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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Grossi Pietro - L' acchito

L' acchito TitoloL' acchito
AutoreGrossi Pietro
Prezzo
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€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
Prezzi in altre valute
Dati2007, 199 p., brossura
EditoreSellerio Editore Palermo  (collana Il contesto)

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Descrizione
Sin da quando era ragazzo Dino si era messo in testa di imparare a giocare a biliardo. Voleva lezioni da Cirillo, il più bravo ed esperto del circolo, carpirne il segreto, la magica misteriosa alchimia con cui riusciva a carezzare quelle sfere lucide e colorate. Ma Cirillo non voleva saperne, almeno sino a quando Dino non fosse riuscito a far tornare la palla esattamente al punto di partenza, né un millimetro più, né un millimetro meno, e non una sola volta - il caso avrebbe potuto aiutarlo - ma proprio tutte le volte. Gli ci vogliono tre anni; ma alla fine Dino ottiene che Cirillo diventi il suo maestro, anche se a quel punto, posseggono entrambi la magia del biliardo. Gioco fatto di lunghi silenzi, di riflessioni e ragionamenti, metafora della vita: le geometrie perfette che si disegnano sul tavolo verde rimettono le cose in riga, così come il lavoro di Dino, pavimentatore di strade. Incastrare i ciottoli nella terra, cacciarli a martellate nella rena, uno dopo l'altro, milioni di ciottoli. Anche loro, così ben allineati, corrispondono all'ordine che regna nella vita di Dino, fatta di piccole felicità: la moglie Sofia, i viaggi che fanno ogni sera, restando seduti in soggiorno, i pochi amici. Poi Giani, il funzionario del Comune, gli annunzia che "arriva l'asfalto": Dino e la sua squadra dovranno dimenticare il mosaico dei ciottoli. E accadono altre cose, che avvisano Dino che il suo idillio di vita era cosa troppo fragile.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Il nuovo libro di Pietro Grossi giunge atteso dopo il consenso unanime tributato alla sua prova d'esordio (Pugni, Sellerio, 2006; cfr. "L'Indice", 2006, n. 6; un quasi esordio, se si considera un precedente molto in sordina). Quel libro di racconti aveva rivelato un talento di scrittore tra i più promettenti della nuova narrativa italiana. Come sempre in questi casi si attende di sapere se non sia il folgorante esordio destinato a rimanere insuperato, o se l'autore non abbia con il primo scritto anche l'ultimo suo libro, esaurendo in un'unica irripetibile prova tutto quello che aveva da dire.
La scelta del romanzo, anzitutto, mostra il coraggio di chi sceglie strade nuove rispetto a quelle già percorse, e il talento si conferma appieno, sebbene non ai livelli del precedente libro di racconti. Fa difetto in particolare, come già altri recensori hanno notato, l'accumulo, nella seconda parte, di episodi drammatici: un eccesso che stride con la misura classica dello stile dall'autore, perseguita con rigore, oltre che con una narrazione per solito costruita per sottrazione.
Dino, il protagonista, lavora per conto del comune a pavimentare di ciottoli le strade; con lui un gruppo di uomini umili, sinceri e di poche parole. E poi c'è il biliardo (l'"acchito" del titolo è la posizione d'inizio della palla), le lunghe serate attorno al tavolo verde, le interminabili sfide con il suo maestro, Cirillo, che a questa passione lo ha iniziato come a una filosofia di vita. A casa lo attende la moglie, Sofia: le loro cene dai gesti lenti, i lunghi silenzi, quel torpore domestico in cui trovare rifugio e da cui sono distolti solo quando parlano dei loro viaggi, del tutto immaginari, in paesi lontani, dalla moglie annotati fin nei minuti dettagli in certi quaderni.
Al lavoro, nella disposizione che dava a quei ciottoli, casuale solo all'apparenza, Dino ritrovava un ordine possibile: da leggersi anche, in una scrittura che si conferma ad alta temperatura allegorica, come una maniera, per Dino, di appagare il bisogno di dare ordine all'esistente, esorcizzando l'imprevisto che più ancora spaventa quando è anche, come talvolta nella vita, irreversibile. Così è anche per l'altra vera grande passione di Dino, il biliardo: "Faceva sempre un certo effetto veder tornare la palla nella sua posizione, era come se d'un tratto le cose si rimettessero a posto, come se malgrado tutto ci fosse una zona franca in cui le cose avevano una loro misura". Se Dino trascorre parte delle sue giornate attorno a un tavolo verde è perché sa di ritrovare sempre "un pezzo di mondo dove le linee e le forze e i movimenti seguivano percorsi esatti, senza fronzoli e voli di fantasia". Un mondo dove la sfortuna non esiste, e l'imprevisto se c'è può essere solo a favore. Un mondo in cui Dino sente di ritrovare insieme alla dignità, come nel libro si legge, il fondo più autentico di se stesso.
