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Psicologia  Teoria psicologica e scuole di pensiero  Teoria psicoanalitica 

Mecacci Luciano - Il caso Marilyn M. E altri disastri della psicoanalisi

Il caso Marilyn M. E altri disastri della psicoanalisi TitoloIl caso Marilyn M. E altri disastri della psicoanalisi
AutoreMecacci Luciano
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,53
(Prezzo di copertina € 12,39 Risparmio € 1,86)
Prezzi in altre valute
Dati2000, 208 p.
EditoreLaterza  (collana I Robinson. Letture)

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Descrizione
La psicoanalisi ha proposto una nuova forma di conoscenza e terapia dell'anima umana. Ma proprio a causa dello stretto rapporto dottore-paziente, gli psicoanalisti hanno dovuto stabilire progressivamente regole e principi nel loro rapporto con i pazienti. Primo fra tutti il non lasciarsi coinvolgere emotivamente dal paziente durante l'analisi. In realtà non è stato sempre così. Questo libro vuole offrire una serie di esempi di "disastri della psicoanalisi", adottando una prospettiva storica basata sulle biografie dei fondatori della psicoanalisi.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensioni di Mancia, M. L'Indice del 2000, n. 12

Tentare di mettere in cattiva luce cento anni di psicoanalisi con un ballo. Questo il progetto dell'autore che, nuovo principe di Lampedusa, invita "re, cavalieri, suicidi, avvelenatori, impiccati, ruffiane, aguzzini, bari, delatori, traditori, pazzi, spie, stupratori", e naturalmente psicoanalisti e loro pazienti, alla grande kermesse di questo secolo cui ha dato inizio il maestro di Vienna: Sigmund Freud. La prima invitata a questo ballo è Marilyn Monroe. Ma perché proprio la Monroe? Semplice, perché è la donna più analizzata degli Stati Uniti, con un curriculum degno di una grave psicotica, quale forse era, esempio di ripetuti fallimenti della psicoanalisi e non soltanto di uno sprovveduto psicoanalista, ma di molti valenti e rispettati seguaci del pensiero di Freud. Norma Jeane, in arte Marilyn Monroe, è una figlia di nessuno, nasce da una madre malata di mente, vive anni in orfanotrofio, subisce abusi sessuali a otto, undici e tredici anni. Manifesta precocemente un comportamento da esibizionista seduttrice, dominata da uno stato sessuale patologico della mente, incapace di elaborare qualsiasi angoscia per l'abbandono. Passa da un analista a un altro, ma la sua personalità distruttiva e auto-distruttiva sembra sempre avere la meglio di fronte a qualsiasi aiuto offerto dalla psicoanalisi. Dunque Marilyn Monroe è l'esempio di come la psicoanalisi, nonostante i ripetuti sforzi fatti da numerosi analisti, possa fallire. Ma la Monroe è stata anche al centro di un giallo non ancora risolto che ha visto implicati molti personaggi di potere da JFK (presidente degli Stati Uniti) alla Cia, fino all'ultimo psicoanalista della povera Marilyn: Ralph Greenson. Dalla lettura di questo storia emerge che Greenson non solo ha avuto con la Monroe una relazione troppo intima perché potesse restare nei confini della psicoanalisi; ma, invece di aiutarla a vivere, si è reso anche responsabile della sua morte (non si capisce bene se direttamente o indirettamente). "Alla fine la morte di Marilyn - scrive Mecacci, citando Wolfe - sarebbe stata un sollievo per tutti: per i Kennedy, liberati dall'incubo di uno scandalo; per la Cia e l'Fbi, rassicurati rispetto alla fuga di segreti di Stato; per Greenson, sollevato da un impegno personale e professionale troppo coinvolgente".
Concluso così, con poco onore per la psicoanalisi, il caso Marilyn, Mecacci passa alla presentazione di quei poveri figli di analisti analizzati male (e non poteva essere altrimenti) dai propri genitori. A cominciare da Anna Freud analizzata dal padre, da Hilda Abraham analizzata da Karl, fino a Melanie Klein, analista dei propri figli, con il risultato che una figlia, Melissa, ne è diventata la più violenta nemica e accusatrice. Altri esempi tendono a dimostrare non solo che gli psicoanalisti della prima generazione hanno rovinato i propri figli analizzandoli, ma hanno descritto i loro casi sotto mentite spoglie, cioè facendone un falso. Questa è forse l'accusa più infamante. Non viene fatto alcun cenno al contesto storico e culturale in cui si sono trovati a operare i primi psicoanalisti, alle resistenze sociali che hanno dovuto superare, alle difficoltà per fare accettare un metodo a quel tempo nuovo e inquietante per indagare la mente umana.
L'autore descrive poi con precisione quasi maniacale i casi di violazioni dei confini, specie sessuali, da parte di illustri analisti ai danni delle loro pazienti. A detta dell'autore, la sua denuncia non è scandalistica, né denigratoria, né ispirata a moralismo, ma serve solo a "mostrare che le relazioni sessuali tra paziente e analista rappresentano una caratteristica importante della storia della psicoanalisi". Gli agiti sessuali nei confronti delle pazienti sono noti da tempo. Essi costituiscono tuttora un problema che la Società internazionale di psicoanalisi ha affrontato e analizzato in profondità (vedi il recente libro di Glen O. Gabbard e Eva P. Lester Violazioni del setting, Cortina, 1999; cfr. "L'Indice", 2000, n. 6). Ma l'effetto svalutativo, accusatorio e scandalistico è nell'aver concentrato in poche pagine tutti i più inquietanti casi noti di relazioni analitiche abnormi, espressioni di una difficoltà da parte dell'analista a contenere ed elaborare i propri desideri. A cominciare da Ferenczi che si innamora di Gisele, sua paziente, e la sposa dopo molti tormenti. Ma, presa in analisi Elma, figlia di Gisele, si innamora anche di lei e inizia con lei una relazione sessuale. Lo stesso Freud viene accusato - sulla base di un pettegolezzo suggerito da Jung - di aver avuto una relazione sentimentale con la cognata Minna Bernays. Ma Jung, a sua volta, ha avuto una storia sessuale con la sua paziente Sabina Spilrein, dopo aver sposato la paziente Emma Rauschenback. Un altro intreccio molto piccante è quello che vede come protagonista Anaïs Nin. Questa eroina del sesso e della psicoanalisi era sposata con Hugo Guiler e amante di Eduardo Sanchez. Ma aveva una relazione sessuale appassionata con Henry Miller e con la moglie bisessuale di Miller, June. Nello stesso tempo era in analisi con René Allendy, "il quale, più che analizzare la sua paziente Anaïs, gradiva passare la frusta sulle sue natiche". Dopo Allendy, Anaïs iniziò l'analisi con Otto Rank, che seguì a New York. Qui, non si limitò all'analisi con Rank, ma "mentre quest'ultimo analizzava un paziente, lei aveva rapporti sessuali con quelli che aspettavano il loro turno di analisi".
Un capitolo è poi dedicato interamente ai numerosi suicidi di psicoanalisti. Mecacci ne ha fatto addirittura una tabella. A cominciare con Johann Honegger, allievo di Jung suicidatosi nel 1911, per finire con Bruno Bettelheim suicidatosi nel 1990. Una catena tragica che può essere vista anche come un rivolgersi alla psicoanalisi di individui profondamente disturbati. E i primi analisti, stando alla storia del movimento, erano certo sofferenti e brancolavano nel buio nel tentativo di darsi un aiuto reciproco. Non meraviglia che tra questi primi esploratori dell'inconscio ci siano stati fallimenti, errori e catastrofi personali. Perché non considerarli veri e propri "martiri" della psicoanalisi, sacrificati per permettere alle generazioni successive di praticare questo difficile mestiere con più accortezza e meno rischi personali?
Ma si tratta qui di una storia della psicoanalisi ispirata al catastrofismo e destinata a promuove ipotesi altrettanto catastrofiche di morte della psicoanalisi, nonostante la psicoanalisi paia invece in discreta salute. Una storia che piacerà di certo ai tanti detrattori della psicoanalisi e a quei numerosi voyeurs che sono abituati a curiosare, come bambini, dal buco della serratura.

