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De Angelis Augusto - L' impronta del gatto

L' impronta del gatto TitoloL' impronta del gatto
AutoreDe Angelis Augusto
Prezzo € 12,00
Prezzi in altre valute
Dati2007, 250 p., brossura
EditoreSellerio Editore Palermo  (collana La memoria)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
A leggere Augusto De Angelis e la sua saga del Commissario De Vincenzi della Mobile di Milano, si incontra subito il piacere di un buon giallo, di articolato costrutto, dai vivi personaggi e dalle scenografie esoticamente tardo Déco. Ma c'è anche un interessante contorno storico che rende più complesso il processo dell'immedesimazione. Augusto De Angelis scriveva nel Ventennio fascista, inaugurando in Italia un genere letterario, il giallo, che il regime vedeva come fumo negli occhi. Per cui i suoi polizieschi sono una testimonianza, dei rapporti tra il fascismo e la cultura, tra occhiuto controllo e margini di libertà. Innanzitutto l'ambiguo rapporto con la cultura di massa: pur avendo in sospetto il fascismo il genere giallo, con De Angelis, scrittore benaccetto, nasceva l'autentico giallo italiano, non più la scialba ripetizione dei soliti investigatori importati da Francia, America o Gran Bretagna, a dimostrazione che con la cultura di massa, promossa e ampiamente sfruttata dal potere, era d'obbligo accogliere anche i frutti meno digeribili. Nondimeno, il Minculpop esigeva le sue regole: solo delitti in ambienti esotici e viziosi; solo delinquenti stranieri e con lo stigma di qualche depravazione; solo lieto fine. L'autore le rispettava, ma senza rinunciare a far trasparire una sua distanza, un suo afascismo: nel carattere scettico, privo di protervia e di entusiasmo, antieroico, malinconico, di gusti umanistici e atteggiamenti tolleranti del Commissario da lui creato.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
In un famoso intervento degli anni trenta (Il romanzo poliziesco, 1932), Alberto Savinio sosteneva che fosse impossibile conciliare la tradizione letteraria italiana con il "romanticismo criminalesco" della cultura popolare anglosassone Nello scetticismo di Savinio si affacciavano le contraddizioni della nostra prima industria culturale. Di fronte al successo dei generi letterari di largo consumo, come il poliziesco, il fascismo oscillava tra le operazioni censorie e il tentativo di creare, pilotandola, una letteratura popolare (poliziesca, in particolare) di impronta nazionale. E accadeva che, non solo per ovviare all'ostilità dei letterati della "bella pagina", ma soprattutto per la necessità di depurare l'immaginario collettivo, si incoraggiasse una notevolissima scuola di poliziesco autarchico. Di questa prima ondata di professionisti italiani del giallo Augusto De Angelis è la figura più rappresentativa. Importante giornalista, primo autore di detection novel seriale in Italia con i romanzi del commissario milanese De Vincenzi, De Angelis abbandona il sensazionalismo appendicistico che ancora dominava il gusto letterario popolare, volgendosi verso un giallo a sfondo psicologico-esistenziale sotto molti aspetti simile, come notava Oreste Del Buono nel primo repechage delle storie di De Vincenzi, negli anni sessanta, alle contemporanee esperienze di Simenon e di Hammett.
Avvalendosi di una sorvegliata scrittura professionistica, De Angelis preferisce far leva sull'architettura dell'edificio narrativo e puntare a una costruzione solo graduale dell'effetto romanzesco. Non sacrifica la letterarietà a vantaggio dell'indagine poliziesca, ma porta in primo piano la figura del detective, sottolineandone il rapporto privato con il delitto e il desiderio empatico di entrare nella mente criminale. Un'operazione raffinata, con il protagonista che si avvicina al modello americano del "detective celibe, anonimo, a caccia di delitti nel territorio urbano", ma intrattiene un rapporto tutto letterario con la realtà, attraverso la quale filtra una passione intensa per le cose che fa pensare a Scerbanenco (Bini).
L'impronta del gatto (1943), sesto titolo che Sellerio dedica alla riedizione dei gialli di De Angelis, è una classica storia di vendetta. Al centro c'è una famiglia di contrabbandieri di lusso di origine venezuelana (i Semerari). La vicenda si snoda tra un grande edificio di piazza del Carmine, dove avviene il primo delitto, corso Venezia (Palazzo Semerari) e una bisca fuori Porta Sempione (Villa Verde). Sintomatico è il ruolo del gatto del titolo. Con le zampette bagnate di sangue, guida De Vincenzi nei primi passi dell'indagine, una allegoria del caso, il "nume tutelare di tutti coloro che si trovano alle prese con il mistero": "Mentre Vercelloni, a frasi scucite, ancora turbato, faceva il suo racconto, il cervello di De Vincenzi lavorava. Il Caso! Sempre il Caso era l'alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato del criminale". De Vincenzi (per il quale il predominio della casualità sottintende lo sgretolarsi di una visione positiva del reale) ricorre "agli strumenti tipici dell'intellettuale decadente: intuizione, sensibilità, psicologia" (Pistelli): "Lui conduceva sempre le inchieste a quel modo: affidandosi all'intuizione e cogliendo le occasioni del momento". L'intreccio si complica progressivamente, il "bello si affaccia a indagine inoltrata" (Benvenuto).
L'indagine del commissario è soprattutto "considerazione psicologica del clima del delitto e delle persone, che si muovono dentro e attorno al dramma" – come scrive De Angelis nella Conferenza sul giallo (in tempi neri) (pubblicata nel 1980 dalla rivista "Lettura"), in esplicito omaggio a Van Dine – e come l'osservazione attenta dell'expertise artistica richiede non metodo, ma riflessione ed empatia. Il commissario è infatti un "sensitivo, in fondo, un romantico a cui lo studio dell'anima umana, a ogni nuova esperienza, procurava soltanto dolore. Qualcuno aveva detto di lui che, come il demonio cercava più le anime che i corpi (…) Un povero demonio, lui! (…) E un tristo mestiere il suo: cercatore di anime".
E la detection psicologica di De Vincenzi si riflette sulla struttura narrativa. Anche nell'Impronta del gatto il commissario sa chi è il colpevole, ma non ha le prove e per incastrarlo ed è costretto come sempre a tendergli una trappola: "Il momento della lotta decisiva si avvicinava. Egli aveva passato la giornata a prepararlo. Adesso si sentiva invadere dalla paura. Aveva soprattutto paura che i suoi calcoli si avverassero errati. In fondo, lui non si era affidato che all'intuizione. Di prove – di quelle prove, che si possono produrre in giudizio – neppure una!".   Valentino Cecchetti

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