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Rossi Ernesto - Abolire la miseria |
| La recensione de L'Indice |

Lo studio che Ernesto Rossi completò nel 1942 e al quale, dopo la diffusione del piano Beveridge, aggiunse due appendici, fu pubblicato per la prima volta nel 1946 dalla casa editrice La Fiaccola. Ma era "stampato così male e su carta tanto brutta" da indurlo a inviare le copie al macero. Venne riproposto nel 1977 in un'edizione laterziana introdotta da Paolo Sylos Labini. E viene ristampato ora, con una nuova introduzione dell'economista, che ha arricchito il volume col saggio di Rossi Sicurezza sociale, apparso nel 1956 nel Dizionario di economia curato da Claudio Napoleoni. Le diverse edizioni di questo studio steso in carcere, che Rossi non riuscì, come pure era nei suoi intenti, a rielaborare, rinviano a tre momenti cruciali: l'avvio della costruzione della democrazia italiana; l'incupirsi della protesta giovanile e il fallito tentativo di salvataggio della solidarietà nazionale; l'oggi nel quale l'ottimismo dispensato dai filtri di Dulcamara cela profonde inquietudini. Dal saggio traspare la vocazione riformatrice di Rossi, il suo "utopismo concreto" che, come afferma Sylos Labini, si dispiegava nella tensione etica dell'impegno: esso è, in quanto tale, bene. Emerge altresì la natura del suo liberalismo aperto all'innovazione e alla sperimentazione, sprezzante dei sistemi chiusi in un arcigno dogmatismo. Un liberale come Rossi disdegnava i principi intoccabili fissati dalla scolastica. E pertanto poteva, sulla base di un'analisi storico-empirica, avanzare audaci proposte di intervento pubblico per "abolire la miseria". Obiettivo, sosteneva, non conseguibile col "libero gioco delle forze economiche, stimolate dal tornaconto privato, in un regime individualistico". Paolo Soddu |
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