I vostri commenti
Lorenzo cazzolli.lorenzo@virgilio.it (21-07-2006)
Il libro è, nel complesso, piuttosto sgradevole, poiché va a scavare negli intrecci perversi tra la vita privata degli psicanalisti, quella di allievi analizzandi, pazienti e loro familiari (intrecci e “costellazioni” dagli esiti spesso letali). Rivela impietosamente i tragici insuccessi (verificatisi più a causa della psicanalisi che nonostante essa), l’impressionante numero di suicidi tra psicanalisti, loro figli e loro pazienti, le falsificazioni dei casi clinici, ecc., insomma gli innumerevoli scheletri nell’armadio che la psicanalisi ha cercato di rimuovere. Ne risulta un quadro assai deprimente. Condivido sostanzialmente le tesi del libro, anche se non mi piace la sua impostazione prevalentemente scandalistica, che tende a raccontare vizi e drammi privati legati alla psicanalisi ma non sa affondare il coltello della critica nelle questioni fondamentali dell’inaffidabilità della psicanalisi come teoria e come pratica. M'aspettavo un libro più sobrio sul versante dei racconti “pruriginosi” e più approfondito sul piano della critica alla psicanalisi. Tuttavia i casi presentati così come le questioni sollevate fanno riflettere.
Voto: 3 / 5

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