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Gallino Luciano - Il costo umano della flessibilità | Da una decina d'anni, un gran numero di enti e personaggi autorevoli chiedono che sia accresciuta la "flessibilità del lavoro". Gli argomenti addotti per fondare la richiesta appaiono in sostanza due. Il primo dice che le imprese contemporanee hanno necessità, per poter reggere alla competizione internazionale, di far variare i costi diretti e indiretti del lavoro in relazione all'andamento del loro mercato. Il secondo argomento a sostegno della necessità della flessibilità del lavoro afferma che essa favorisce l'aumento dell'occupazione. Il volume affronta e analizza queste affermazioni.
| La recensione de L'Indice |

Contratti a tempo determinato, lavoro interinale, subappalti: l'ideale delle imprese - spiega Luciano Gallino - è di "impiegare o licenziare operai, tecnici, impiegati o commessi con la stessa facilità e rapidità con cui si acquista o si scarta un pezzo di ricambio; accrescere o diminuire da un giorno all'altro gli orari; spostare manodopera da uno stabilimento o un ufficio o un deposito all'altro, come si fa con le scrivanie o i PC". Pur considerando il lavoro flessibile "connaturato" alle tecnologie e ai modelli organizzativi odierni, l'autore di questo pamphlet avanza rilevanti perplessità sulle argomentazioni di chi intende presentare la fine del "posto fisso" come un'opportunità per favorire l'aumento dell'occupazione. L'evidenza empirica è "gracile". L'Ocse, che tante volte ha spronato l'Italia a introdurre una maggiore flessibilità, si è potuta riferire soltanto a dati disomogenei relativi al decennio 1983-1992, molto lontano dalla configurazione attuale del mercato del lavoro. Ma non solo: chi auspica il lavoro flessibile, non ne prende sufficientemente in considerazione il "costo umano". Risulta compromessa, infatti, la possibilità di formulare previsioni e progetti di vita personale e familiare. Di solito, inoltre, il lavoratore "precario" non riesce ad accumulare un'esperienza professionale coerente, trasferibile da un lavoro all'altro. Infine, un onere molto sottovalutato è la "destrutturazione" spaziale e relazionale. Le impegnative soluzioni proposte da Gallino consistono nel creare istituzioni che aiutino all'orientamento nel passaggio da un impiego all'altro, nell'introdurre forme di certificazione riconosciute che diano continuità alla carriera professionale e, infine, nel "rendere meno rigida la flessibilità", che significa uscire dal sistema di "orari prefabbricati" e introdurre la possibilità per ogni salariato di variare individualmente il suo tempo di lavoro. Giovanni Borgognone |
Massimo Russo massimo.russo@katamail.com (09-06-2002) Luciano Gallino affronta in questo pamphlet il problema della “flessibilità” e divide il discorso in due argomenti. Il primo, asserisce l’inevitabilità della flessibilità nel mondo del lavoro odierno. Il secondo, le potenzialità che la flessibilità abbia nel suo seno di generare più posti di lavoro. Con un’analisi sintetica e chiara, Gallino accetta senza quasi discutere, o facendolo con pochi evidenti argomenti, il primo punto, ma attacca e “scompone” il secondo, concentrando la sua attenzione di studioso soprattutto sul costo umano (da cui il titolo) di un mondo del lavoro regolato da tempi e modi flessibili. Quello che emerge è tutta l’approssimazione della classe politica italiana (odierna e passata) che, rapida nel legiferare attorno all’uso di lavoratori come merce intercambiabile e a scadenza, non ha previsto le conseguenze sia sull’individuo, ma anche sull’intera società. Gallino enumera le conseguenze della flessibilità del lavoro, non mancando di notare anche gli aspetti psicologici positivi di una tale formula, sempreché il lavoratore operi (possa operare) una scelta libera, opzione del tutto assente allo stato attuale delle cose. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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