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Ferretti G. Carlo - Poeta e di poeti funzionario. Il lavoro editoriale di Vittorio... | Per oltre un ventennio, dal 1958 alla morte, Vittorio Sereni ha varcato la porta della Mondadori: prima con quotidiana regolarità come direttore letterario, e poi con regolarità meno serrata ma non meno scrupolosa come consulente. E tuttavia la grande personalità del poeta sembra avere oscurato il suo "secondo mestiere", facendone quasi dimenticare il rilevante contributo organizzativo, progettuale, creativo alla produzione di una casa editrice che, pur con limiti e contraddizioni, ha avuto un ruolo fondamentale nella cultura e nel mercato del Novecento.
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Scarpa, D. L'Indice del 1999, n. 07
Mi è capitato più volte, leggendo questo libro, di raffigurarmi Vittorio Sereni come un Malaussène dell'editoria italiana, un capro espiatorio professionista che sconta sulla propria persona la lunga fase del passaggio da un'editoria pura o semipura a un'editoria industriale a prevalente o esclusivo scopo di lucro, quell'editoria che l'appena scomparso Giulio Einaudi liquidava come "editoria no". Direttore letterario della più grande azienda privata culturale italiana, la Mondadori di Arnoldo, Sereni si ritrova nell'epicentro della grande trasformazione e la patisce dal principio alla fine, dal 1958 al 1976, anno in cui si colloca in pensione pur mantenendo una consulenza. Gian Carlo Ferretti, autore di questo libro pieno zeppo di novità, suggerisce che i suoi modelli professionali furono tre: quello "preindustriale e artigianale di un consulente come Niccolò Gallo", quello di "un moderno intellettuale-editore come Elio Vittorini", infine quello di Alberto Mondadori, il primogenito di Arnoldo, quasi un suo doppio ancor più tormentato dall'ansia di conciliare l'editoria-impresa con l'editoria di alta cultura.
Siamo lontani dalla felicità, sia pure nervosa e insidiata, che si coglie nelle lettere editoriali di Italo Calvino. Qui c'è un individuo (verrebbe da dire: una creatura) che investe tutto se stesso nel lavoro. Per Sereni il lavoro è una passione e un'ossessione, un pensiero reiterato, un'angoscia e una gioia soggette a una medesima intensa coazione, della quale restano solchi profondi in poesie come Una visita in fabbrica o nel dittico Posto di lavoro e Altro posto di lavoro, testi legati entrambi all'esperienza mondadoriana. Anche il titolo di questo libro è tratto da una poesia, un epigramma rivolto a Sereni dal suo "sodale-antagonista" Franco Fortini: "Poeta e di poeti funzionario, / prima componi quei tuoi versi esatti / poi componi i colleghi nel sudario / dei tuoi contratti". Anche questi versi sono esatti, ma ingiusti: descrivono una persona che incarna due ruoli distinti e contrapposti, e li vive però senza compiacimento né distacco, con l'inquietudine e la frustrazione di chi vede contrariato e svilito ogni giorno l'oggetto della propria passione.
La "passion contrariée", diceva Stendhal, uccide l'amore. E per Sereni il lavoro è una corsa a ostacoli, un continuo inciampare in contrattempi. Le lettere, i pareri, i resoconti e anche le lamentele editoriali di cui il libro offre ampia scelta rimandano alla forma, all'intonazione, al calco ritmico e concettuale della poesia di Sereni che è poesia della contraddizione, di un'armonia sempre più lacerata da interferenze, tortuosità e dislivelli acustici. Il Sereni editore reagisce offrendo il meglio della sua persona, così da lasciare unanime ricordo della propria pulizia morale, della propria efficienza priva di zelo, di una diplomazia nei rapporti umani ispirata alla discrezione e al tatto invece che ai sotterfugi, di uno stile improntato insieme all'emozione, alla trasparenza e al riserbo: e anche qui la contraddizione è solo apparente.
Anche l'editoria italiana di allora era stretta in una contraddizione: ha detto Luisa Mangoni che alle famose riunioni del mercoledì in casa Einaudi non si parlava mai di soldi, il che era preoccupante. Alla Mondadori di Sereni, invece, pare non si parlasse d'altro, tra i "santoni" (epiteto sereniano) di cui si pubblicava qualsiasi cosa senza battere ciglio e la renitenza a investire su nomi che non fossero già affermati o addirittura consacrati. "So fino in fondo che il limite sta proprio nel punto in cui i miei interessi personali arrivano a coincidere, occasionalmente, con quelli dei mercanti e dei managers", scrive Sereni all'amico Giansiro Ferrata. Quelle occasioni da lui fortemente cercate, a volte in completa solitudine, si chiameranno "Meridiani" e "Scrittori Italiani e Stranieri", collane prestigiose ancor oggi attivissime (e redditizie). Ma il luogo dove Sereni si esprime in pieno è naturalmente "Lo Specchio", collana che tra mille difficoltà pubblica tempestivamente poeti come Auden o Ponge o Seferis, e sa tenersi stretto un talento come Andrea Zanzotto.
Il libro di Ferretti è di quelli che mantengono più di quanto promettono, dal momento che allarga l'apertura della lente in modo da trasformare per lunghi tratti il racconto di una peripezia lavorativa nella panoramica di una biografia intellettuale. È forse troppo ingombro di rimandi bibliografici che sgambettano lo sguardo, e che si potrebbero sistemare altrove senza che l'imponente lavoro d'archivio su carte aziendali ed epistolari ne risulti occultato. Ma quel po' di sforzo è ripagato ampiamente dal capitolo finale sulla "coscienza critica" del Sereni politicamente pensoso, o dall'altro dedicato a Un'idea di poesia, lungo piano-sequenza del laboratorio di uno scrittore-editore che amava considerarsi un artigiano piuttosto che un teorico.
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