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Dolci Danilo - Racconti siciliani | "Questo libro comprende alcuni racconti più significativi che ho raccolto dal 1952 al 1960 tra la povera gente di quella parte della Sicilia in cui operiamo. Ho scelto i meglio leggibili badando a non sforbiciare liricizzando, temendo soprattutto che la scoperta critica, il fondo delle reazioni di chi legge, rischino di dissolversi in godimento estetico: tanto sono espressive, belle direi, alcune di queste voci". Forse è tempo di una renaissance di Danilo Dolci, della sua lezione di metodo, dopo la clamorosa attenzione risvegliata nei suoi contemporanei e la parziale dimenticanza degli ultimi anni. Fu infatti, per la questione sociale in Italia, un uomo di svolta epocale, un Gandhi italiano, essendo riuscito a inserire tra l'indifferenza delle classi dirigenti e l'economicismo prevalente delle lotte sindacali, il cuneo della denuncia pacifista, fatta di resistenza passiva, di pratica dell'obiettivo, di scioperi alla rovescia, di digiuni collettivi, di fusione dei diritti sociali nei diritti umani. Un acuto pungolo che spinse i migliori intellettuali italiani e gran parte del giornalismo a guardare finalmente al mondo degli ultimi, e costrinse l'opinione pubblica delle classi dirigenti a prenderne atto. Partiva dal presupposto, arduo allora come oggi, che per conoscere i poveri bisognasse vivere come loro, condividerne i bisogni materiali e la condizione spirituale; e che per far conoscere i poveri bisognasse render loro la voce.
| La recensione de L'Indice |
 L'attenzione che negli ultimi tempi è stata rivolta a Danilo Dolci (testimoniata da convegni, pubblicazioni, documentari, spettacoli teatrali), pur nella difficoltà di reperimento dei suoi libri più noti, ci pone di fronte al problema della complessità e non classificabilità della sua figura. Un suo compagno e amico, Carlo Levi, fissa, in uno scritto riportato in apertura a quest'edizione dei Racconti, il senso di eccezionalità e l'irriducibilità del personaggio a categorie note: "Danilo Dolci non è un comune filantropo, uno di coloro che dedicano la loro vita, la loro attività e i loro averi ai miseri e ai bisognosi restando tuttavia estranei alla loro natura, amici ad essi, come dice la parola, ma nulla più che amici. Non è un sentimentale che si commuove per la miseria. Non è un utopista che sogna il Regno dei cieli, né un moralista che cerca astrattamente il bene, né un fanatico o un ideologo o un uomo di parte, né è mosso, come costoro, dalle potenti spinte dell'odio, dell'ambizione, della protesta o del virtuismo; e non è neppure un apostolo religioso che si proponga di propagare e diffondere una fede determinata, un rito positivo". Il percorso irregolare e personale che porta il ragazzo triestino, introverso e colto, nel cuore di una Sicilia arretrata e dolente, ha inizio nell'estate fra 1940 e 1941, quando Danilo raggiunge il padre, promosso capostazione, nel piccolo centro di Trappeto, nel Golfo di Castellamare. È questa precoce scoperta di un mondo lontano e non immaginato a segnare per sempre l'esistenza di Dolci. Nel 1943, essendosi rifiutato di indossare la divisa repubblichina, riesce a passare fortunosamente la linea del fronte e trova rifugio presso una famiglia di pastori abbruzzesi a Poggio Cancelli. Poi riprende gli studi interrotti al Politecnico di Milano e pubblica due manuali di scienza delle costruzioni per gli studenti di architettura. Insegna alle scuole medie (dove incontra uno fra i suoi migliori amici e collaboratori, Franco Alasia) e comincia a essere conosciuto come poeta. Abbandonati gli studi in prossimità della laurea, lascia l'università e partecipa, al fianco di don Zeno Saltini, all'esperienza di Nomadelfia. È solo nel '52, lasciata "la città dove fraternità è legge", che Dolci decide di stabilirsi proprio a Trappeto, nel posto più misero che conosce, come spiega egli stesso nel bellissimo saggio Ciò che ho imparato, recentemente ripubblicato, insieme ad altri scritti, a cura di Giuseppe Barone (pp. 191, € 16, Mesogea, Messina 2008): "Ero andato a Trappeto da solo, ubbidendo alle mie convinzioni. E non mi ero trovato in una situazione in cui qualcuno non ce la faceva, e poteva farcela dandogli una mano: mi ero trovato in una massa di gente che stava male, in una situazione in cui in genere la gente non sapeva uscire". In questo ambiente difficile e angusto –– –in cui si consuma la vicenda del banditismo meridionale, si consolida il controllo economico-sociale della mafia e si annullano le istanze del movimento popolare che aveva dato segnali forti attraverso le elezioni del '47 e l'occupazione delle terre – è destinato a esplodere "il caso