Le analogie sono tante tra il suo lavoro con i ciottoli e il gioco del biliardo, anzitutto nel tracciare traiettorie ordinate per costruirsi un riparo sicuro dalle insidie della vita; fondamentale, in entrambi i casi, è l'uso delle mani: le mani strumento dell'ingegno, com'è tipico dei lavori artigiani. Le mani – o i pugni – che Dino tiene, in una sua posa tipica, in tasca, affondate nel giubbotto (e le mani, nel libro Pugni, erano quelle del pugile protagonista del primo, il più bello, dei tre racconti).
E artigianale è certamente la concezione che Grossi ha della scrittura, arte non dissimile, in questa prospettiva, dal lavoro con i ciottoli e dal gioco del biliardo: comune è la "zona franca", la distanza – di sicurezza, si direbbe – che lo scrittore si crea, collocando le sue storie sempre in un passato imprecisato anche se non troppo lontano, quanto basta perché non sia insidiato dal presente, da cui rifugge, come Dino dalla realtà non compresa entro i confini del tavolo da gioco o, sulla strada, dal mosaico che con i suoi ciottoli compone. Tratto, questo, che marca la diversità di Grossi dagli scrittori italiani di oggi.
Impreviste, a sconvolgere la quieta esistenza del protagonista, giungono una buona e poi una cattiva notizia: quella buona, oramai insperata, annunciatagli dalla moglie, è la nascita del figlio; quella cattiva è l'arrivo dell'asfalto che sostituirà, per decisione del comune, gli amati ciottoli. L'asfalto, "poltiglia nera schifosa e appiccicosa", è associato a un'immagine di morte: Dino ora vedeva se stesso e i suoi compagni al pari di "becchini vestiti di nero che come automi gettavano sulla strada cadaveri di pietra". Gli rimarrà il biliardo.
Con Dino, Grossi ha tracciato il ritratto di un "onesto eroe moderno, l'eroe delle piccole cose", approfondendo nel romanzo un carattere già peculiare ai personaggi dei suoi precedenti racconti, avvitati su una concezione fortemente antagonistica del vivere, che per affermarsi devono scontrarsi, lottare, contro qualcuno o più semplicemente contro il proprio destino. Con Grossi potrebbe tornare a cadere in taglio, e in maniera pregnante, il discorso altrimenti desueto, nella narrativa italiana corrente, su personaggi e destino di debenedettiana memoria. Marcello D'Alessandra

I vostri commenti
Recensioni 1 - 20 di 23 recensioni presenti.  Media Voto: 4.13 / 5

Robert Smith (30-10-2008)
Il libro è veramente insopportabile, colmo di episodi che dovrebbero sprigionare non si sa bene che senso sapienziale superiore o metafora nascosta, condito da una quantità insostenibile di "appena", "un momento", "gettò un'occhiata", "un filo", "per qualche motivo". Ho provato a contarli, poi superate le 60 unità per sintagma mi sono annoiato. Buoni i racconti di "Pugni", orribile questo "Acchito".
Voto: 1 / 5
andrea mingo74@iol.it (12-09-2008)
Il libro mi è piaciuto a metà. Una prima parte dove soprattutto la metafora del biliardo mi sembra illustrata in maniera troppo prolissa. I dialoghi mi sono piaciuti particolarmente: asciutti, essenziali. Nella seconda parte ho notato una maggiore attenzione a suscitare emozioni. Dopo i primi due splendidi racconti di "pugni" l'autore non è ancora in possesso di tutti i segreti per scrivere un romanzo...ma è certamente sulla buona strada.
Voto: 3 / 5
ALESSANDRO SPAZIANI (31-08-2008)
Estremamente difficile confermarsi dopo un grande esordio come quello di "Pugni". Rarissimo superarsi. Bravissimo Grossi, pagine che sanno del Cassola di "Ferrovia locale", un impianto neorealista infisso sullo sfarfallìo del nuovo millennio. Capolavoro.
