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Manea Norman - Clown. Il dittatore e l'artista

Clown. Il dittatore e l'artista TitoloClown. Il dittatore e l'artista
AutoreManea Norman
Prezzo
Sconto  50%
€ 6,46
(Prezzo di copertina € 12,91 Risparmio € 6,45)
Prezzi in altre valute
Dati1999, 245 p.
TraduttoreCugno M.
EditoreIl Saggiatore  (collana Est)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 5 giorni lavorativi

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
MANEA, NORMAN, Un paradiso forzato

MANEA, NORMAN, Clown. Il dittatore e l'artista
recensione di Renzi, L., L'Indice 1996, n. 3
(recensione pubblicata per l'edizione del 1996)

Nei quattro racconti di "Paradiso forzato", Norman Manea presenta altrettante storie di vita quotidiana sotto il regime totalitario di Ceausescu. La scena si muove dall'interno di un carcere fino al salotto di lusso della nomenklatura. In "Clown*, invece, Manea affronta in forma saggistica il tema dei rapporti tra quello stesso potere e lo scrittore.
Due libri che si completano, dunque, e non solo per il genere diverso a cui appartengono, ma anche per l'angolatura parzialmente diversa. E tuttavia due libri che è difficile tenere distinti nella memoria, tanto si imprimono l'uno accanto all'altro con la stessa impronta aspra e angosciosa. A proposito di universo concentrazionario è stato evocato il nome di Kafka. Ma non c'è in Manea nessuno scambio tra realtà e simbolo. Tutto è reale, troppo reale. Manea scrive quello che ha visto e ha vissuto. Cosicché è inevitabile che chi vuol parlare dei suoi libri si debba calare a fondo nel loro contenuto.
Ma prima vorrei dire qualcosa della scrittura di Manea, solo apparentemente documentaria, realista. Se l'effetto visivo di certe scene o la resa di certi dialoghi sfidano la registrazione, se gli inizi ellittici riprendono lo stile naturalistico della tranche de vie, Manea è un magistrale maestro del collage, del montaggio di pezzi, del cambio rapido di prospettiva. Un aspetto che avvicina, di nuovo, il Manea narratore e il saggista. Manea è insomma un autore moderno, un maggiore che la storia letteraria si occuperà di collocare tra i valori più alti del Novecento rumeno, accanto, credo, a quel grande Marin Preda di cui purtroppo non si è tradotto ancora niente in Italia.
Chi è Norman Manea? Nato in Romania nel 1936, allo scoppio della guerra viene deportato dal governo filofascista rumeno in un campo di concentramento come ebreo. Di questa terribile esperienza infantile trattano diversi racconti di "Ottobre ore otto" (in italiano sempre nella traduzione di Marco Cugno, Serra e Riva, 1990). Studi in ingegneria, poi solo attività di scrittore, un'attività che si scontra più volte con il regime. Emigra nel 1986 negli Stati Uniti, dove la sua opera, tradotta in inglese, ha oggi una larga eco.
I suoi libri, accanto a quelli di Paul Goma, inedito in Italia ma ben noto in Europa, sono probabilmente le testimonianze più precise e tragiche del terrore nel comunismo rumeno. Se l'esperienza fondamentale di Goma, dissidente irriducibile, è il carcere, quella di Manea è l'epica di quei "perseguitati dalla quotidianità" costituiti da un intero paese condannato per intero a soffrire la fame, il freddo, la sete, l'umiliazione di essere ogni minuto alla mercé di un potere onnipresente. L'esperienza del totalitarismo, per Manea, che sa di che cosa parla, riproduce in grande quella del lager ("cos'altro era la Romania dell'ultimo decennio di Ceausescu se non un lager esteso alle dimensioni di un Paese in via di distruzione?").
