|
|  |
Bufalino Gesualdo - Diceria dell'untore | Nel 1946, in un sanatorio della Conca d'oro - castello d'Atlante e campo di sterminio - alcuni singolari personaggi, reduci dalla guerra, e presumibilmente inguaribili, duellano debolmente con se stessi e con gli altri, in attesa della morte. Lunghi duelli di gesti e di parole; di parole soprattutto: febbricitanti, tenere, barocche - a gara con il barocco di una terra che ama l'iperbole e l'eccesso. Tema dominante, la morte: e si dirama sottilmente, si mimetizza, si nasconde, svaria, musicalmente riappare. E questo sotto i drappeggi di una scrittura in bilico fra strazio e falsetto, e in uno spazio che è sempre al di qua o al di là della storia - e potrebbe anche simulare un palcoscenico o la nebbia di un sogno... "Ingegnoso nemico di se stesso", finora sfuggito a ogni tentazione e proposta di pubblicare, uomo, insomma, che ha letto tutti i libri senza cedere a pubblicarne uno suo, Gesualdo Bufalino - professore a Comiso, oggi sessantenne - è con questa "Diceria" al suo primo libro. Scritta negli anni, come lui dice, "della glaciazione neorealista", questa contemplazione viene alle stampe in un tempo meno gelido, più sciolto e più libero perché sia giustamente apprezzata.
Media Voto: 3.66 / 5carmelo (27-02-2011) Narrazione verbosamente ampollosa, barocca, istrionesca, all'autore piace giocare con le parole. A me piacciono i libri di fatti e non di parole, ho provato a leggerlo per ben 3 volte in periodi diversi e dopo 30 pagine non riuscivo a procedere oltre e quindi non posso che ritenerlo non eccellente come la critica l'ha ritenuto. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Mafuni (26-02-2011) Ebbene sì..l'ho letto per la seconda volta e ne sono restato nuovamente incantato..sto già pensando di rileggerlo una terza !!! Certo per chi lo leggerà per la prima volta lo stile e il narrare risulterà non proprio agevole, ma non fatevi scoraggiare: NE VALE LA PENA. Romanzi di tale respiro universale ne esistono pochi, certi periodi raggiungono il sublime. Stupendo, stupendo, stupendo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Renzo Montagnoli renzo.montagnoli@gmail.com (19-01-2010) Ci sono romanzi che iniziano in sordina, quasi che l’autore sia timoroso di offendere il lettore travolgendolo da subito, ma che poi pagina dopo pagina, riga dopo riga si intrufolano, ma sempre in punta di piedi, nell’animo di chi dapprima scettico sente crescere in sé un entusiasmo che non lo lascerà fino alla fine.
C’è una narrativa che, pur non cercando di indulgere alla commozione, poco a poco insinua nel cuore una vena di malinconia, mettendo a nudo e alla prova la capacità di sentire e di umanamente comprendere.
C’era un vecchio insegnante che ha voluto parlare della vita di uomini vicini alla morte e in tal modo è riuscito a far comprendere quanto, in quell’attesa, si possa ancora essere uomini.
Ecco, Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino è tutto questo.
Pubblicato per la prima volta nel 1981 ottenne subito un grande successo di critica e di pubblico, vincendo il Campiello lo stesso anno.
Bufalino racconta l’esperienza autobiografica della degenza nel sanatorio della “Rocca” di Palermo, un percorso della memoria che dapprima lo portò ad abbozzare il testo verso il 1950, scrivendolo poi nel 1971 e dedicando i successivi dieci anni a continue revisioni.
Nnell’opera sono contenuti diversi messaggi, anche se elementi salienti sono certamente il sentimento della morte, il sanatorio visto come luogo di sicurezza, più dalla vita che dalla morte, e addirittura quasi incantato, nonché l’imprevista guarigione considerata come un tradimento nei confronti dei compagni di sventura, quasi una diserzione da un destino che si è comunemente accettato.
Diceria dell’untore è sicuramente un romanzo stupendo
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
|
 | I più venduti di Bufalino Gesualdo |
| Chi sceglie questo libro legge anche |
|
|