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Bonaviri Giuseppe - L' enorme tempo | Fu Vittorini a seguire passo passo la nascita e la crescita di questo romanzo. E fu Romano Bilenchi a volere per primo che il romanzo venisse pubblicato. "L'enorme tempo" apparve nel 1976. Ferdinando Virdia scrisse: "Il vero protagonista non è tanto il giovane medico narrante se stesso, ma il paese, con le sue case e con la sua luce, con le tracce delle innumerevoli generazioni che vi si sono succedute, con la gente viva e con i morti, con gli ammalati, con i vecchi, con i bambini, con gli animali che vivono insieme tra le medesime mura, con i ricordi delle generazioni che ognuno si porta dentro. Il giovane medico ritrova ogni giorno l'antica favola nella presente realtà, ma nel tempo stesso vi si immerge, la interroga, ne riscopre i segni profondi, i segreti di una umile vita di ogni giorno, la lunga assuefazione al tempo che scorre, l'enorme tempo che attutisce e diluisce drammi ed esistenze, dolori e passioni, fantasie e memorie, nel cuore di un microcosmo-Minèo, che può essere anche lo specchio di un macrocosmo, di quel continente-Sicilia che in altri suoi libri, La contrada degli ulivi, Il fiume di pietra, La divina foresta, L'isola amorosa, Bonaviri evoca in chiavi di mito e di fantasia, ma sempre con un vigile e immediato sentimento della realtà, nelle chiavi, vorrei aggiungere, di una "scienza nuova" che gli può suggerire la sua "favola" di medico.
Media Voto: 5 / 5antonio (18-03-2012) Un libro che tutti i medici dovrebbero leggere.Un tuffo nella vita grama e orrida degli inizi del novecento. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Renzo Montagnoli renzo.montagnoli@gmail.com (29-09-2010) Già gli inizi del libro, con il ritorno in treno e poi in corriera a Mineo, sono di quelli che non possono lasciare indifferenti, perché è l’omaggio dello scrittore, nonché poeta, alla sua terra (…Mentre il treno riprendeva ansimando il suo cammino verso Grammichele, la corriera, con un tonfo gorgogliante, s’avviava per il piano di Càllari in cui già mugolava e si doleva il vento…).
E’ evidente che ci troviamo di fronte a una forma espressiva quasi poetica, che ogni tanto si ripresenta nel corso del romanzo, a stemperare o anche ad accentuare per contrasto un profondo senso di tristezza per la gente del paese, vista nelle sue ataviche tradizioni, forse anche indisponente nel rifiuto del progresso, come nel caso delle vaccinazioni, ma anche accarezzata con affetto per la sua tribolata e ignota esistenza.
Dove tutto è fermo da secoli, accompagna gli esseri umani la rassegnazione propria dell’immobilità dentro l’enorme tempo e non sfugge a questa precarietà esistenziale anche il Dr. Giuseppe Bonaviri, in cui si affievoliscono poco a poco gli entusiasmi iniziali, la voglia di fare, il desiderio di cambiare, nei limiti delle sue possibilità, quella situazione.
In un paese dove perfino i morti dell’obitorio stanno all’acqua sotto il tetto sfondato e le case si stringono l’una all’altra quasi per farsi forza e continuare, gli episodi che conducono a una non ricercata commozione sono innumerevoli. Lì si vive in una sola camera, spesso assieme alle bestie, si nasce e si resta in attesa della morte, poco nutriti, senza avvenire se non la disperata emigrazione; Mineo finisce con il diventare il cimitero di se stesso, dove vivi e morti quasi si confondono, dove nulla cambia, in cui regna sovrano l’enorme tempo.
Mi pare superfluo aggiungere che ci troviamo di fronte a un romanzo bellissimo, da leggere e rileggere, perché nulla è lasciato al caso fra quelle righe, nulla è di troppo o di troppo poco, in un equilibrio stilistico che, non a caso, fa di Bonaviri uno dei grandi della letteratura.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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