Dolci". Difficile percorrere tutte le tappe del lavoro febbrile e creativo dell'intellettuale, privo di riferimenti politici e sindacali e soprattutto diverso per la posizione assunta a favore di Una rivoluzione non violenta (per citare il titolo di un'altra interessante raccolta di scritti pubblicata l'anno scorso, sempre a cura di Giuseppe Barone, per Terre di mezzo/Altra economia). In questa fase, segnata dalle attività assistenziali, dai digiuni, dalla fondazione di case-asilo, dalla pubblicazione di libri dal titolo emblematico, come Fare presto (e bene) perché si muore, Dolci prepara Banditi a Partinico, che esce poi nel 1955 presso Laterza. È con questo libro che braccianti, pescatori, pastori, vedove assumono la voce che è loro propria, mentre lo scrittore si riserva la funzione di filtro, nella ricerca di una lingua adeguata, lontana da ogni abbellimento, in cui il dialetto si mescola all'italiano. Le pagine vivono di uno spirito d'inchiesta alla De Martino, di quella che Levi aveva definito "la forza dei piccoli". I Racconti siciliani vengono pubblicati nel 1963, dopo i fatti clamorosi dello "sciopero alla rovescia" (in cui i disoccupati protestano lavorando al ripristino di una strada) e al processo che segue alla manifestazione (in cui Dolci viene difeso da Calamandrei). Si tratta di narrazioni biografiche già comparse in altri volumi, in cui, evitando la deriva lirica, l'autore compie la scelta di un ascolto empatico e pieno di rispetto: tutti hanno una storia da raccontare, dal cacciatore di conigli e anguille fino al direttore dell'Ucciardone e alla donna che viene uccisa dal marito a causa di un mal di testa, che le ha impedito di preparargli il letto. Storie di miseria, sopraffazioni e barlumi di coscienza, in cui la superstizione si mescola alla malattia, alla fame, ai tentativi di fuga e di riscatto. Ne risultano ritratti di eroi delle battaglie popolari, vittime di esecuzioni mirate, come Accursio Miraglia e Placido Rizzotto, ma anche, come ha notato Vassalli, immagini di personaggi oscuri, di "gente che nel mondo ha contato poco o niente; che forse lascia in questo ricordo di sé, in questa riflessione sulla propria storia la sua traccia più dura". Monica Bardi |
Media Voto: 5 / 5Nina153 (10-06-2011) L'opera (e i libri) di Danilo Dolci, noto come il "Gandhi siciliano", nascono dall'intelligenza dell'amore. Egli ha condotto, nella sua vita, azioni talmente semplici e ovvie da risultare, paradossalmente, rivoluzionarie. Per conoscere il mondo dei poveri, dei subalterni, è necessario essere con loro, come loro; talvolta basta anche solo prestare un orecchio attento e compassionevole; e così Dolci raccoglie testimonianze: nei primi anni '50 setaccia la città di Palermo e le campagne circostanti intervistando gli esclusi, i disoccupati, gli emarginati, cercando la chiave per capire e, di conseguenza, per intervenire. Questo libro, che riunisce i racconti più significativi apparsi a suo tempo in "Banditi a Partinico", "Inchiesta a Palermo" e "Spreco", riporta una trentina di testimonianze: ci sono le voci di Vincenzo, Rosario, Santo, Gaspare, nonna Nedda, Leonardo, Gino, Ignazio, Bastiano, Sariddu, Antonio, Santuzza, e quelle della guaritrice, del cavalier Volpe, del direttore dell'Ucciardone, di Angela e di Rosaria. I racconti sono crudi: storie di miseria e di degrado, storie di famiglie (troppo) numerose, di spose adolescenti, di ragazzi allo sbando, storie di fatica, di soprusi, di umiliazione; storie di orfani e di illegittimi, di malandrini grandi e piccini che vivono di corruzione e di sfruttamento. Eppure, nei luoghi più miseri e più bisognosi Danilo Dolci incontra un popolo che sa essere fiero e dignitoso. Ne parla, ne scrive. Dà voce a chi voce non ha. Ma, soprattutto, agisce secondo amore. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Giovanni (13-09-2010) Stringe il cuore a leggerlo. Si vorrebbe non averlo letto per le storie vere che racconta. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
pasqua linda (28-02-2010) è un libro bellissimo che tutti dovrebbero leggere.Concordo pienamente col primo commento.Altro che polpettoni americani di 500 pagine inutili. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
gianluca guidomei (28-09-2009) "Bisognerebbe essere inesorabili con i contravventori delle leggi. E abolire il segreto del voto. Ogni uomo o donna deve avere il coraggio e la lealtà verso chi sceglie per rappresentarlo, per quell' ideale che tutti vociferano. I votanti dovrebbero avere i requisiti necessari per votare e cioè dovrebbero subire un piccolo esame che dimostri la loro educazione mentale, la loro conoscenza minima dei problemi sociali, e il buon senso generale".
