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Castronovo Valerio - L' Italia del miracolo economico | Dalla fine degli anni Cinquanta, l'Italia inizia una corsa vorticosa che cambierà composizione sociale, sistema economico, equilibri politici. Una prima ventata di benessere dopo l'orrore e la miseria della guerra. La popolazione si rimescola, cambiano lo stile di vita, il costume, i bisogni e anche i desideri. Un processo di sviluppo eccezionale non solo per l'espansione della grande industria, la comparsa di tante piccole imprese, il rilancio dell'agricoltura, il potenziamento delle infrastrutture (fra cui l'inaugurazione del primo tratto dell'Autostrada del Sole) e la crescente attività di banche e casse di risparmio a sostegno degli investimenti. Ma anche perché la 'liretta' giunge a essere premiata nel 1959 come la moneta più salda dell'Occidente e l'economia italiana supera l'esame di maturità imposto dal suo ingresso nel Mercato comune europeo. Eppure persistono gli squilibri fra nord e sud, non si interviene sull'evasione fiscale, il lavoro nero, la speculazione edilizia e certa cultura tradizionale non demorde. L'Italia di quegli anni è un paese in bilico fra il vecchio e il nuovo, una società in parte provinciale e codina, in parte alla rincorsa di tutto ciò che sa di moderno anche nei suoi aspetti più superficiali ed eclatanti.
| La recensione de L'Indice |
 Esattamente mezzo secolo fa, la lira italiana si vedeva assegnare, da una giuria internazionale coordinata dal prestigioso "Financial Times", l'Oscar per la moneta più stabile del mondo occidentale. Con questa notizia si apre lo svelto libretto che uno dei massimi storici economici e d'impresa italiani dedica al "miracolo economico", come fu definito nel 1959 da un altro organo di stampa britannico, il "Daily Mail", lo stato di grazia dell'economia della penisola dell'epoca. I primi dei quattro densi, godibilissimi, capitoli nei quali il libro si articola sono appunto volti a tracciare a grandi linee come, "a dispetto di tante nere previsioni (
) un sistema industriale, che sembrava un calabrone tozzo e greve, aveva (
) messo le ali per volare in alto e non più radente di qualche spanna dal suolo". Il segreto del successo, scrive l'autore, si deve in primo luogo alle politiche, governative e imprenditoriali, di rigido contenimento dei salari. Basti pensare che in termini reali gli indici retributivi furono pressoché stazionari fra il 1950 e il 1954 e che, secondo i calcoli della Banca d'Italia, fra il 1953 e il 1961, a un incremento dei salari pari al 46,9 per cento corrispose una crescita media della produttività dell'84 per cento. In secondo luogo, bisogna ricordare "l'adozione nei maggiori complessi di alcune attrezzature e tecnologie già collaudate nei paesi più avanzati, in particolare negli Stati Uniti", grazie al contributo del Piano Marshall. In terzo luogo, risultò importante "il trend relativamente costante dei prezzi della materie prime, manifestatosi dopo la fine, nel 1953, della guerra di Corea" e reso possibile anche dalle crescenti interdipendenze sviluppate in sede di progressiva formazione del mercato comune europeo. Infine, sottolinea Castronovo, va considerato "il livello relativamente contenuto dei tassi di interesse, e quindi del costo del denaro", frutto della "severa azione di vigilanza svolta dalla Banca d'Italia a presidio della stabilità monetaria" e della "efficace politica praticata dal governatore Donato Menichella nell'uso (a seconda delle occorrenze) delle riserve auree e delle valute pregiate". Illustrati i grandi processi economici e i risvolti politici del "miracolo", cioè, come hanno scritto di recente Paolo Malanima e Vera Zamagni, la sostanziale capacità della Dc di governare la crescita del paese, pur non senza crescenti "danni collaterali" clientelari, Castronovo passa nel terzo capitolo a una disamina degli attori economici coinvolti. Ecco allora disegnato, in pagine di grande chiarezza, il capitalismo "bicefalo" italiano, con pochi grandi gruppi, privati e pubblici (e la prevalenza del pubblico nelle produzioni di base e del privato in quelle di beni di consumo durevole), e una miriade di piccoli e medi operatori. Parte di questi ultimi costituiranno poi, per usare la felice espressione di Andrea Colli, il cosiddetto "quarto capitalismo". Sullo sfondo si staglia, nell'ultimo capitolo, quell'universo dei consumi rispetto al quale il libro denuncia qualche limite di approccio e di riferimenti bibliografici, evidenziati, ad esempio, nelle poche righe dedicate alla pubblicità. Ma la solidità e la scorrevolezza dell'insieme ne escono ampiamente confermate. Ferdinando Fasce |
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