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Società, politica e comunicazione   Politica e governo  Scienza e teoria politica 

Cassano Franco - L' umiltà del male

L' umiltà del male TitoloL' umiltà del male
AutoreCassano Franco
Prezzo
Sconto 15%
€ 11,90
(Prezzo di copertina € 14,00 Risparmio € 2,10)
Prezzi in altre valute
Dati2011, 94 p., brossura, 6 ed.
EditoreLaterza  (collana Anticorpi)

Disponibilita immediata
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Descrizione
Senza un'elite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l'esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
La prima tentazione, la più forte, leggendo quest'ultimo libro di Cassano, è quella di cambiarne il titolo: da L'umiltà del male a "la semplicità del bene". La seconda è quella di andarsi a rileggere la grande letteratura di tutti i tempi alla ricerca di prove e controprove che confermino o smentiscano la visione che l'autore propone. È infatti principalmente dalla letteratura che Cassano trae, attualizzandolo sulla realtà politica e sociale che abbiamo intorno, il grande tema del suo libro: l'opposizione tra la debolezza dell'"uomo piccolo" e il cinismo dell'"uomo grande": "piccolo" perché "a-crescita-zero", infantile, analfabeta, ansioso e felice di delegare la responsabilità di sé a qualcun altro, "buono perché scemo e ignorante"; e "grande" perché coltivato nell'arte del dominio di sé e dunque degli altri, aduso alle astuzie retoriche, esperto nell'arte vampiresca di trarre linfa vitale dalla miseria culturale altrui: "cattivo perché intelligente", cioè (pre)potente e senza scrupoli.
Qual è lo strumento attraverso cui i potenti (sempre troppo pochi) esercitano il loro controllo sugli altri (sempre troppo numerosi)? Abolendo ogni possibile libertà di movimento: cioè attraverso la negazione della categoria dello spazio, di cui sono esempi classici i roghi della Santa Inquisizione, i lager, i gulag e i luoghi di detenzione di ogni specie e natura, ma, pur se meno scontate, anche le deportazioni forzate o le emigrazioni di massa. L'annullamento dello spazio vitale fisico è la forma di controllo più tradizionale, ma allo stesso tempo costituisce la soluzione finale di un'azione costante e attenta a livello di comunicazione e, dunque, di uso, di abuso e di distruzione della lingua. È solo negando (o condizionando fino al rimbambimento, Orwell docet) quella che una volta si chiamava la "libertà di parola" che poi la rete può riuscire con successo a trascinare fisicamente a sé le persone. Solo che, per poter dare libera espressione alle proprie convinzioni e ai propri stati d'animo, bisogna avere la possibilità di poter formare, coltivare, rendere solida e stabile la propria capacità di espressione e di comunicazione, affinché diventi, all'occasione, antidoto efficace e valida arma di difesa contro ogni tipo di trappola mediatica, perché è sempre quello il punto di partenza valido per tutti, da Torquemada a Hitler a Berlusconi. Scrive Klemperer, a proposito della lingua del Terzo Reich, che essa "mira a privare l'individuo della sua singolarità, a farne una pecora, senza intelletto e senza volontà, di un gregge che viene spinto nella direzione voluta, un atomo in un blocco di pietra che rotola". Imparare come costruire una frase, imparare a scrivere una lettera, imparare aleggere un libro (esattamente come impariamo a camminare o a comportarci bene a tavola), essere capaci di smontare i meccanismi di un discorso politico, significa che abbiamo capito che la nostra lingua non è solo un'eredità che possiamo dimenticare in soffitta, ma un patrimonio che abbiamo il diritto e il dovere di attivare per la nostra stessa incolumità fisica, morale e sociale e che ha solo un nome: consapevolezza.
Perché il testo di Cassano è così efficace? Perché parte, dicevamo, della (ri)lettura attenta di Dostoevskij e di Levi, non da un'astratta, e magari banale, disamina della situazione socio-culturale del nostro tempo. Al di là delle sue argomentazioni, pur solidissime, l'autore ci indica quindi un percorso prezioso, quasi meta-testuale; cioè, è come se ci dicesse: "Quello che ho fatto io lo può fare chiunque di voi. Dunque, leggete e moltiplicatevi". Insomma, non si tratta della solita lezione saccente e autoreferenziale concessa dal "grande" intellettuale che tende spesso a trasformarsi nel "dittatore mediatico" di turno, che investe della sua erudizione un pubblico abituato a sbavare di fronte alle forme più bieche e trite della cosiddetta cultura-spettacolo, ma di una serie di spunti di riflessione da cui Cassano trae un percorso di lettura delle cose di questo mondo, uno tra i tanti possibili. È la semplicità del bene che può avanzare a dispetto di tutto e che, come sempre accade, avanza insieme a quella del bello. In questa vocazione alla riscoperta dei valori più cari alla vera democrazia, e nell'esortazione discreta rivolta a tutti noi a perseverare nella loro tutela e nella loro promozione continuando a formarci,anche utilizzando al meglio le nuove tecnologie che possono essere alleate preziose, sarebbe miope non vedere una conformità con la riflessione dell'autore sul "pensiero meridiano" e sulla sua utopia "ragionevole", paziente, risoluta e ospitale, che sembra raccogliere (ed era ora!) l'invito lanciato da Ernst Bloch negli anni cinquanta nel Principio speranza: "L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all'esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono".
Biancamaria Bruno

I vostri commenti
Maria pezzullo.maria@libero.it (12-06-2011)
Grazie per un libro così prezioso, ricco di stimoli, che entra nella complessità del problema del male con una chiarezza espositiva rara.Si legge d'un fiato sia per i bellissimi esempi letterari e filosofici che lo scrittore adopera per sviluppare la sua teoria sia per la curiosità relativa alle alternative concrete e al Grande Inquisitore e al narcisismo del bene. Naturalmente spetta a tutti noi riflettere e trovarle.In un'epoca come la nostra dove il lassismo morale è all'ordine del giorno purtroppo anche laddove servirebbe il buon esempio un libro così aiuta a sentirsi meno confusi e a ricominciare a pensare in termini propositivi.
Voto: 5 / 5

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