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Architettura e urbanistica  Architettura  Storia dell'architettura 
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Benevolo Leonardo - La città nella storia d'Europa

La città nella storia d'Europa TitoloLa città nella storia d'Europa
AutoreBenevolo Leonardo
Prezzo
Sconto 15%
€ 8,50
(Prezzo di copertina € 10,00 Risparmio € 1,50)
Prezzi in altre valute
Dati2007, VIII-236 p., ill., brossura, 6 ed.
EditoreLaterza  (collana Economica Laterza)

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Descrizione
Da Napoli a Londra, da Parigi a Madrid, un affascinante viaggio storico attraverso borghi e capitali, piazze e periferie, emergenze architettoniche e sistemi urbani che hanno costituito l'elemento decisivo dell'identità europea. Iniziando dal distacco dal mondo antico del X secolo, l'autore segue il formarsi della città in epoca medievale. Dal 1350 inizia il momento della stabilizzazione e della rifinitura, il momento delle teorizzazioni. Dal 1500 al 1600, con la scoperta e la colonnizzazione di nuove terre, la città europea si confronta con altre realtà per giungere nel XVII secolo al formarsi delle città come capitali nazionali, sede delle corti. L'impatto dell'industrializzazione infine trasforma radicalmente le città europee e arriviamo alle nostre città, con i loro problemi sempre più scottanti che attendono una soluzione.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Bordone, R., L'Indice 1993, n. 6
(recensione pubblicata per l'edizione del 1993)