Se le tinte fosche prevalgono, la quotidianità, seppure violata, è sempre quotidianità. Così nel racconto "Biografia robot" Manea riproduce magistralmente il chiacchiericcio quotidiano dell'ufficio: attraverso un artificio narrativo fa correre paralleli e poi convergere la rappresentazione dell'interno di un ufficio di risparmio e la biografia di un attivista di partito. Quel timido e occhialuto revisore dei conti che sta seduto nel mezzo del brusio femminile dell'ufficio, non è altro che l'ultima incarnazione dell'attivista di cui si è tracciata, sezione per sezione, la tormentata carriera. Una carriera fatta di ascese e di cadute: lassù non si sta meglio, n‚ più tranquilli, che qua giù tra gli esclusi.
In un altro racconto, "Impermeabile", appaiono, nella loro villa ricca di beni inaccessibili ai comuni mortali, i privilegiati del partito. Nella storia di una visita a questi conoscenti fortunati, si inserisce l'incubo di una traccia misteriosa, quella di un impermeabile, prova di una pratica nuova e terrorizzante, quella di un interrogatorio fuori ufficio, di un interrogatorio, cioè, tenuto in un appartamento privato, di cui il proprietario avrà fornito consenziente le chiavi alla polizia. Se il lettore attraverso la narrativa di Manea viene a conoscere, come nell'ultimo caso che abbiamo citato, molte delle tecniche poliziesche dei tempi di Ceausescu, la sua saggistica ce ne offre una documentazione diretta.
Ecco, per esempio, in "Clown* un documento eccezionale: la riproduzione del rapporto del censore sul libro di Manea "La busta nera". Si tratta di un rapporto-recensione, contenente un riassunto, una serie di osservazioni di contenuto tutt'altro che prive di pertinenza, una serie di indicazioni operative (parti da sviluppare, da attenuare, da modificare), infine l'elenco preciso delle pagine da sopprimere. Il rapporto è al tempo stesso un atto di repressione e di collaborazione: "La busta nera" apparirà, con il consenso dell'autore, in veste autocensurata. Ma anche così, a quanto pare, non mancherà di impatto su un pubblico abituato a leggere tra le righe.
Sulla stessa linea del precedente, si pone la "Storia di un'intervista". Narrativamente campeggia qui la visita ambigua all'autore di un ufficiale della Securitate ("Perché non emigra legalmente?": ebrei e tedeschi venivano "venduti" legalmente, cioè fatti emigrare in Israele e in Germania in cambio di valuta sonante). Sulla trama narrativa si innesta una rassegna ordinata delle forze in campo dello schieramento letterario filogovernativo, uno schieramento movimentato dall'alto per il desiderio di Ceausescu di imitare, si dice, la Rivoluzione culturale cinese. Imprudentemente evocate, queste forze non si sono esaurite con la scomparsa nell'89 del regime di Ceausescu, ma si proiettano, ci informa Manea, nell'attuale situazione postcomunista. Nel 1981 Manea aveva fatto le spese dei primi attacchi del subdolo nazionalismo (e conseguente antisemitismo) che stava allora sviluppandosi nell'ombra del comunismo rumeno. Quello stesso fronte d'attacco comunista-sciovinista-antisemita non è altro che uno degli schieramenti politico-culturali di oggi, quando certe posizioni si sono potute dichiarare apertamente, e tra queste quella nazional-comunista. Manea può riportare nomi e cognomi, noti a tutti del resto, ma ben utili per sottolineare linee di continuità e di sviluppo.
Questo ci immette in quella realtà attuale della Romania dalla quale Manea, nel suo esilio americano, non sembra si sia distaccato. Del grande lager c'è chi si dimentica troppo presto.
Se i quattro racconti di "Un paradiso forzato" formano un libro compatto di straordinaria intensità, la raccolta di saggi di "Clown* svaria su altri soggetti: il dittatore e l'oppositore come clowns (una metafora che Manea deve a Chaplin e a Fellini), il dossier Eliade (l'ostinato silenzio, cioè la mancata abiura delle opinioni di estrema destra professate in gioventù dal grande storico delle religioni)...
L'ultimo saggio apre un nuovo capitolo della tragica odissea autobiografica dell'autore, ma anche di molti altri uomini, del suo e di altri paesi: dopo la deportazione e l'esperienza della dittatura, l'esilio.

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