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Crainz Edoardo - Missione in Afghanistan |
Nel 2002, in base ad accordi internazionali, il parlamento italiano autorizzava la partecipazione di un contingente di 1.000 soldati alle operazioni contro il terrorismo in Afghanistan. Alla missione denominata Nibbio 2, e durata dal maggio al settembre del 2003, ha preso parte il 187° reggimento paracadutisti della "Folgore", rischierato nella provincia orientale di Paktia. L'autore, in qualità di ufficiale medico, ha partecipato alle attività del reparto operando in condizioni particolarmente difficili. Questo è il suo diario giornaliero nel quale descrive ciò che ha provato prestando servizio in quei lontani territori senza mai dimenticare di essere anche un medico, e quindi senza distogliere lo sguardo dalla realtà. Emergono, fra l'altro, scampoli di naja giudicati con la severità di chi non può concepire, e giustificare, carenze del sistema, cadute di tensione morale e altro. Allora la critica si fa spietata, e i giudizi affilati come bisturi, secondo la migliore tradizione dei paracadutisti.
Media Voto: 5 / 5ambrogio (18-09-2009) un ottimo libro di coraggio, passione, sentimenti ma senza retorica. Crainz non nasconde le cose che non vanno. E' duro nei commenti rispetto coloro che vivono alla giornata cercando di dare il minimo ed ottenere il massimo. L'ideale è ciò che consente all'autore di superare fatiche e difficoltà e è il filo conduttore di tutto il racconto Voto: 5 / 5 |
max (12-12-2006) Per chi ormai diversi anni fa ha vissuto l'esperienza del medico di complemento, anche se in contesti operativi lontani anni luce da quelli descritti, è stato un bagno tonificante nel proprio vissuto, in esperienze subite e sublimate, in gerghi e situazioni ormai lontane, ma che saltano subito fuori dai recessi della memoria. Ufficiale medico di complemento, razza ormai estinta, incerto incrocio tra un medico alle prime armi (neolaureato o specializzando, ma inesorabilmente richiamato a prestare il servizio di leva, lasciando in sospeso studi e carriera per quei 15 mesi, tra il corso a Firenze e prima nomina) e uno pseudo soldato, in un esercito di leva formato da una massa di ragazzotti, quasi sempre ben poco entusiasti del loro status e una "classe" di professionisti, dai medici di carriera agli ufficiali e sottufficiali d'arma (una bolgia tra prima nomina, raffermati, trattenuti, in SPE, ecc., fino al Gotha di quelli d'Accademia). Piano piano, dopo le prime incerte apparizioni dal Libano (1982) in poi, l'Esercito si è trasformato da carrozzone statale in una (quasi) macchina bellica (magari, visti i mezzi disponibili, da guerra limitata ..).
L'Autore vive un'esperienza di transizione, in un reparto di elite (ma non troppo, viste le innumerevoli magagne illustrate) con le classiche scene (italiche, ma in realtà comuni a tutti gli eserciti) di imboscati, inefficienti, impreparati, inadatti al ruolo. Ma anche di entusiasti, di volontari, di genio italico applicato, di bravi ragazzi che si sforzano di compiere il propio dovere.
Una tragedia ? Non nei risultati, con un lavoro difficilissimo, svolto in uno degli scenari di guerra peggiori del mondo, fin dai tempi di Alessandro, realizzato con dignità e decoro, nonostante tutto e tutti, amici, nemici, alleati e commilitoni.
Leggete questo libro, assaporatelo e, se ne avete, confrontatelo con le vostre esperienze.
Dalla prefazione si evince una possibile seconda puntata, con nuove esperienze in Iraq. La aspettiamo con ansia.