Mi ha fatto venire in mente la polemica in corso negli Stati Uniti, dove la decisione di Barack Obama di parlare agli studenti ha suscitato le reazioni dei repubblicani: lo accusano di diffondere un' idea socialista della vita! Come se ne esistessero altre! O "dovrebbero" non esisterne altre. I cristianissimi americani non vogliono che i loro figli crescano pensando al bene comune, alla solidarietà, ad uno sviluppo sostenibile, alla realizzazione di sè senza calpestare gli altri o dimenticare gli ultimi. Pensate se anche in Italia ci fossero esami "di umanità" per avere la possibilità di votare: la lega (le minuscole sono volute) non esisterebbe, forza nuova idem e gran parte dei politici del pdl, ma anche diversi soggetti degli altri schieramenti non potrebbero nemmeno fare i consiglieri comunali ( con tutto il rispetto per questi ultimi ). Fernanda Pivano diceva che la mente degli uomini può essere guidata dalla politica, ma l' anima solamente dai poeti.
Danilo Dolci non era un poeta perchè scrisse bellissimi versi. La sua vita, il suo approccio al mondo dei diseredati, la convinzione che in ogni persona si può trovare un tesoro, che il vecchio sistema scolastico poteva fabbricare solo masse e non cittadini consapevoli. Tutto questo era poesia.
Le sue lotte non-violente, i mesi in carcere. Eppure Dolci non era uno dei soliti guru. Non voleva insegnare niente. Voleva ascoltare.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
giorgio g (07-09-2009) Chi si ricorda oggi di Danilo Dolci? Eppure sono passati poco più di dieci anni dalla sua scomparsa ed una cinquantina dalla sua azione sociale nelle zone più misere della Sicilia: Leggere le storie che lui ha raccolto è un vero e proprio pugno nello stomaco perché non possiamo assolutamente immaginare in che abissi di miseria vivesse allora il popolo siciliano, miseria conseguente ad ignoranza e superstizione, in una società ancora intrisa dei residui del feudalesimo e condizionata dal fenomeno mafioso. L’originalità dell’opera consiste nell’aver dato voce al popolo: il libro è infatti una raccolta di racconti fatti in prima persona dai protagonisti della società popolare: il raccoglitore di verdure selvatiche, il pescatore, la donna maltrattata dal marito, l’individuo sospetto seviziato dai poliziotti, la vecchietta succube della superstizione, l’amico del sindacalista trucidato dalla mafia, il politico che costruisce la sue fortune sulle miserie altrui e, dulcis in fundo, la principessa che non sia accorge del mondo che la circonda e dichiara candidamente: ”io gioco ogni giorno a canasta, che cosa vuole che faccia?”. Un quadro che ispira sentimenti contrastanti: compassione, rabbia, disprezzo per una classe politica che non seppe o non volle vedere la realtà che la circondava e che anzi perseguitò a lungo Danilo Dolci. Lode all’Editore Sellerio per averci riproposto questo libro. A noi l’invito a meditare su quanto deve ancora cambiare in Sicilia perché diventi una regione normale. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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