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Trione Aldo - Estetica e Novecento | La scienza misteriosa della parola poetica, le avventure della forma, il rapporto arte-temporalitŕ, il nesso simbolo-apparenza costituiscono i temi di questo libro che indaga talune figure e categorie che hanno rinnovato dal profondo l'orizzonte dell'estetica del Novecento.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Vercellone, F., L'Indice 1997, n. 3
Affrontare il tema della relazione tra estetica e Novecento significa introdursi in una zona che non riguarda anzitutto la storia ma principalmente la teoria estetica. Considerazioni di questa natura costituiscono infatti lo spunto per chiedersi come il moderno si atteggi e come trattenga entro di sé quel tratto di universalità dell'arte che la riconduce a un paradigma cosmico, un paradigma che è quello che per eccellenza le compete: la classicità della forma che viene generata nel e dal caos. E questo caos della modernità, "luogo del transitorio, del fuggitivo, del contingente" si affaccia essenzialmente come la dimensione, insieme poietica e ontologica, del nulla.
Ma è proprio questo, per altro verso, il luogo a partire dal quale diviene possibile, come avviene in modo molto convincente in questo studio, fare i conti con la relazione tra estetica e Novecento, una relazione per l'appunto storica e dunque contingente che tuttavia rinvia così alla sua più universale dimensione teorica e ontologica. E questa dimensione storica si sviluppa nel libro in brevi, agili capitoletti che sondano il terreno a partire dall'estetica crociana e dal suo rifiuto della modernità per dilatarsi in un ampio orizzonte che tocca Croce e il suo rifiuto della modernità estetica (e prima ancora De Sanctis) per venire alle testimonianze poetiche (per fare alcuni nomi: Baudelaire e Poe, Mallarmeé e Valéry) e alla riflessione estetica contemporanea (da Heidegger e Lukács all'analisi della riflessione estetica di Nicola Abbagnano al contributo teorico di Luciano Anceschi cui il volume è dedicato). Questo induce a una considerazione della temporalità della poesia, ciò che significa l'intrinseco rischio cui la forma si espone nel suo sorgere, la possibilità che essa decada dinanzi al caos, a partire dal quale essa ritrova - secondo un'esperienza tipica del moderno - quel "nomos", quella scansione in senso lato cosmica che le compete.
Ma ciò comporta per altro una compiuta immersione dell'opera nel tempo, il che naturalmente non significa principalmente il riferirsi alla situazione storica nel quale essa si trova collocata per intenderne, alla Lukács, il significato. Questo infatti significa esporsi a una situazione d'indigenza ontologica che può essere superata solo laddove la temporalità in questione sia quella che presiede alla genesi dell'opera: il principio della forma diviene da questo punto di vista il principio stesso della genesi dell'essere. E dal punto di vista prettamente filosofico ciò non comporta un'estetizzazione o poetizzazione del pensiero ma - riconosciuta la valenza ontologica del fare artistico - la scaturigine poietica del pensiero, un "pensare nell'arte".
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