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Mastropaolo Alfio - Il ceto politico. Teoria e pratiche |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Ornaghi, L., L'Indice 1993, n.11
Forse l'autore, trovandosi tra le mani le prime copie appena stampate di questo volume, deve aver pensato che il frutto della sua lunga e minuziosa ricerca giungeva un po' fuori tempo, quando la stagione della prima Repubblica già sembrava (ai più) conclusasi di soprassalto e ben prima di quanto ognuno s'aspettasse. Il lettore, giunto all'ultimo capitolo, che gli chiarisce come mai la democrazia ci sia stata "sequestrata" sotto il naso, più probabilmente è invece persuaso che il libro di Alfio Mastropaolo sia apparso tra i primi segni che annunciano un'altra stagione o, almeno, in quell'intervallo di solito assai breve in cui, mentre non si sono ancora appannate o svuotate le speranze di un tempo davvero diverso e migliore (e ragionevolmente vicino), più necessario diventa prepararlo con propositi chiari e idee tanto più affilate quanto meno sono prone al Diktat del mutevole conformismo di volta in volta imperante. Magari anche, com'è il caso di questo volume, affidando al riposto angolo di una nota finale il proprio consiglio sommesso (e ormai così minoritario da apparire fin quasi eccentrico) di non mettere in discussione quell'originario patto che, a giudizio di qualcuno, e Mastropaolo è fra questi, per il sistema repubblicano e per la nostra dissestata democrazia resta nonostante tutto uno dei pochissimi episodi di cui entrambi possano ancora andar fieri.
Vi è stato e c'è, in Italia, un originale "effetto ceto politico". Certo, nei peccati capitali e negli ordinari vizi di un ceto politico si sommano e condensano le cause più vere e le ragioni più ovvie del decadere di un regime politico (talché ogni contestazione radicale del sistema, se anche prenda avvio da una critica più o meno dolce e tranquilla delle istituzioni, quasi inevitabilmente trapassa da qui a una protesta ben meno soffice e serena nei confronti della classe politica; e anzi, se è una contestazione radicale, di norma usa strumentalmente la prima per conseguire con più efficacia l'obiettivo della seconda). Ma in Italia, assai più che in qualsiasi altra democrazia dell'Occidente, il ceto politico è sembrato assomigliare a una scadente corporazione, in cui, per accedervi e prosperare, contavano una serie di propensioni mediocri più che una o due spiccate virtù, la tenacia nel voler fare della politica la propria professione eterna piuttosto che il possesso di una professionalità diversa (ed eventualmente di ricambio), la furba disponibilità a condividere prontamente e passivamente regole e codici vigenti più dell'attitudine a competere con gli antagonisti o a scavalcare i "confratelli" mediante l'applicazione di ragionamenti e comportamenti diversi e disorientanti. Può darsi che siano quelle che oggi ci appaiono come le principali e più diffuse performances del nostro ceto politico a rendere così perentori e inappellabili i giudizi sulla sua ossificazione. Ma non è forse un caso che, mentre buona parte degli inglesi si trovano adesso a lagnarsi di Major guardando alla signora Thatcher più che volgendosi indietro fino a Winston Churchill, noi, per trovare rappresentanti dignitosi e preparati del nostro ceto politico, siamo costretti a evocare i soliti nomi di chi fu padre o cofondatore di questa democrazia, ma non già un suo prodotto.
Munito dei risultati delle sue precedenti indagini sul "professionismo politico", Mastropaolo ripercorre le vicende di un ceto che tanto più si è autoriprodotto, blindato e isolato, alla fin fine autoaffondato, quanto più ha consentito il dilagare dello "scambio politico", contribuendo così a produrre e intensificare la "mercificazione della politica". Nella storia di questo ceto, delle sue omissioni e delle sue troppe abiezioni, c'è gran parte dei fallimenti di una democrazia subito nata come "democrazia per i partiti". Ma non c'è, unica e univoca, l'intera ragione per cui quest'ultima sembra adesso dover conoscere una così rovinosa 'débƒcle'. Insomma, la democrazia repubblicana è stata per gran parte il suo ceto, ma l'una non è coincisa completamente con l'altro.
Dentro il quadro di un'assai solida ricerca ("scientifica", verrebbe da qualificarla; ma forse assai più appropriato dire "intellettuale", e vedremo alla fine il perché), si precisano in tal modo due fondamentali linee di riflessione: quella sulle cause più profonde per cui un "sistema" solo dopo parecchi decenni si accorge di non essere affatto tale, e quella sulla forbice crescente tra democrazia e politica. Né l'una n‚ l'altra dimensione chiama in causa soltanto la necessità, per i prossimi anni, di un ceto politico del tutto differente (e meno intossicato). Entrambe, invece, richiedono di capire dove e come la società italiana, mutandosi, s'è fatta più forte in alcuni punti ma assai più fragile, nonostante le prime apparenze, in molti altri.
Senza camuffarsi mai dietro una prosa accademica e falsamente asettica, il volume si snoda lungo la prima linea di riflessione analizzando a fondo, dapprima, quel segmento del personale politico costituito dalla classe parlamentare e, poi, i processi per cui un'offerta in eccesso di autorità ne ha determinato un'inflazione lieve talora, galoppante talaltra, sempre però incontrollabile. Intrecciata alla prima e articolata in ordine a quelle che paiono essere-sulla scorta di ciò che già è accaduto in altri regimi democratici - le conseguenze di una "mutazione genetica" della democrazia, la seconda linea approda agli interrogativi sollevati dalla figura della "democrazia postpolitica", omero la democrazia che non ha più una 'polis' da far crescere perché non ci sono più cittadini.
Sotto il fenomeno temuto o auspicato di un consistente ricambio del ceto politico (o di un suo cambio generale e per nulla indolore), quel che si profila è infatti una trasformazione ben più massiccia. Le "delizie" della democrazia, non meno di quelle della libertà, costano fatica. E forse, per assumersi la responsabilità di un tale onere, la società italiana non solo si è male modernizzata e non è cresciuta abbastanza, ma risulta già oltre il limite massimo di tempo consentitole.
La tentazione del pessimismo, nel capitolo conclusivo ben più che in quelli che lo precedono, pare prendere il sopravvento. Non vince solo perché, con quel pizzico di profetismo (o, chissà, di ipersensibile realismo) che dà sapore alle non frequenti opere civili degli intellettuali italiani, Mastropaolo ritrova nel "ridimensionamento della politica" il segno possibile di una società più adulta. E, alla fine, proprio nella convinzione o nella speranza che la politica "è ormai un meccanismo di regolazione troppo primitivo per pretendere di restare al centro di una società che si è per molti versi emancipata da essa" si raccolgono e compongono tutte le preferenze politiche e le scelte culturali, e anche le inquietudini e i timori, che Alfio Mastropaolo ha lasciato che affiorassero liberamente, con garbo e però con decisione, attraverso la sua serrata analisi dell'"asfittica e sgangherata democrazia made in Italy". Almeno per capire meglio se e perché, come osserva Schubert nell'epigrafe apposta al volume e tratta da "Il pianista" di V zquez Montalb n, "I regimi devono sempre cadere. Bisogna sempre brindare alla caduta di un regime".
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