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Scerbanenco Giorgio - Il cane che parla | "Deve essere difficile per il vero colpevole sfuggire alle vostre investigazioni. Può non aver lasciato alcuna traccia materiale, ma voi cercate invece quelle morali e finite per trovarlo". Di Scerbanenco colpisce, soprattutto nei cinque gialli della serie con Arthur Jelling, il miscuglio di realismo e fantastico, di logica investigativa e psicologia. Un insieme che, ben amalgamato, dà ai suoi polizieschi una vaga atmosfera da cruda fiaba. L'effetto fiabesco è marcato dalla singolarità del timidissimo investigatore, dotato di una profondità psicologica da veggente; dall'ambientazione in una Boston più mitica che reale; dal voluto esotismo dei personaggi, ciascuno ogni volta stilizzato nella sua tipicità sociale; e, inoltre, da una serie di intrusioni che sembrano immanenti e terreni incantesimi. Qui il ruolo dell'incantesimo è retto dalle capacità di due cani prodigiosi che si riveleranno decisivi nella meccanica dell'intreccio. In questa inchiesta, scritta nel 1942, Arthur Jelling, archivista capo della polizia di Boston prestato per le sue capacità alle investigazioni sul campo e sempre desideroso di ritornare al più presto alla tranquillità familiare, deve affrontare un assassinio sul treno. Situazione classica, questa, della letteratura poliziesca deduttiva, con i possibili sospetti tutti raccolti in un unico ambiente. La complicazione però nel caso del "Cane che parla" è costituita da due misteri...
| La recensione de L'Indice |
 Quante anime ha avuto Giorgio Scerbanenco? Anche il semplice appassionato della sua opera che, a differenza di Roberto Pirani, ignora i mille pseudonimi utilizzati dal romanziere ucraino, si trova a fare i conti con un bel numero di Scerbanenco diversi: quello dei romanzi "rosa", dove solo a sprazzi emerge lo straziato pessimismo dell'esule; quello delle storie di spionaggio dei primi anni sessanta, vagamente hitchcockiane; quello del ciclo più tardo di Duca Lamberti, che trova il coraggio di raccontare storie d'inaudita ferocia in un linguaggio asciuttissimo, ma sempre vibrante di tenerezza dostoevskiana per la sofferenza degli umili, degli inermi. Riproponendo oggi le inchieste di Arthur Jelling (questa è la quinta), Sellerio ci fa conoscere uno Scerbanenco ancora diverso: quello che negli anni quaranta si diverte a giocare da esperto conoscitore con gli stereotipi e i canoni del giallo. Jelling appartiene alla stirpe degli anti-Sherlock Holmes: come padre Brown, come Miss Marple, sembra una creatura innocua e mite, dalla quale i criminali non hanno nulla da temere. Timidissimo, si trova a proprio agio soltanto nel proprio ufficio di archivista della polizia di Boston; ma viene invece continuamente sollecitato a risolvere sul campo i casi giudiziari più oscuri, perché la sua pacata bonarietà nasconde un'immaginazione audacissima, capace di perseguire la verità dietro le apparenze più surreali. In questo romanzo Jelling indaga sull'assassini, avvenuto in treno, di un celebre poeta; assassinio reso possibile dall'intervento di un cane ammaestrato, che al momento opportuno ha tirato il segnale d'allarme. Si direbbe l'intreccio di un grottesto feuilleton alla Gaston Leroux trapiantato in uno scenario statunitense molto approssimativo, di matrice evidentemente cinematografica. Eppure la magia narrativa di Scerbanenco funziona, impeccabile come sempre, e fa dimenticare l'ambientazione grossolana, la trama dai rovesciamenti infantili, i personaggi privi del benché minimo spessore. Mariolina Bertini |
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