Voto: 5 / 5 |
massimo (01-12-2006) E' un ottimo libro: i diari, specie di guerra sono spesso un lungo elenco di fatti e fattarelli di scarso interesse e di ristretta visione. Ma quest'opera è una boccata di ossigeno in un panorama (desolante) di reportage "sul campo" scritti da Roma o dal Palestine, di embedded nelle retrovie o di grilli parlanti che raccontano esperienze mai vissute. L'Autore è veramente un soggetto interessante: da una parte l'anima del guerriero in pectore (le tradizioni, la famiglia, l'amore per le armi, le pratiche sportive) dall'altra il medico (anche se di una specialità "operativa", come l'ortopedia) con uno strano mix ben illustrato da una foto allegata che mostra un intervento d'urgenza fatto con la pistola infilata nella cintura che evoca scenari sinistri e per noi sconosciuti.
Certo, la storia è solo il vissuto di un'esperienza in ambiente ostile, senza una connotazione didattica (scenari, retroscena, inquadramento della situazione generale). Non è un resoconto di un'operazione di guerra in senso stretto, visto che i riferimenti ad altri sono minimi e solo di pochissimi coprotagonisti si riesce a delineare il contorno. Quello che emerge è l'entusiasmo del volontario (una specie ormai estinta, l'ufficiale di complemento - "animale" spesso inutile mal tollerato dai superiori e - spesso - anche dai sottufficiali anziani di carriera) che si trova a svolgere un compito per cui è preparato (il traumatologo in zona di guerra - anche questa è un'eccezione per la sanità militare: di solito i reparti operativi ricevevano ginecologi e pediatri, mentre anestesisti e chirurghi spesso vengono imboscati al Celio o in qualche comando)in un ambiente ostile sia a livello geoclimatico che umano (a volte anche tra i commilitoni).
A parte qualche frase sopra le righe (il rimpianto dell'amata Glock regalo di laurea ....) colpisce proprio il disincanto verso gli afghani "buoni o cattivi" che fossero. Alla fine l'amara conclusione sembra essere "Ma ne valeva la pena ??" Voto: 5 / 5 |
maurizio (29-11-2006) Grandioso. Un bel reportage, vissuto in prima persona che racconta fatti (minori, ma non banali) vissuti e non appresi al Bar del Ritz.
Se avete letto qualche recente reportage di "guerra" di autori italiani che vi hanno fatto cascare le braccia dimenticateli. Con una prosa asciutta ma precisa, l'Autore, un mix di guerriero (per cromosomi e passione) e medico vero (uno che cura la gente, che opera, non un passacarte da ambulatorio), descrive le sue esperienze da giovane ufficiale subalterno (perdippiù medico di complemento - quasi la più infima delle razze .. specie nei reparti operativi) in una delle più difficili e complesse missioni "di pace" degli ultimi anni. Se avete letto il testo semi ufficiale del generale alpino (forse qui citato con non troppa "stima")"Penne Nere in Afghanistan" non c'è paragone. Da una parte un rapporto militare asettico in ogni suo punto (per quanto sempre interessante). Dall'altro sudore, polvere e sangue visti con l'occhio del volontario che lascia comode retrovie per ficcarsi in uno degli scenari peggiori degli ultimi anni. Forse il limite di questo libro è la visione ristretta della situazione, senza un inquadramento storico (o giornalistico) del contesto e della situazione d'area e la mancanza di una trama, di un contesto piu' dettagliati. Al di la' dell'Autore protagonista solo abbozzi di personaggi, pochi nomi e quasi nessuno identificabile. Se avete letto qualche resoconto italiano in prima persona sulla seconda guerra mondiale avrete richiami alla Bedeschi, alla Paolo Caccia Dominioni. Dovere, lavoro, fatica, noia, sangue sono i temi comuni, interlacciati con le perenni burocrazie militari, con materiali e addestramento non sempre all'altezza delle necessità sul campo (e si parla di unità d'elite, formate quasi completamente da "professionisti"). Si legge di un fiato, a partire dalla prefazione, scritta da un vero professionista, che lascia trasparite l'ammirata sorpresa per il lavoro del "dottorino" che si trasforma in un Folgorino. Non perdetevelo.
Voto: 5 / 5 |
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