Voto: 5 / 5
Massimo F. (29-06-2008)
Una favola originale, delicata e scritta bene: la metafora del biliardo (e dei ciottoli) per inquadrare le regole della vita con la sua durezza, le melanconie e le sorprese che essa ci riserva. Non è un capolavoro (anche se i viaggi della fantasia sono una trovata deliziosa), però è una piacevole parentesi che allena bene ed aiuta a mantenere in forma la nostra sensibilità….
Voto: 3 / 5
cesare c.beccaria@aliceposta.it (11-03-2008)
Quando Dino si presenta alla gara di biliardo vestito da imbranato, silenzioso, impacciato e poi gioca come nessuno prima speravo che durasse molto di più il racconto, avrei voluto che fosse lungo 200 pagine ancora. Personaggi duri , asciutti, amici, forti sentimenti e tanto poco chiasso attorno a loro. Che bel romanzo, direi anche molto commovente, lo consiglio a tutti. Ti fa pensare e sentire più buoni.
Voto: 5 / 5
RABU (17-01-2008)
La conferma di un talento. Spostandosi dalla palestra di "PUGNI" alla sala da biliardo de "L'ACCHITO", ancora una volta, la gara rappresenta la sfida della vita.E,ancora una volta,le persone comuni diventano eroi. Complimenti!
Voto: 5 / 5
roberto (07-01-2008)
Dopo Pugni,, la conferma di un grande talento. Consigliatissimo.
Voto: 5 / 5
Andrea (14-12-2007)
Libro bello, con il solito modo di scrivere di grossi, ossia asciutto ed essenziale, soprattutto nei dialoghi. Come tutti i precedenti commenti, ho trovato "Pugni" davvero molto più bello (soprattutto nei primi due racconti), ma nella sua prima prova in un romanzo devo dire che anche questo è scritto molto bene. Consigliato!
Voto: 3 / 5
marmill (07-12-2007)
Ho letto l'uno dopo l'altro due libri diversissimi, ma tutti e due Sellerio: L'acchito di Grossi e Le fiamme di Toledo di Angioni. Diversi in quanto alla delicata finezza di Grossi si contrappone la matura robustezza di Angioni. Grossi racconta di un giocatore di biliardo e Angioni di un condannato al rogo dall'inquisizione. Bellissimi!
Voto: 5 / 5
Lucia (07-12-2007)
Una poetica metafora della paura di vivere, esorcizzata attraverso l’illusione di poter ricondurre all’interno di un sistema di geometrie perfette il magma caotico del reale. Con uno stile asciutto ed evocativo, Grossi sa trasfigurare le situazioni e gli oggetti più prosastici in emblema di una condizione esistenziale, giungendo a notazioni di commovente verità psicologica quando tocca i temi del dolore e della perdita. Un autore di talento, che colpisce per la precoce sensibilità. Da leggere.
Voto: 5 / 5
Jack Monte jackmonte@katamail.com (21-11-2007)
in qualcosa ha ragione Gwynplaine. ma eccede, come tutti i dotti... almeno QUATTRO per quest'opera.
Voto: 4 / 5
Asset (20-11-2007)
Una cosa mi ha colpito particolarmente. Gli odori che mi accompagnano ancora. La zuppa sul fuoco, i fiori straboccanti e quella rosa che vorremmo tutti ricevere in silenzio, la terra bagnata trai ciottoli, l'odore acre del fumo della bomba e quello delle pagine ingiallite di un diario di viaggio di vita. Bravo. Alla prossima.
Voto: 5 / 5
Gwynplaine lussi999@libero.it (16-11-2007)
la struttura debole mi interessa poco. questa non è Epoca di strutture forti. e quando ci sono servono a impastoiarti in -spesso vacue- letture di genere. le sbavature di forma però le ho notate. come se il libro non fosse stato sufficientemente riscritto. in realtà è certamente una scelta - sbagliata - dell'autore, che ha un talento serio, da scrittore non da scrivente, e che io spero non si lasci imbastardire troppo dal gusto corrente, di un certo pseudomoderno e falsonaif stile confidenziale, per cui basta-che-scrivo-la-storia-e-tutto-va-bene.. Grossi mi sembra troppo intelligente per cascarci. il romanzo merita più del TRE. tutto corre verso la fine con buona organicità. mi ha coinvolto dalla prima pagina fino alla 130esima-150esima, poi ho avuto la personalissima sensazione di un calo d'intensità e di ispirazione - forse perchè speravo che venisse approfondita la parte sul biliardo.. (l'ultima frase del libro ha inciso sul mio volto una smorfia di delusione: mi sembra un finale tronco; non ha saputo emozionarmi, e mi è sembrato addirittura un po' ridicolo)Qualcuno dice che Grossi è il nuovo Baricco. è una falsità. lo ricorda solo in alcuni passaggi visionari, credo in un certo modo di scoprire il mondo.. per il resto Baricco è barocco, falso e dilettantesco. io trovo.
