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Barbero Alessandro - Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell'impero romano |
"Un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un'amministrazione stabile e di un'economia integrata; all'esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; e autorità di governo che debbono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall'allontanamento forzato all'accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d'ingresso all'offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro. Potrebbe sembrare una descrizione del nostro mondo, e invece è la situazione in cui si trovò per secoli l'impero romano di fronte ai barbari, prima che si esaurisse, con conseguenze catastrofiche, la sua capacità di gestire in modo controllato la sfida dell'immigrazione."
| La recensione de L'Indice |
 Nel trattare un problema di vecchia data, il rapporto di Roma con l'alterità, Barbero sembra collocarsi a metà strada fra i quesiti tipici della storiografia antichistica e i nuovi orientamenti di quella medievistica. In questo ambizioso tentativo di sintesi l'autore integra infatti l'analisi sulla mobilità e sull'immigrazione nell'impero romano con gli ormai imprescindibili risultati raggiunti dalla medievistica, anche se non sempre in modo del tutto coerente. Dalla volontà di conciliare i due approcci deriva infatti una certa ambiguità nei confronti della questione cruciale relativa al "tardoantico", vale a dire il ruolo e la natura delle cosiddette invasioni. I movimenti di popolazioni dei secoli IV e V, a lungo interpretati in termini di conquista da parte di genti straniere, sono letti come spostamenti di gentes già presenti nei territori dell'impero, conseguenza della lunga integrazione dei barbari nelle strutture dell'esercito. Analizzando le modalità di gestione dell'immigrazione da parte del governo imperiale in termini di continuità di risposte, almeno fino al punto di rottura identificato con la battaglia di Adrianopoli (378), Barbero intende sicuramente aderire a queste posizioni. Eppure nel far riferimento ai "grandi stanziamenti malcontrollati" di barbari mercenari, che si sostituirono all'impero nella prassi quotidiana di controllo del territorio, continua ad accentuare l'elemento di estraneità rispetto a quello dell'assimilazione. Le linee interpretative appaiono nell'insieme tradizionali, come risulta dall'uso di concetti ("germani" e "identità etnica"), che la "scuola di Vienna" ha da tempo disgregato, ripulendoli di significati stereotipati che qui riemergono, in modo sorprendente per il mondo degli studiosi, anche se in parte giustificati dall'evidente volontà di non intervenire sulle coordinate pregresse del lettore medio. Così, pur efficace da un punto di vista formale, alquanto rischioso appare il tentativo di rendere leggibile il passato con il richiamo al presente; per ammissione dello stesso autore esiste infatti una differenza essenziale fra l'immigrazione di età imperiale e quella odierna: la prima assunse le forme di un movimento collettivo, mentre la seconda si connota come un fatto prevalentemente individuale. Rosa Canosa |
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