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Voltaire; Rousseau Jean-Jacques; Kant Immanuel - Sulla catastrofe. L'Illuminismo... | Il disastro provocato dal terremoto di Lisbona del 1755 incrina la fiducia dell'Illuminismo riguardo l'orientamento della storia universale verso il meglio. Di fronte alla catastrofe lo spettacolo del male restituisce alla filosofia la sua spietata radicalità e il coraggio del suo pessimismo. Il Poema di Voltaire, la risposta di Rousseau, i brevi saggi in cui Kant riflette sulle cause fisiche del terremoto lusitano, intarsiate alle considerazioni sulle reazioni umane e morali al disastro e sull'ottimismo gnoseologico e ontologico della scienza settecentesca, sono le voci di un dibattito che, come la catastrofe, rimane sempre attuale. Un dibattito che ha il coraggio di mettere sul banco degli imputati la natura, Dio e l'uomo stesso.
| La recensione de L'Indice |
 Ha avuto tali e tante smentite da non meritare ulteriori confutazioni l'idea che l'Illuminismo sia stato il corifeo di una visione ottimistica dell'esistenza individuale e collettiva, indicando all'una i sentieri sgombri dalla morale pessimistica e lastricati di felicità materiali, all'altra i luminosi traguardi dell'incivilimento e dello sviluppo. È noto piuttosto quale ricorrente, straziante, spesso disperato grido sull'inesorabile inevitabilità del male e sull'onnipotente presenza del dolore si sprigioni dalla cultura dei Lumi. Tra gli altri ne aveva parlato da par suo Bronislaw Baczko nel libro dall'esplicito titolo Giobbe, amico mio. Promesse di felicità e fatalità del male (manifestolibri, 2000), mentre Rosalyne Rey aveva riservato un'ampia analisi alla questione del dolore nel secolo dei Lumi nell' Histoire de la douleur (1993). Non ci si lasci mal disporre dal fatto che entrambi, e soprattutto il grande storico polacco, non siano citati nel volumetto antologico di Andrea Tagliapietra, perché esso rende comunque conto della centralità che il tema assunse tra i philosophes , e lo fa muovendo dalla filosofia novecentesca di area tedesca, qui originalmente rivisitata, da Benjamin ad Arendt, e quindi esaminando una selezione di fonti incentrate sul terremoto che il 1° novembre 1755 seminò distruzione e morte a Lisbona. Il fatto che oggi i cataclismi, oggetto del massimo sfruttamento mediatico e del minimo coinvolgimento esistenziale, ricevano risposte che vanno poco oltre la soglia dell'umanitarismo spicciolo, per poi essere presto sepolti da nuove seduzioni pubblicitarie che invitano in quei paradisi che fino a ieri si mostravano travolti dalla violenza della natura, rende ancor più interessante capire quanto invece nel secolo dei Lumi, almeno tra le élite pensanti, le catastrofi divenissero spunto per considerazioni che chiamavano in causa gli antichissimi e tormentosi interrogativi sul male, su Dio, sulla natura. Intorno a quella che è qui definita la prima grande catastrofe europea della storia moderna, non perché tale fu, ma perché così fu percepita (sull'evento uscirono nel 1755-56 un centinaio di opuscoli e pamphlet), Tagliapietra esamina e documenta tre distinte posizioni. Innanzi tutto la più nota, ossia la reazione che a caldo espresse Voltaire nel Poema sul disastro di Lisbona (1756), decisamente schierato contro la provvidenza, ma alla fine aggrappato alla speranza che nella valle di lacrime dell'esistenza umana fosse ragionevole lasciar crescere il fragile seme di una felicità possibile. La seconda chiama in causa Rousseau, di cui è riportata la risposta a Voltaire, conosciuta come Lettera sulla provvidenza , in cui il ginevrino rinvia il terremoto a un generale sistema di significati, nel quale le sofferenze inferte dalla natura risultano poca cosa rispetto alle calamità sociali e culturali. La terza e più ampiamente documentata opinione è quella di Kant, che al sisma lusitano dedicò tre saggi d'impianto filosofico e scientifico: la scienza appare un metodo da far valere sia per controllare razionalmente l'angoscia e deviarla dal terreno delle domande metafisiche, sia per indicare al principe e agli uomini i loro doveri. Di qui l'appello ad agire in funzione del bene possibile, a rifuggire dai flagelli di umana responsabilità, come le guerre, e a costruire città ed edifici a misura dell'uomo, e non ispirati da prometeica vanità. Passando per queste e altre letture la scossa tellurica del 1755 si tramutò in un vero e proprio "terremoto filosofico", ossia nell'occasione per maturare revisioni generali del proprio pensiero (come nel caso di Voltaire) o per approfondire distacchi già annunciati dalla raison dei Lumi (Rousseau) o per recuperare quella ragione in una nuova dimensione complessiva (Kant). Dino Carpanetto |
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