È significativo che proprio un volume dedicato all'urbanesimo figuri come primo titolo della nuova collana "Fare l'Europa", diretta da Jacques Le Goff e pubblicata contemporaneamente in Francia, Spagna, Inghilterra e Germania, con l'intento di offrire a un pubblico non accademico alcuni contributi su temi essenziali della storia europea, nella convinzione che la conoscenza del suo passato rappresenti un'istanza ineludibile per la costruzione dell'Europa di domani. Significativo, non solo perché il paesaggio europeo si connota come prevalentemente urbano, ma in quanto il modello di città che si è affermato nel tempo appare un prodotto peculiare della cultura europea: il paesaggio urbano e il dialettico rapporto fra scale di progettazione (architettonica e urbanistica) diventano così il momento di confronto fra competenze molteplici, dalla sociologia urbana alla storia dell'arte, dalla storia della tecnica alla demografia, stimolando il proposito di un'interpretazione complessiva. Ed è proprio quanto all'autore riesce di realizzare, circoscrivendo in poco più di 200 pagine una sintesi serrata, ma sempre di agevole lettura e di esemplare chiarezza, nella quale egli contempera l'inserimento dei casi singoli con il fluire di un'organica argomentazione. Un'impostazione di questo genere correva il rischio di adottare parametri di valutazione rigidamente schematici, ma il pericolo viene del tutto evitato per il rifiuto sottinteso di accogliere concetti interpretativi universali, di tipo weberiano o formalistico, comuni a certa diffusa storiografia urbana elaborata proprio dagli urbanisti. Qui infatti l'approccio appare, per così dire, sanamente empirico, muove dall'analisi storica del costruito e le affermazioni spesso assumono aspetto constatativo. Certo, esiste un'idea informatrice dell'intero volume, che gli conferisce una forte organicità ed è quella che l'insieme dei caratteri costitutivi della città europea sia un portato specifico del medioevo; ma tali caratteri non vengono mai postulati a priori: sono bensì assunti come comuni sulla base statistica di una ricca esemplificazione di singoli casi. Lo schema interpretativo dello scenario fisico che ne discende ruota dunque intorno a tali "caratteristiche emergenti", individuando, rispetto alle loro modificazioni, una serie di fasi dell'urbanesimo europeo riconducibili sostanzialmente a tre momenti essenziali: quello della formazione attraverso la distinzione dal mondo antico e il successivo adattamento all'ambiente; il momento, articolato in tre distinti periodi, di ciò che l'autore definisce la "rifinitura" delle città, cioè gli interventi che ne modificano le forme salvaguardandone la sostanza; e infine la trasformazione subita negli ultimi centocinquant'anni, che rappresenta un'involuzione dello schema urbano tradizionale, in quanto spezza l'unità ambientale creata nel medioevo senza prospettare soluzioni alternative al modello consolidato.
Il "fatto decisivo del nostro racconto" rimane dunque l'urbanizzazione realizzata in Europa fra la ripresa demografica dell'XI secolo e la recessione trecentesca, poiché proprio in questa fase si crea il telaio di centri numerosi e diversificati su cui in larga misura è ancora costruita la rete degli insediamenti attuali. E non soltanto in senso fisico e spaziale, ma soprattutto nell'elaborazione di una nozione di città come "soggetto individuale e animato" che crea quel senso di appartenenza presso gli abitanti che fece definire a Robert E. Park nel 1925 la città come "stato d'animo". Quel nuovo stato d'animo nasceva da una realtà insediativa e fisica diversa dalla città antica, nei confronti della quale era ormai avvenuto un distacco irreversibile per il mutato panorama politico, sociale ed economico. Perdendo connotati generali e sistematici legati al referente istituzionale e culturale del mondo antico, la città europea infatti si chiuse in sè e si individualizzò "in una nuova radicale aderenza al dato geografico e paesistico" con forti differenze regionali, dovute alla più ampia e spregiudicata sperimentazione. Come conseguenza diretta, cambia la distribuzione spaziale dei suoi elementi fisici costitutivi, sia nella trasformazione dell'impianto stradale sia nella trasposizione verso l'esterno delle pareti degli edifici in precedenza affacciate verso l'interno degli isolati. Tutto ciò contribuisce a creare un ambiente unitario e uniforme che si espande negli spazi non edificati di strade e piazze, costituendo una dimensione pubblica continua e al tempo stesso articolata. Tale immagine fisica appare all'autore frutto dell'organizzazione sociale e dell'autonomia istituzionale tipica della città medievale europea: il senso di appartenenza motiva la collaborazione fra operatori pubblici e privati e il loro reciproco controllo sulle costruzioni; i complessi e articolati equilibri di potere fra le forze cittadine giustificano il policentrismo urbanistico e l'incompiutezza delle forme. La specificità di ogni insediamento urbano non impedisce così che le città medievali, pur restando diversissime, siano riconoscibili come prodotti di un'unica civilizzazione, alla quale la diffusione del gotico nel corso del secolo XIII conferirà per la prima volta un livello unitario.
Al venir meno della libertà politica che aveva consentito l'invenzione spaziale realizzata concretamente sul tessuto degli antichi insediamenti romani e nelle aree settentrionali in fase di urbanizzazione, pare succedere un momento di ripensamento teorico, del tutto assente durante la frenetica stagione creativa, al quale tuttavia raramente corrispondono nuovi impianti. È il momento della lunga "rifinitura" della città europea, dell'omologazione dei sistemi, ripensati dapprima alla luce dei riscoperti criteri normalizzatori dell'eredità classica-"confiscata" dalla cultura umanistica e rinascimentale-che si combinano con le regole della nuova scienza geometrica della prospettiva: ma la progettazione architettonica raramente si misura con quella urbanistica nella pratica concreta, senza proporre dunque nuovi equilibri sostitutivi. Successivamente, gli sviluppi della prospettiva in senso scientifico incidono su una nuova percezione dello spazio che favorisce le sistemazioni rettilinee e simmetriche; fra Sei e Settecento trionfa l'effetto scenografico di un nuovo classicismo di marca francese che si impone al gusto dell'intera Europa nel suo sforzo intellettualistico di esplorare la nuova nozione dell'infinito, forzando a questo scopo le frontiere abituali della prospettiva con risultati spesso iperbolici e paradossali; ma con tali esiti al limite della percezione i riferimenti geometrico-cartesiani adottati nella progettazione dello spazio finiscono per cedere il campo a una netta inversione di tendenza che, sull'esperienza inglese del dibattito sui giardini, valorizza invece l'imitazione diretta dell'irregolarità della natura, distruggendo la gerarchia dei punti di vista e il predominio dei valori assoluti del classicismo. Nasce così sul piano formale un continuo urbano di nuovo genere che tuttavia conserva gli equilibri tradizionali senza alterare sostanzialmente le caratteristiche emergenti della città di ascendenza medievale.
La trasformazione radicale si verifica piuttosto alla metà del XIX secolo, anche se le premesse del fenomeno sono già poste con l'affermarsi della rivoluzione industriale e del liberalismo. È solo a questo punto infatti che si rompono i parametri medievali per il repentino mutamento dei rapporti che fino ad allora avevano retto gli equilibri urbani, perché si consolida la proprietà privata, mentre il potere pubblico riduce le sue possibilità di intervento, con la conseguenza di una prima crescita incontrollata dell'edificato. In seguito, sollecitato dallo sviluppo demografico urbano e dai problemi connessi, il potere sarà sì costretto a intervenire per fornire infrastrutture e rimodellare l'impianto urbanistico, ma attraverso una complessa procedura di esproprio/restituzione che riconsegnerà ai privati una proprietà rivalutata, favorendo la speculazione edilizia della borghesia: i ritorni della spesa pubblica sono infatti incamerati dalla rendita privata, lasciando aperto il ciclo finanziario: da allora la pianificazione urbanistica resterà così dipendente dalla curva dei prezzi e non dalle reali esigenze di crescita della città. Il processo, definitivo di "haussmannizzazione", dal nome del prefetto che negli anni sessanta dell'Ottocento diresse la ristrutturazione di Parigi, ebbe effetti devastanti e tuttora evidenti per la sua rapida diffusione presso tutte le città europee: ambienti pubblici e ambienti privati, tradizionalmente compenetrati nel tessuto cittadino, diventano ora contrapposti, a scapito di quelli pubblici, sempre più trascurati; la spartizione rigida degli ambiti rende ambigui i rapporti con le presenze della città antica, i cui monumenti vengono isolati e "museificati", mentre si provvede a distruggere l'edilizia dei centri storici in nome della retorica del "risanamento". Ciò provoca, insieme con una progettazione privata ispirata a un classicismo di maniera, la separazione sempre più netta dell'arte dal quotidiano urbano, ingenerando una perdita di confidenza nella città moderna da parte degli artisti (e in genere degli intellettuali) che prendono così le distanze dall'iniziativa pubblica.
Il resto è storia di oggi, storia del difficile ricupero di una dimensione perduta, falliti i tentativi utopistici del primo quarto del nostro secolo di "inventare" una nuova città per gli uomini. Le conclusioni dell'ampia rassegna lasciano tuttavia spazio a un cauto ottimismo per il futuro: l'Europa, rispetto all'urbanizzazione selvaggia del resto del mondo causata dall'esportazione acritica del suo modello di città, sembra avere raggiunto una certa stabilità che dovrebbe permetterle un perfezionamento qualitativo, quando si prenda in considerazione non l'edificio isolato bensì l'intero centro storico come bene ambientale da proteggere e restaurare nel suo insieme per una sua fruizione ''normale'', e quando si torni a dare spazio a quell'equilibrato antagonismo fra pubblico e privato che, caratterizzando la città europea nella sua storia secolare, potrà nuovamente consentire, come auspicava Mondrian, "la bellezza realizzata nella vita".

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