna portando con sé la fragile e innamorata maestrina di pianoforte; e sempre nello stesso romanzo c'è la signora di Villefort, una grande avvelenatrice.Quel che colpisce in queste donne è che sono sempre al centro di lutti passati o futuri: donne "en noir", suscitatrici di catastrofi e fomentatrici di persecuzioni, veri gorghi che attirano il sublime più tenebroso.
Chiudendo questo breve elenco direi che, per Dumas, il "mundus muliebris", sottrattosi all'alleanza col maschio, è un campo minato e calamitoso per chiunque l'attraversi e che, perciò, ad esempio, l'unico moschettiere inquietante e, a volte, diabolico è il più galante ed effeminato dei quattro: l'abate d'Herblay, detto Aramis, vescovo di Vanves, una vera "coquette" ecclesiastica.

I vostri commenti
stefano algenor@libero.it (14-06-2009)
un dumas alle prese con il proto-romanzo storico. Molto bello. Intenso nella sua brevitā
Voto: 3 / 5

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