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Il terzo romanzo di Ugo Cornia, la terza parte di un diario dell'inquietudine vissuta da una generazione, o da una età della vita, o da una condizione esistenziale. Come negli altri era il distacco dalle radici familiari e le vie dell'incontro con l'amore importante della vita, qui si tratta dell'ingresso "nell'età della ragione", rappresentata dal primo rapporto serio col lavoro.
| La recensione de L'Indice |

Roma è il terzo capitolo del fluviale monologo saggistico-narrativo cominciato con Sulla felicità e oltranza (Sellerio, 1999; cfr. "L'Indice", 2000, n. 4) e proseguito con Quasi amore (Sellerio, 2001; cfr. "L'Indice", 2001, n. 7/8) da Ugo Cornia, modenese, quasi quarantenne. Dopo la morte e l'amore, si parla ora di lavoro, o meglio di quasi lavoro, perché se in Sulla felicità a oltranza si teorizzava una morte senza lutto e in Quasi amore un amore senza "noi", qui si parla di un lavoro senza realizzazione. Il narratore si presenta infatti come un "non lavoratore interiore" (a differenza dei "lavoratori interiori", lui è uno che "visto che il giorno dopo deve andare a lavorare, tutte le sere va a letto alle due") e il "realizzarsi sul lavoro", sostiene, "non ho mai capito se mi sembra più una doppia galera oppure una doppia fatica". Anche in questo caso, insomma, la ruminazione esistenziale del narratore consiste in un'opera di sottrazione, di svuotamento, addirittura di indifferenza, perché l'indifferenza "sempre, tende al massimo bene possibile". Quello che a ogni nuovo libro sorprende in Cornia è l'intreccio che risuona in tempo reale tra esperienza e riflessione, che nella scrittura si esprime attraverso una sorta di fluida metafisica delle piccole cose, un continuo intreccio tra particolare e generale, tra una brioche all'albicocca e un "dio muto", tra il vuoto di un parcheggio e la "contemplazione precisa del quasi niente", che sarebbe anche un'ottima definizione della scrittura di Cornia. E come punti di sutura tra particolare e generale Cornia si serve di una serie di parole o concetti chiave, sempre, inesorabilmente, semplici: le posture, i processi in atto, il risultato di felicità, lo stare, e infine le lastre, perturbante spettro su cui si chiude il monologo. In questa metafisica del quotidiano, che è poi anche un elenco di idiosincrasie, sono centrali le dimensioni dello spazio e del tempo, e il loro continuo, ritmico, contrarsi e dilatarsi. In questo senso il lavoro funziona come una sorta di principio d'ordine, che a seconda dei casi allunga o abbrevia le ore e chiude o apre gli scenari. La Roma che dà il titolo al libro è la città dove per la prima volta il narratore svolge un lavoro "serio", ma questa permanenza nella metropoli, questo mestiere svolto al servizio di un'"azienda leader sui mercati mondiali", non sono che un modo per far passare il tempo, un modo qualsiasi. E all'entusiasmo manageriale della sua capoufficio il narratore non ha da opporre che un'umile, quasi impercettibilmente polemica, demistificazione dell'ideologia del lavoro ben fatto. Poco male allora se l'esperienza lavorativa romana finirà non troppo in gloria. Tanto "i posti sono tutti uguali" e "l'aria aperta è bella dappertutto". |
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