Voto: 3 / 5
Luca Martini dottluca71@libero.it (13-11-2007)
Devo, almeno in parte, dare ragione a Philo. Ho trovato "Pugni" un libro straordinario, soprattutto per i primi due racconti. Questo romanzo, invece, per le prime cento pagine non decolla. Soltanto la seconda parte è all'altezza, con situazioni delineate e momenti emotivamente coinvolgenti. Però, devo sottolineare alcune sbavature di forma (ma quante volte Grossi ripete la parola "appena" o "un momento" riferendosi a frasi del genere "Dino lo guardò un momento...") e una struttura complessivamente debole. I personaggi non sono memorabili, forse soltanto la moglie, quella che appare meno, è quella meglio riuscita. Nel complesso, però, un libro discreto, anche se credo che l'autore non sia ancora completamente maturo per il passo del romanzo. E' giovane, ho fiducia, lo attendo al prossimo lavoro con ottimismo.
Voto: 3 / 5
maurizioliberti.style.it (13-11-2007)
Avevo apprezzato moltissimo il romanzo di esordio di Pietro Grossi ("Pugni") per la capacità dell'autore di ricreare una sorta di "universo parallelo" in cui vivono personaggi quasi mai negativi, sempre sinceri e spesso provati dalle avversità. "L'acchito" ricorda in molte cose il libro d'esordio (il protagonista Dino è comunque un puro, fin quasi all'esagerazione), ma purtroppo non ne ha ereditato l'immediata e ruvida scorrevolezza, forse anche per via della scelta di uno sport le cui regole non sono esattamente di dominio pubblico.
Voto: 3 / 5
philo (10-11-2007)
Mi dispiace sinceramente ma vado controcorrente. Credo che Grossi per il romanzo sia ancora immaturo, l'ho apprezzato molto di più nei racconti.
Voto: 2 / 5
tolia (02-11-2007)
bellissimo!
Voto: 5 / 5
B. (31-10-2007)
Ho assaggiato un pò della sua dolcezza la notte prima di inziare a leggere il suo libro...ma non è certamente per questo che in quelle 200 pagine ho trovato una profonda e squisita sensibilità...fatta di tocchi di estrema consapevolezza. E' come un dipinto intimo e raffinato che improvvisamente prende vita e vede ammorbidirsi le linee di un io fatto di spigoli esistenziali, ti lascia sentire lo schiocco di una palla da biliardo, ti fa percepire l'odore dell'asfalto fumante o anche soltanto di una rosa di rara bellezza. Adesso, piacevolmente sorpresa, posso continuuare il mio percorso a ritroso...
Voto: 5 / 5
queccio (29-10-2007)
grossi si cimenta con il romanzo, stavolta...il risultato convince, anche se pugni aveva qualcosa in più...da tenere d'occhio, questo giovane scrittore...un talento...
Voto: 5 / 5
Maria (26-10-2007)
l'ho letto tutto di un fiato e mi e' piaciuto molto. c'e' chi chiama grossi il nuovo baricco...speriamo... Grossi in questo libro racconta con grande abilita' la mentalita' di chi gioca a biliardo, come metafora di chi sceglie di astrarsi in un mondo suo per riflettere, e difendersi, dal mondo vero. nel libro ci sono piccoli personaggi meravigliosamente costruiti, che sembra di avere davanti agli occhi, come la vecchietta che vende le rose.. e tutto il libro e' ambientato in un'atmosfera incantata senza tempo e senza luoghi... potrebbero essere gli anni '60 o oggi.. campagna o citta'... mi e' piaciuto molto anche come e' scritto, leggero ma allo stesso tempo curatissimo. un libro molto bello, delicato e intelligente
Voto: 5 / 5
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